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Riforma concorsi: quanto vale la laurea?

28 Aprile 2021 | Autore:
Riforma concorsi: quanto vale la laurea?

Se prima il titolo universitario serviva come sbarramento, ora insieme all’esperienza professionale ha un peso sul punteggio fino ad un terzo.

Con la riforma dei concorsi pubblici voluta e attuata da Renato Brunetta, il titolo universitario ha un ruolo più rilevante rispetto al passato. Non occorre farsi ingannare da quanto stabilito dall’articolo 97 della Costituzione, quello che recita: «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge». Prendendo alla lettera questo articolo, sembrerebbe che l’unica cosa che conta in un concorso è la capacità del candidato di rispondere correttamente a quanto gli viene chiesto, indipendentemente dal suo percorso accademico. Invece non è così. Dopo la riforma dei concorsi, quanto vale la laurea?

Brunetta ha voluto mettere insieme titoli universitari ed esperienza professionale in una delle componenti che portano al punteggio finale di un concorso pubblico. Vediamo come funzionava prima il sistema e come funziona ora.

Concorsi pubblici: quanto contava la laurea prima?

Prima della riforma Brunetta, la laurea – almeno in teoria – contava poco o niente sul punteggio di un concorso pubblico. Diciamo che la sua utilità ai fini della prova (non certo per quanto riguarda la formazione del candidato) si limitava ad essere una specie di soglia di sbarramento: se sei laureato o se hai alle spalle un determinato percorso accademico, puoi partecipare. Altrimenti, dovrai scegliere un altro concorso.

Non solo contava il fatto di avere la laurea, ma era importante anche il punteggio ottenuto: in alcune selezioni, infatti, veniva chiesto un voto minimo per potervi partecipare. Procedura che il Tar del Lazio, come altri tribunali, ha dichiarato legittima con una pronuncia del 2019.

Limitando la laurea a questo ruolo si evitavano possibili discriminazioni tra chi aveva il famoso «pezzo di carta» in mano e chi non aveva concluso (o non aveva proprio mai fatto) gli studi all’università ma si era preparato a dovere per il concorso.

Concorsi pubblici: quanto conta ora la laurea

Con la riforma Brunetta, la laurea e l’esperienza professionale avranno un peso sul punteggio finale in un concorso pubblico pari al massimo ad un terzo. Quindi, il fatto di avere un titolo universitario – questa è la vera novità –conterà non soltanto per poter accedere al concorso laddove richiesto ma anche per ottenere un punteggio più alto che potrebbe valere l’accesso al lavoro.

Nello specifico, il decreto firmato da Brunetta prevede la sostituzione delle prove preselettive con la valutazione dei titoli universitari. Parallelamente, prima di stilare la graduatoria finale, si tiene in considerazione anche l’esperienza professionale pregressa.

Va da sé, come abbiamo già avuto modo di scrivere ai tempi in cui si iniziò a parlare di questa riforma, che un’impostazione di questo tipo rischia di creare una discriminazione non da poco. Primo, perché non è detto che un laureato sia in grado a priori di superare più brillantemente una prova rispetto a chi la laurea non ce l’ha ma si è preparato per il concorso con il dovuto zelo. Non è detto nemmeno che un laureato sia capace di lavorare meglio di una persona che non ha frequentato l’università ma che ha la voglia, la passione e la preparazione acquisita in un altro modo per meritare lo stesso posto di lavoro.

E poi perché dare un peso all’esperienza professionale pregressa significa favorire chi il mondo del lavoro già lo frequenta da tempo e «tagliare le gambe» a chi si prepara da tempo per superare un concorso che gli dia un’opportunità e gli consenta di rendersi autonomo.

La giustificazione espressa a suo tempo da Brunetta come ministro della Pubblica Amministrazione fu la seguente: la riforma dei concorsi pubblici è necessaria a dotare le amministrazioni dei profili professionali indispensabili a realizzare le riforme finanziate con il Recovery plan. In altre parole: per fare quel che dobbiamo fare ci servono determinate persone.

In questo contesto, aggiunse Brunetta, «la riforma è l’occasione per restituire ai percorsi formativi l’importanza che meritano: crediamo sia una spinta per far tornare i nostri giovani a credere nel valore dello studio e dell’impegno. Un’inversione di marcia tanto più necessaria ora che riprenderanno le selezioni pubbliche dopo anni di blocco del turnover. Lungi da me la volontà di penalizzare i giovani». Concluse Brunetta: «La chance a tutti non può, però, essere un terno al lotto: ognuno deve poter fare un suo percorso di accesso alla Pubblica Amministrazione in ragione del suo patrimonio formativo».



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