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Spray urticante: è porto abusivo d’armi?

24 Aprile 2021 | Autore:
Spray urticante: è porto abusivo d’armi?

Detenzione di bomboletta al peperoncino in luogo pubblico: quando è reato? Quali caratteristiche deve avere lo spray al peperoncino?

È noto a tutti che la legge italiana è molto severa in materia di detenzione di armi, tanto da sanzionare chiunque possegga uno strumento idoneo ad offendere altri senza la relativa autorizzazione rilasciata dall’autorità di pubblica sicurezza. È altrettanto vero, però, che è possibile acquistare e portare con sé alcuni strumenti di difesa che la legge ritiene liberamente acquistabili in quanto deputati esclusivamente alla protezione personale. Questi strumenti non sono classificati come armi e, pertanto, non necessitano di alcun nulla osta all’acquisto o del porto d’armi per il trasporto. Tra tali mezzi rientra anche il famoso spray al peperoncino. Anche in questo caso, però, bisogna prestare molta attenzione perché basta davvero poco per passare dalla parte del torto.

Quando lo spray urticante è porto abusivo d’armi? Sulla questione si è recentemente espressa la Corte di Cassazione [1] la quale ha stabilito che integra reato portare con sé in luogo pubblico una bomboletta contenente spray urticante che non rispetti le caratteristiche stabilite dalla legge. Quindi, anche se l’acquirente dello strumento di difesa è in buona fede, nel senso che pensa di essere in regola, commette reato andando in giro con un mezzo che non rispetta i requisiti di legge. Se l’argomento ti incuriosisce, prosegui nella lettura: vedremo insieme quando la detenzione di spray urticante costituisce porto abusivo d’armi.

Porto abusivo d’armi: cos’è?

Il porto abusivo d’armi è un reato che punisce chi, senza la licenza richiesta per legge, porta un’arma fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa. La pena è l’arresto fino a diciotto mesi [2].

La norma è molto chiara: non si può portare un’arma fuori del proprio domicilio (o, comunque, del luogo ove è custodita e che risulta dalla denuncia fatta alle autorità), anche se la si detiene legalmente, a meno che non vi sia espressa autorizzazione dell’autorità di pubblica sicurezza, cioè della questura.

Il reato di porto abusivo d’armi scatta anche nell’ipotesi in cui si porta fuori dalla propria abitazione un’arma per cui non è ammessa alcuna licenza. È il caso, ad esempio, delle armi bianche meno consuete, come un pugnale da guerra o una mazza ferrata.

Armi improprie: c’è porto abusivo?

Il reato di porto abusivo di armi che abbiamo sopra spiegato non si estende alle armi improprie, cioè a quelle che, per loro natura, non sono destinate all’offesa della persona, pur potendo nuocere se utilizzate in maniera pericolosa. Sono armi improprie i cacciaviti, i martelli, le asce, i trapani, le catene, i tubi di ferro, ecc.

Insomma, è arma impropria qualsiasi strumento che può essere utilizzato per offendere una persona, pur non essendo questa la sua destinazione naturale.

Andare in giro con un’arma impropria costituisce ugualmente reato, ma non quello di porto abusivo di armi: secondo la giurisprudenza [3], in materia di armi improprie la cui destinazione naturale non è l’offesa alla persona, il porto fuori dalla propria abitazione non sorretto da giustificato motivo è comunque punito, ma con la diversa pena prevista dalla legge, cioè con l’arresto da un mese ad un anno [4].

Spray urticante: quando è legale?

Lo spray urticante è considerato un mero strumento di difesa e, pertanto, non occorre alcuna licenza per il suo acquisto o la sua detenzione.

Lo spray urticante può essere acquistato e portato con sé fuori casa senza alcuna autorizzazione, purché però rispetti le caratteristiche stabilite dalla legge che vedremo di qui a breve.

Lo spray al peperoncino può essere utilizzato solamente in caso di legittima difesa: ciò vuol dire che non può essere adoperato come mezzo d’offesa.

Pistola al peperoncino: cos’è e quand’è legale?

La pistola al peperoncino è una sorta di evoluzione dello spray urticante. La pistola contiene un gel irritante in grado di colpire l’aggressore fino a tre metri di distanza.

