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Chiusura sede di lavoro e trasferimento: cosa fare?

21 Agosto 2021
Chiusura sede di lavoro e trasferimento: cosa fare?

Il datore di lavoro può trasferire un dipendente solo a fronte di comprovate esigenze.

Hai ricevuto una lettera con cui vieni informato che tra due mesi dovrai trasferirti in una nuova sede di lavoro. L’unità produttiva di destinazione è ad oltre 200 km dalla tua residenza e questo cambiamento ti crea molti problemi personali e familiari. Ti chiedi come puoi tutelare i tuoi interessi. Ricevere una comunicazione di trasferimento in una sede lontana da casa è, sicuramente, un cambiamento molto forte nella vita di una persona. Per questo il lavoratore, in caso di chiusura sede di lavoro e trasferimento, si chiede: «Cosa fare?».

La legge offre degli strumenti di tutela al dipendente contro i trasferimenti arbitrari proprio in considerazione dello sconvolgimento esistenziale che una simile decisione aziendale determina. Come vedremo, tuttavia, quando il luogo di lavoro di origine viene chiuso ci sono ben pochi margini per contestare la scelta del datore di lavoro. Vediamo perché.

Sede di lavoro: cosa si intende?

La sede di lavoro è un elemento essenziale della lettera di assunzione poiché indica al dipendente il luogo in cui dovrà recarsi, durante l’orario di lavoro, per svolgere l’attività lavorativa prevista dal contratto di impiego.

La maggior parte di coloro che cercano un posto di lavoro aspirano a trovarlo nei pressi della propria residenza; non sono molte le persone disposte a mollare tutto per accettare una proposta di impiego in una città lontana dalla propria.

Sede di lavoro: può essere modificata?

Durante il corso del rapporto di lavoro, la sede lavorativa può subire delle modifiche. Innanzitutto, il datore di lavoro potrebbe avere la necessità di inviare, temporaneamente, il dipendente a lavorare presso un luogo diverso da quello indicato nel contratto. In questo caso, si parla di trasferta o missione, ossia, di un cambiamento solo momentaneo del luogo di svolgimento della prestazione lavorativa.

Quando, invece, l’azienda modifica in modo definitivo la sede di lavoro cui è assegnato il dipendente si parla di trasferimento. Questo cambiamento unilaterale del contratto è possibile solo se sussistono comprovate esigenze tecniche, organizzative e produttive aziendali [1].

Trasferimento: quali requisiti?

Il trasferimento, soprattutto quando il dipendente viene assegnato ad una sede di lavoro notevolmente distante da quella di origine, è un provvedimento che incide in modo profondo nella vita del lavoratore e della sua famiglia. Per questo la legge richiede, come abbiamo visto, la presenza di comprovate esigenze tecniche, organizzative e produttive aziendali.

In particolare, il datore di lavoro deve poter dimostrare:

  • che quel dipendente non era più necessario nella sede di origine;
  • che le competenze di quel lavoratore erano richieste nel luogo di lavoro di destinazione;
  • che, nella scelta del dipendente da trasferire, sono stati seguiti criteri oggettivi ispirati alla correttezza e buona fede contrattuale.

Inoltre, i Ccnl prevedono, molto spesso, ulteriori garanzie a tutela del lavoratore trasferito tra cui, ad esempio:

  • l’obbligo di rispettare un determinato preavviso nella comunicazione del trasferimento;
  • l’obbligo di erogare al lavoratore trasferito determinati indennizzi economici.

Trasferimento: cosa può fare il lavoratore?

Quando riceve la lettera di trasferimento il lavoratore, anche considerando lo stravolgimento della propria vita che questa decisione comporta, si chiede cosa può fare per opporsi a questo provvedimento.

Innanzitutto, occorre chiarire che non è consigliabile rifiutare il trasferimento: secondo la Cassazione [2], infatti, il lavoratore deve prendere servizio nella sede di destinazione anche se considera illegittima la modifica della propria sede di lavoro.

È, però, possibile impugnare il trasferimento seguendo un duplice passaggio:

  1. entro 60 giorni dalla ricezione della lettera di trasferimento, occorre inviare una comunicazione al datore di lavoro con cui si impugna il provvedimento aziendale;
  2. nei successivi 180 giorni, occorre depositare presso la cancelleria del giudice del lavoro il ricorso per l’impugnazione del trasferimento.

Se il giudice accerterà che non vi sono ragioni oggettive alla base della decisione aziendale, il trasferimento verrà annullato e il lavoratore riassegnato alla sede di origine.

Chiusura sede di lavoro e trasferimento: cosa fare?

In alcuni casi, il trasferimento deriva dalla decisione aziendale di chiudere la sede di origine e di assegnare i dipendenti che vi lavoravano ad un’altra unità produttiva. In casi come questo, è molto difficile contrastare il trasferimento perché la completa chiusura della sede rappresenta, senza dubbio, una ragione oggettiva che giustifica il cambiamento del luogo di lavoro, anche per evitare il licenziamento.

Se il lavoratore non ha intenzione di trasferirsi, occorre valutare la possibilità di chiudere il rapporto di lavoro. Si deve, infatti, considerare che la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del trasferimento in una sede di lavoro ubicata a oltre 50 km dalla residenza del dipendente e raggiungibile mediamente in più di 80 minuti di tempo con i mezzi pubblici, consente comunque al lavoratore (se ricorrono tutti gli altri presupposti di legge) di ottenere l’indennità di disoccupazione Naspi e di accedere, dunque, ad una tutela economica per un massimo di due anni dalla cessazione del rapporto.


note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Cass. n. 11408 dell’11.05.2018.


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