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Separazione: il figlio lavoratore va mantenuto?

2 Maggio 2021
Separazione: il figlio lavoratore va mantenuto?

Figli di genitori divorziati: quando spettano gli alimenti e quando invece l’acquisizione di un contratto di lavoro fa perdere il diritto al mantenimento.  

Con una recente ordinanza, la Cassazione [1] ha stabilito la cessazione del diritto al mantenimento in capo al giovane che ha ormai raggiunto l’abilitazione professionale a seguito dell’esame di Stato, a prescindere dalla prova dell’acquisizione di un proprio pacchetto di clienti e, quindi, dell’effettiva indipendenza economica. La pronuncia pone di nuovo l’eterna domanda: in caso di separazione, il figlio lavoratore va mantenuto? Cosa si intende per «lavoratore»? Un contratto part-time o a tempo determinato fa venir meno l’obbligo per i genitori di versare gli alimenti ai ragazzi? E cosa succede invece se questi hanno solo un contratto di apprendistato o di formazione? 

L’obbligo dei genitori di mantenimento dei figli

La legge è molto generica: i genitori devono mantenere i figli fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica; fino a quel momento, devono garantire loro lo stesso tenore di vita di cui godevano quando ancora vivevano con il padre e la madre. Un impegno duraturo che, tuttavia, richiede dall’altro lato un comportamento attivo del figlio: questi non può limitarsi ad attendere che il lavoro gli piova dal cielo ma deve formarsi o attivarsi nella ricerca di un posto. Diversamente, lo stato di disoccupazione determinato da inerzia fa venir meno il diritto al mantenimento. 

Il punto più critico di tale disciplina è stabilire quando la disoccupazione deriva da inerzia e quando invece dalle note difficoltà occupazionali imputabili al mercato, di cui certo non si può dare la colpa al giovane. Di qui un orientamento ormai stabile assunto dalla Cassazione: tanto più il ragazzo si avvicina all’età di 30-35 anni (a seconda del percorso di studi intrapreso), tanto più si può presumere che l’assenza di un lavoro sia dovuta a sua colpa. Raggiunta dunque tale soglia di età, il figlio – lavoratore precario o disoccupato – perde l’assegno mensile del genitore.

Qui di seguito citeremo alcune delle più importanti e recenti pronunce che hanno chiarito se e quando, in caso di separazione, il figlio lavoratore va mantenuto. Ma procediamo con ordine. 

Quando il figlio lavoratore non va mantenuto

Ai due estremi della disciplina ci sono i casi del figlio disoccupato, che va mantenuto, e di quello che ha ottenuto un posto di lavoro che, invece, da quello stesso giorno, perde il diritto al mantenimento e ha l’obbligo di informare di ciò il genitore tenuto a versargli il mantenimento, affinché questi ricorra al giudice e ottenga un provvedimento che revochi l’obbligo di pagamento. 

C’è poi il caso del figlio lavoratore che, dopo poco, perde il posto di lavoro per una ragione a lui non imputabile (ad esempio, il fallimento dell’azienda). In tali casi, come chiarito dalla giurisprudenza, il diritto al mantenimento non resuscita: questo infatti, una volta raggiunta l’indipendenza economica, cessa per sempre, a prescindere dalle successive vicende che coinvolgono il giovane. Lo stesso dicasi nel caso di negativo andamento di un’iniziativa privata autonoma: anche in tale ipotesi, non si ha reviviscenza dell’obbligo del genitore al mantenimento. Perdere il lavoro non fa infatti risorgere il diritto al mantenimento [2]. 