Per la pistola al peperoncino non è necessario il porto d’armi, essendo uno strumento di difesa legale, facile da utilizzare e più sicuro del normale spray urticante: a differenza di quest’ultimo, infatti, la pistola può essere utilizzata in qualsiasi ambiente, aperto o chiuso, non essendovi il rischio che, in presenza di determinate condizioni ambientali (vento, pioggia, ecc.), la sostanza urticante potrebbe tornare verso l’utilizzatore.

Spray urticante: quand’è porto abusivo di armi?

Lo spray urticante (così come la pistola al peperoncino) può costituire il reato di porto abusivo d’armi quando lo strumento non rispetta le caratteristiche stabilite dalla legge.

Secondo la sentenza della Suprema Corte citata in apertura, il porto in luogo pubblico di una bomboletta contenente spray urticante che non rispetti i requisiti stabiliti dalla legge fa incorre nel reato di porto abusivo d’armi.

Per la precisione, la normativa di riferimento [5] stabilisce che gli strumenti di autodifesa in grado di nebulizzare una miscela irritante (gli spray al peperoncino, in pratica) devono avere le seguenti caratteristiche:

  • contenere una miscela non superiore a 20 ml;
  • contenere una percentuale di sostanza urticante disciolta non superiore al 10 per cento, con una concentrazione massima di composto chimico irritante (capsaicina e capsaicinoidi) pari al 2,5 per cento;
  • la miscela erogata dal prodotto non deve contenere sostanze infiammabili, corrosive, tossiche, cancerogene o aggressivi chimici;
  • essere sigillati all’atto della vendita e muniti di un sistema di sicurezza contro l’attivazione accidentale;
  • avere una gittata non superiore a tre metri.

Tutti gli strumenti di autodifesa non conformi alle caratteristiche appena elencate devono essere considerate armi a tutti gli effetti, con la conseguenza che esse non possono essere portate con sé.

Di qui il reato di porto abusivo di armi per chi ha con sé una bomboletta spray al peperoncino che non rispetta detti requisiti.


note

[1] Cass., sent. n. 15083 del 21 aprile 2021.

[2] Art. 699 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 46197 del 2 dicembre 2003.

[4] Art. 4, terzo comma, L. n. 110 del 18 aprile 1975.

[5] Decreto Ministeriale n. 103 del 12 maggio 2011.

Autore immagine: canva.com/

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 10 febbraio – 21 aprile 2021, n. 15083

Presidente Iasillo – Relatore Centonze

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza emessa il 23/01/2011 il Tribunale di Milano, per quanto di interesse ai presenti fini, giudicava D.C. colpevole dei reati di cui ai capi 2 (L. 2 ottobre 1967, n. 895, art. 4) e 3 (L. 18 aprile 1975, n. 110, art. 4), accertati a (omissis) , condannando l’imputata alla pena di sette mesi di arresto e 1.100,00 Euro di ammenda.
  2. Con sentenza emessa il 09/04/2019 la Corte di appello di Milano, pronunciandosi sull’impugnazione di D.C. , in riforma della decisione di primo grado, riqualificato il reato di cui al capo 2 della rubrica ex art. 699 c.p., comma 2, rideterminava la pena irrogata all’imputata in sette mesi di arresto.
  3. Da entrambe le sentenze di merito, che divergevano nei termini di cui si è detto, emergeva che il 29/05/2016, nel corso della perquisizione dell’autovettura Fiat Doblò, targata […], posteggiata all’interno del parcheggio del Supermercato […], ubicato a (omissis) , con cui l’imputata e S.D. erano giunti sul posto, veniva trovato uno zainetto dentro il quale si trovavano un coltello con lama pieghevole senza dispositivo di blocco e una bomboletta contenente spray urticante, della cui disponibilità si controverte in questa sede.

Su tali fatti riferiva in dibattimento il teste C.G. , che chiariva le modalità con cui era stato eseguito l’accertamento di polizia giudiziaria da cui traeva origine il presente procedimento, precisando ulteriormente che lo zainetto all’interno del quale venivano trovati gli oggetti in contestazione si trovava nel sedile posteriore del veicolo a bordo del quale l’imputata e S. erano giunti nel parcheggio del supermercato, confermando che gli strumenti offensivi erano nella disponibilità dei due soggetti.

