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Il giudice può esprimersi prima della sentenza?

2 Maggio 2021
Il giudice può esprimersi prima della sentenza?

Imparzialità impone che il giudice non dica qual è il suo giudizio prima di scrivere la sentenza. 

Avete mai provato a chiedere a un giudice, nel corso di un’udienza, come vede la questione e quale idea si è fatto? Provate a domandargli quale potrebbe essere il probabile esito della causa e quale il contenuto della sentenza. Non vi risponderà. Anzi, risulterà visibilmente infastidito dalla vostra domanda. E non perché voglia fare il sostenuto, ma perché la legge glielo vieta. Insomma, gli state chiedendo qualcosa di illegale. Il giudice non può esprimersi prima della sentenza. 

Questa affermazione vi sembrerà strana. «Ma come!», direte: «Se le parti sapessero in anticipo quale potrebbe essere l’esito del giudizio, forse porrebbero fine anticipatamente alla controversia, con beneficio anche per la spesa pubblica». Del resto, è a tutti noto che lo Stato è sempre alla ricerca di espedienti che possano alleggerire il carico giudiziario, come ad esempio la mediazione e le varie conciliazioni. Ed allora vi chiederete: perché il giudice non può esprimersi prima della sentenza? La risposta ve la fornisce una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite [1].

Secondo la Corte, il giudice che, anche tramite semplici allusioni o espressioni, anticipi il giudizio, non può ritenersi imparziale. Del resto, solo all’esito del giudizio si può sapere davvero quale delle due parti ha ragione o torto (nel processo civile) o se l’imputato è davvero colpevole (nel processo penale). E questo perché la causa termina solo nel momento in cui tutti i fascicoli delle parti vengono “chiusi” e rimessi al giudice affinché scriva la sentenza. Fino a quel momento, uno degli avvocati potrebbe commettere un errore che potrebbe costargli la vittoria. Tanto per fare un esempio (valevole nel processo civile), se il magistrato dovesse anticipare quello che sarà il suo giudizio starebbe indirettamente compiendo un atto a svantaggio di una delle due parti, spingendola magari a indietreggiare nel timore di perdere ed essere così condannata alle spese processuali. 

Inoltre, manifestare un convincimento prima della parola “fine” del processo potrebbe essere indice di pregiudizio e quindi di parzialità del giudice, di certo incompatibile con la sua natura di organo terzo e imparziale. Non si può giudicare prima di avere tutte le carte sul tavolo. E le carte sono tutte sul tavolo solo al termine del processo. 

Questo fatto – ossia che il giudice non può esprimersi prima della sentenza – è tanto vero che, nel processo penale, è possibile chiedere la ricusazione del giudice, ossia la sua sostituzione, se questi si “sbilancia” prima della decisione e lascia intuire a una delle parti il proprio parere sull’esito della causa o del processo. 

Premesso che l’imparzialità di un giudice si presume fino a prova contraria, secondo la Cassazione la mancanza di imparzialità oggettiva si realizza quando la valutazione richiesta al giudice, o le espressioni concretamente utilizzate, implichino una sostanziale anticipazione del giudizio. Ciò presuppone, però, che ricorrano sempre circostanze di fatto concrete che autorizzino a pensare che il giudice si sia già fatta un’opinione sull’esito del processo civile o penale (in questo caso, sull’esistenza del delitto e la consapevolezza dell’imputato).  

Ebbene, ai sensi dell’articolo 37 del Codice di procedura penale, il giudice può essere ricusato se nell’esercizio delle funzioni e prima che sia pronunciata sentenza, ha manifestato indebitamente il proprio convincimento sui fatti oggetto dell’imputazione. 

A livello normativo, a stabilire il divieto per il giudice di pronunciarsi nel corso del processo è l’articolo 37 del Codice di procedura penale che la Cassazione [1] ha ritenuto da estendersi in via analogica anche al processo civile (per il quale una norma simile non esiste).

Molto spesso, la pratica è diversa dalla teoria. Nelle cause civili, avviene non poche volte che il magistrato faccia comprendere alle parti, se non proprio il suo convincimento, quali sono i punti di debolezza delle rispettive difese, anche al fine di spingere per una soluzione transattiva. 


note

[1] Cass. 27 dicembre 1996, n. 11505.


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