Quando il figlio non lavoratore non va mantenuto

Il fatto di non lavorare non giustifica sempre il diritto al mantenimento. Storica e decisiva è stata la sentenza della Cassazione [3] che ha decretato la perdita del diritto agli alimenti per ingiustificato rifiuto, da parte di un ragazzo, di un’offerta lavorativa ritenuta “non in linea” con il proprio percorso di studi. I giovani devono tenere conto dell’attuale situazione del mercato, non potendo restare a vita a carico dei genitori. Non a tutti, del resto, è data la fortuna di realizzarsi lavorativamente raggiungendo l’impiego dei propri sogni. Così la Corte ha detto che «In tema di assegno di mantenimento, il titolo di studio – un diploma di laurea, in questo caso – non può giustificare la decisione di respingere offerte di lavoro considerandole non all’altezza».

Come chiarito in un’altra occasione dalla stessa Cassazione [4], «Il figlio divenuto maggiorenne ha diritto al mantenimento a carico dei genitori soltanto se, ultimato il prescelto percorso formativo scolastico, dimostri, con conseguente onere probatorio a suo carico, di essersi adoperato effettivamente per rendersi autonomo economicamente, impegnandosi attivamente per trovare un’occupazione in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro, se del caso ridimensionando le proprie aspirazioni, senza indugiare nell’attesa di una opportunità lavorativa consona alle proprie ambizioni».

Il figlio disoccupato che chiede l’assegno di mantenimento deve provare non solo la mancanza di indipendenza economica – che è la precondizione del diritto preteso – ma di avere curato, con ogni possibile impegno, la propria preparazione professionale o tecnica e di avere, con pari impegno, operato nella ricerca di un lavoro [5]. 

Il figlio lavoratore non va mantenuto

Il figlio che abbia completato il suo percorso di qualificazione professionale, sia sano, sia giovane e sia già entrato nel mondo del lavoro può considerarsi autonomo. Quindi, perde definitivamente il diritto al mantenimento. 

La Cassazione ha ritenuto che il figlio studente universitario, ma con un lavoro part-time a tempo indeterminato, non ha più diritto al mantenimento del padre [6].

Di diverso avviso la giurisprudenza quando invece si parla di apprendistato. Secondo il tribunale di Roma [7], «In tema di assegno di mantenimento per il figlio (il quale non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura immutato finché il genitore interessato non provi che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica), la mera prestazione di lavoro da parte del figlio occupato come apprendista non è di per sé tale da dimostrarne la totale autosufficienza economica, atteso che il complessivo contenuto dello speciale rapporto di apprendistato (caratterizzato dall’obbligo di istruzione professionale a carico dell’imprenditore, nonché dalla riduzione del tempo di lavoro per effetto della riserva di ore destinate all’insegnamento complementare, si distingue sotto vari profili, anche retributivi, da quello degli ordinari rapporti di lavoro subordinato».

Il conseguimento di una borsa di studio per un dottorato di ricerca non integra il requisito dell’indipendenza economica [8].

Secondo la Cassazione, «L’obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest’ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica; il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una borsa di studio (nella specie, di 800 euro mensili) correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell’introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario».


note

[1] Cass. ord. n. 11472/21 del 30.04.2021.

[2] Cass. sent. n. 3163/2021.

[3] Cass. sent. n. 5932/21 del 4.03.2021.

[4] Cass. sent. n. 29779/2020.

[5] Cass. sent. n. 17183/2020.

[6] Cass. sent. n. 1116/2020: «Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni (nella specie, la Corte ha ritenuto che l’iscrizione all’università non può bastare per sancire il diritto del figlio a percepire il contributo economico del padre. Rilevante il fatto che il ragazzo avesse allo stesso tempo un contratto di lavoro a tempo indeterminato, seppur part-time)».

[7] Trib. Roma, sent. del 18.05.2020.

[8] Cass. sent. n. 1448/2020: «Il genitore separato è tenuto a concorrere al mantenimento del figlio sino al raggiungimento dell’autosufficienza economica di questo. In tale prospettiva, il conseguimento di una borsa di studio correlata ad un dottorato di ricerca, “sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell’introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario”, non è in grado di integrare il requisito della indipendenza economica».

[9] Cass. sent. n. 2171/2012.


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