Sulla scorta di tale ricostruzione degli accadimenti criminosi l’imputata D.C. veniva condannata alla pena di cui in premessa.

  1. Avverso tale sentenza D.C. , a mezzo dell’avv. Paolo Carlino, ricorreva per cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto degli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 699 c.p., comma 2, la cui verifica appariva indispensabile ai fini della formulazione del giudizio di responsabilità espresso nei confronti dell’imputata per il reato di cui al capo 2 della rubrica.

Si deduceva, al contempo, che la condanna dell’imputata discendeva dall’erroneo inquadramento della fattispecie di reato contestata al capo 2, così come riqualificata nel giudizio di appello, che, a sua volta, era correlato all’inoffensività della condotta illecita ascritta alla ricorrente e alle potenzialità lesive della bombolette spray controversa, che erano state affermate dalla Corte territoriale milanese in assenza di specifici accertamenti tecnici, che si rendevano necessari per verificare le caratteristiche dello strumento di autodifesa in oggetto.

Le considerazioni esposte imponevano l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso proposta da D.C. è fondato nei termini di seguito indicati.
  2. Osserva preliminarmente il Collegio che, con il ricorso in esame, si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto degli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 699 c.p., comma 2, la cui verifica appariva indispensabile ai fini della formulazione del giudizio di responsabilità penale espresso nei confronti della ricorrente per il reato ascrittole al capo 2 della rubrica.

Tanto premesso, deve rilevarsi che l’assunto difensivo, relativo all’erroneo inquadramento della fattispecie ascritta all’imputata D.C. al capo 2 ex art. 699 c.p., comma 2, e all’inoffensività della relativa condotta illecita, che discendevano dall’incongrua valutazione delle effettive potenzialità lesive delle bombolette spray controversa – sequestrata dentro uno zainetto, posizionato nel sedile posteriore dell’autovettura con cui l’imputata e S.D. erano giunti nel parcheggio del Supermercato […], ubicato a (omissis) – appare fondato, limitatamente alla censura relativa alla configurazione del reato contestato.

Si consideri, in proposito, che la detenzione di bombolette spray contenenti sostanze urticanti a base di oleoresin capsicum è riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 699 c.p. – ascritta a D.C. al capo 2, a seguito della riqualificazione effettuata dalla Corte di appello di Milano -, laddove tali strumenti di autodifesa non rispettino le caratteristiche stabilite dal D.M. 12 maggio 2011, n. 103, art. 1 che individua le condizioni in presenza delle quali è possibile sanzionare la loro detenzione ai sensi della L. 18 aprile 1975, n. 110, art. 2, comma 3. La regolamentazione normativa di tali strumenti si è resa necessaria in ragione del fatto che l’oleoresin capsicum è una sostanza naturale le cui proprietà vasodilatatorie, proprie della capsaicina, provocando l’irritazione delle mucose e degli occhi degli esseri umani, vengono utilizzate per finalità di autodifesa della persona, disciplinate in modo estremamente diversificato nei Paesi Europei.

Con l’introduzione del D.M. n. 203 del 2011, dunque, il Ministero dell’Interno, nella consapevolezza della diversificazione normativa riscontrabile nelle legislazioni del continente Europeo, ha ritenuto necessario individuare le condizioni in presenza delle quali uno strumento di autodifesa, fondato sull’impiego nebulizzante di oleoresin capsicum, può presentare caratteristiche di offensività tali da costituire un pericolo per la pubblica incolumità. In questo modo, il Ministero dell’Interno ha individuato le condizioni per potere ritenere uno strumento di autodifesa fondato sull’impiego di capsaicina – non riconducibile nè alle armi da guerra o tipo guerra nè alle armi comuni da sparo pericoloso per la pubblica incolumità.

Queste connotazioni di offensività – che, al contrario di quanto eccepito dalla difesa della ricorrente, non sono censurabili laddove concretamente accertate, assumendo rilievo penale ex art. 699 c.p. – sono espressamente previste dal D.M. n. 203 del 2011, art. 1, comma 1, a tenore del quale gli strumenti di autodifesa di cui alla L. n. 110 del 1975, art. 2, comma 3,, in grado di nebulizzare una miscela irritante a base di oleoresin capsicum, possono detenersi legittimamente a condizione che presentino le seguenti caratteristiche: “a) contenere una miscela non superiore a 20 ml; b) contenere una percentuale di oleoresin capsicum disciolto non superiore al 10 per cento, con una concentrazione massima di capsaicina e capsaicinoidi totali pari al 2,5 per cento; c) la miscela erogata dal prodotto non deve contenere sostanze infiammabili, corrosive, tossiche, cancerogene o aggressivi chimici; d) essere sigillati all’atto della vendita e muniti di un sistema di sicurezza contro l’attivazione accidentale; e) avere una gittata utile non superiore a tre metri”.

