Diritto e Fisco | Articoli

Violazione accordo separazione consensuale

27 Aprile 2021
Violazione accordo separazione consensuale

Che succede se un coniuge si rimangia la parola data e non rispetta gli accordi presi in sede di separazione anche in vista del successivo divorzio?

Una separazione consensuale è sempre meglio di una giudiziale: non solo perché accelera i tempi e riduce i costi, ma anche perché azzera l’attrito tra due persone che, nel bene o nel male, continueranno ad avere rapporti in futuro, quantomeno per la gestione dei figli e le questioni alimentari. Peraltro, dopo una separazione consensuale si può chiedere il divorzio già dopo sei mesi (e non dopo un anno, come negli altri casi).

Attenzione però: la legge non ammette, almeno in sede di separazione, i patti con valore “vita natural durante”. Per cui, anche in caso di violazione dell’accordo stretto con la separazione consensuale, non c’è modo di difendersi. A chiarire questo fondamentale aspetto è stata una recente ordinanza della Cassazione [1]. 

La Corte ammonisce: solo con il divorzio è possibile impegnarsi definitivamente. Viceversa, tutte le intese strette all’atto della separazione cessano e possono essere riviste con il successivo procedimento di divorzio, a prescindere da ciò che si era concordato. 

Un esempio pratico renderà meglio quale grossa implicazione pratica ha questo principio e, quindi, cosa succede in caso di violazione dell’accordo di separazione consensuale.

Immaginiamo che un uomo e una donna si separino consensualmente. I due riescono a trovare un’intesa per evitare la causa. La donna rinuncia per sempre all’assegno di mantenimento in cambio della proprietà di una casa. La coppia si reca così in tribunale e sottoscrive l’accordo che poi viene trascritto nei pubblici registri per il trasferimento della titolarità dell’immobile. Senonché, dopo sei mesi, quando è il momento di procedere al divorzio, l’ex moglie ha un ripensamento: la gestione dell’immobile è costosa e richiede dei redditi che lei non ha; così si decide a domandare all’uomo un contributo mensile di 300 euro. Il marito chiaramente si oppone e contesta la violazione dell’accordo già stretto in sede di separazione consensuale. Chi dei due ha ragione?

Ebbene, secondo la Cassazione, nel caso di specie, la donna non è tenuta a rispettare gli accordi firmati in precedenza. E ciò perché, in una causa relativa alla spettanza dell’assegno di divorzio, il giudice non può rimettersi a quanto pattuito dai coniugi in sede di separazione consensuale. Infatti, tali accordi se destinati a regolare (anche) l’assegno divorzile sono invalidi (per illiceità della causa). I diritti in materia matrimoniale sono «indisponibili», ossia non vi si può rinunciare. Sicché, tutte le eventuali intese volte a limitarli sono nulle.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Si pensi anche al caso di un marito che accetti di versare, con la separazione, un assegno una tantum, ossia in un’unica soluzione, ma che debba poi fare nuovamente i conti con il giudice perché, in sede di divorzio, l’ex moglie insoddisfatta richiede di più. Anche in questo caso, l’uomo soccomberà perché tutti gli accordi stretti in sede di separazione consensuale possono sempre essere rivisti all’atto del divorzio. E, in ultimo, si pensi anche all’ipotesi di una coppia che convenga la corresponsione di una rendita vitalizia, anche questa “carta straccia” al momento del divorzio.

Insomma, il principio affermato dalla Cassazione è piuttosto chiaro: gli accordi stretti in sede di separazione consensuale valgono solo sino al divorzio. Con il divorzio, invece, tutto può essere rimesso in discussione ed è possibile rivendicare qualcosa “in più” o “in meno”, a seconda della situazione economica sussistente in quel momento. Il giudice, quindi, dovrà ritenere ormai superati i patti stretti con la separazione consensuale per dar vita a un nuovo regolamento di interessi tra gli ex coniugi.

Da tale regola si ricava anche un importante insegnamento: è bene che i coniugi sappiano che gli accordi della separazione hanno solo valore transitorio. Ed è pertanto consigliabile non dare ad essi alcun valore definitivo. Pertanto, eventuali rinunce al mantenimento, trasferimenti di proprietà di beni immobili o corresponsione di assegni una tantum dovranno preferibilmente avvenire solo in sede di divorzio, perché è lì che diventeranno definitivi e per sempre vincolanti. Nel frattempo, ossia nel periodo intercorrente tra separazione e divorzio, bisognerà accontentarsi di una regolamentazione transitoria dei rispettivi interessi economici.  


note

[1] Cass. ord. n. 11012/21 del 26.04.20201.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube