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Rientro maternità in azienda cessionaria: si può rifiutare?

23 Aprile 2021 | Autore:
Rientro maternità in azienda cessionaria: si può rifiutare?

Si può licenziare per giusta causa la dipendente che non accetta le mansioni affidatele dalla nuova società?

Hai avuto un bambino e sei rimasta a casa per il periodo della maternità obbligatoria, poi hai deciso di usufruire anche del congedo facoltativo. Quando è arrivato il momento di tornare al lavoro, hai scoperto che tutto è cambiato: la società per la quale prestavi servizio è stata ceduta ad un’altra e ora ti sono state affidate delle nuove mansioni. Che, però, tu non vorresti fare: sostieni che, ad un certo punto, tu eri stata assunta per fare dell’altro e che l’esperienza che hai accumulato non c’entra niente con quello che adesso ti viene richiesto. La nuova proprietà, però, ti ha detto chiaro e tondo che se non vuoi occupare il nuovo posto verrai licenziata per giusta causa. Ha diritto a farlo? Il rientro dalla maternità in un’azienda cessionaria si può rifiutare?

La Cassazione ha depositato recentemente una sentenza in cui stabilisce che cosa può fare il datore di lavoro e che cosa può o non può rifiutare la dipendente. Vediamo cosa dicono i giudici supremi in proposito.

Rientro maternità: cosa dice la legge?

È il Codice civile a stabilire come si devono comportare datore di lavoro e dipendente nel momento in cui c’è un rientro dalla maternità. Il primo concetto espresso dal Codice, uno tra i più importanti, è il seguente: «In caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano» [1]. In altre parole: quando un’azienda viene ceduta ad un’altra mentre una dipendente è a casa in maternità, la lavoratrice conserva il suo posto di lavoro e mantiene anche i suoi diritti. Il cedente e il cessionario, infatti – continua il Codice –, «sono obbligati in solido per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento».

Non solo: la neomamma che rientra al lavoro ha diritto «ai trattamenti economici e normativi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali ed aziendali vigenti alla data del trasferimento, fino alla loro scadenza, salvo che siano sostituiti da altri contratti collettivi applicabili all’impresa del cessionario».

Il Codice aggiunge che la lavoratrice non può essere licenziata per il semplice trasferimento della società: questo, infatti, non è un motivo sufficientemente valido ai fini del recesso dal rapporto di lavoro. Quello che, invece, la dipendente può fare è dimettersi nel caso in cui le sue condizioni di lavoro subiscano una modifica sostanziale nei tre mesi dal trasferimento dell’azienda.

Rientro maternità: si può rifiutare il nuovo lavoro?

Come abbiamo visto, la normativa tutela la dipendente che lavora per una società ceduta mentre era a casa dopo in congedo dopo il parto. Le dà anche la possibilità di dimettersi se vede che le sue mansioni sono cambiate in modo sostanziale nei primi tre mesi dal trasferimento e, come si suol dire, «non si trova più». Ma che succede se proprio dice che non accetta il nuovo ufficio o i compiti che le sono stati assegnati? Il rientro dalla maternità in azienda cessionaria si può rifiutare?

Secondo la Cassazione, no. Anzi: è motivo di licenziamento per giusta causa. Tanto hanno stabilito i supremi giudici in una recente sentenza [2]. Per la Corte, chi dice di no alle nuove mansioni rischia il posto di lavoro perché risulta irrilevante che gli stessi compiti siano stati considerati poco agevoli e vessatori durante il rapporto con l’impresa cedente se non sono mai stati svolti con quella cessionaria.

Per capirci: se l’attività che svolgevi prima della maternità non ti entusiasmava più di tanto, non puoi pretendere che con la nuova società ti vengano assegnate delle mansioni diverse: quello facevi, quello continuerai a fare. Se, però, ti rifiuti in partenza senza averci provato, allora il datore ti può accompagnare alla porta ed inviarti la lettera di licenziamento per giusta causa.

Nel caso preso in esame dalla Cassazione, l’azienda cessionaria aveva inviato ripetutamente delle lettere di richiamo alla lavoratrice affinché ottemperasse ai propri doveri, cosa che la dipendente non avrebbe fatto. A nulla serve, secondo la Cassazione, che la neomamma lamentasse il fatto di essere stata demansionata prima della maternità, poiché si tratta di una situazione che riguardava la vecchia società, non quella nuova. Quello che conta è che nella nuova azienda la lavoratrice si era rifiutata di svolgere qualsiasi mansione.


note

[1] Art. 2112 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 10867/2021 del 23.04.2021.


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