  1. In questa cornice normativa, deve rilevarsi che solo in presenza delle connotazioni di offensività previste dal combinato disposto del L. n. 110 del 1975, art. 2, comma 3, e D.M. n. 203 del 2011, art. 1 che non appaiono concretamente accertate nel caso di specie, la detenzione delle bombolette spray può essere ritenuta illecita, ai sensi dell’art. 699 c.p., conformemente al seguente principio di diritto: “Integra la contravvenzione di porto abusivo di armi, di cui all’art. 699 c.p., il porto in luogo pubblico di una bomboletta contenente “spray” urticante a base di “oleoresin capsicum” che non rispetti le caratteristiche stabilite dal decreto ministeriale 12 maggio 2011 n. 103″ (Sez. 1, n. 14807 del 07/01/2016, Delmastro, Rv. 267284-01; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 1, n. 3116 del 24/10/2011, dep. 2012, Cantieri, Rv. 251825-01).

Tenuto conto di questi parametri normativi, non può rilevare, in senso sfavorevole a D.C. , la circostanza che la bomboletta spray della cui detenzione di controverte, secondo quanto contestato al capo 2, risultava “priva di indicazioni sulla quantità del principio attivo e di indicazioni in lingua italiana”, non concretizzando tale omissione ex se una violazione dell’art. 699 c.p. L’inosservanza delle prescrizioni contenute nel D.M. n. 203 del 2011, art. 2 infatti, non concretizza alcuna violazione dell’art. 699 c.p., per la cui configurazione, come detto, occorre fare applicazione del combinato disposto della L. n. 110 del 1975, art. 2, comma 3, e D.M. n. 203 del 2011, art. 1, comma 1, che prefigura una condotta illecita ancorata alle caratteristiche di offensività degli strumenti di autodifesa fondati sull’uso di capsaicina – su cui si imponeva un accertamento giurisdizionale da parte dei Giudici di merito milanesi, non riscontrabile nel caso in esame -, rispetto alle quali l’omissione delle prescrizioni di cui all’art. 2 dello stesso decreto appare priva di rilevanza penale.

Nè è dubitabile che l’illiceità della detenzione di bombolette contenenti spray urticante a base di oleoresin capsicum è subordinata alla verifica giurisdizionale delle connotazioni di offensività di tali strumenti di autodifesa, che prescinde dall’osservanza delle prescrizioni contenute nel D.M. n. 203 del 2011, art. 2. Tali conclusioni, a ben vedere, discendono dalla ratio della L. n. 110 del 1975, art. 2, comma 3, che ancora inequivocabilmente il giudizio di illiceità relativo agli oggetti ivi disciplinati alla loro potenzialità offensiva, ritenuta foriera di un pericolo per la pubblica incolumità, affermando che non sono “armi gli strumenti ad aria compressa o gas compresso a canna liscia e a funzionamento non automatico, destinati al lancio di capsule sferiche marcatrici biodegradabili, prive di sostanze o preparati di cui al D.Lgs. 3 febbraio 1997, n. 52, art. 2, comma 2, che erogano una energia cinetica non superiore a 12,7 joule, purché di calibro non inferiore a 12,7 millimetri e non superiore a 17,27 millimetri (…)”.

  1. Le considerazioni esposte impongono l’annullamento della sentenza impugnata, limitatamente al reato di cui al capo 2 della rubrica, con il conseguente rinvio per nuovo giudizio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano, che dovrà essere eseguito nel rispetto dei principi di diritto che si sono enunciati.

Il ricorso proposto nell’interesse di D.C. , nel resto, deve essere dichiarato inammissibile.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo 2 e rinvia per nuovo giudizio sul punto ad altra Sezione della Corte di appello di Milano.

Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.


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