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Figlio diventato avvocato: ha diritto al mantenimento?

4 Maggio 2021 | Autore:
Figlio diventato avvocato: ha diritto al mantenimento?

Il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio della professione forense basta per dire stop all’assegno mensile versato dai genitori?

I genitori hanno il dovere di mantenere i figli, ma non per sempre. Quando essi diventano maggiorenni, l’obbligo si affievolisce. Perdura ancora fino a quando non completano gli studi e si affacciano sul mondo del lavoro. Ma un figlio diventato avvocato ha diritto al mantenimento?

Qui il discorso si fa più complesso: il percorso formativo è stato brillantemente completato, tant’è che il giovane ha ottenuto l’abilitazione ad esercitare la professione forense. Molti pensano che essa sia sempre lucrosa, ma in realtà non è così. Specialmente nei primi anni, il neo-avvocato fatica parecchio ad inserirsi nel mondo professionale. I guadagni sono pochi, come dimostrano tutte le statistiche in materia, comprese quelle ufficiali: più della metà dei professionisti iscritti a Cassa forense, la previdenza degli avvocati, dichiara un reddito inferiore a 5mila euro all’anno. Sono proprio i giovani quelli che guadagnano meno.

E allora per capire se il figlio diventato avvocato ha diritto al mantenimento entrano in gioco parecchie variabili. Ma la Cassazione sposa la linea dura e tiene conto dell’età raggiunta e del titolo abilitante conseguito: così con una nuova sentenza [1] ha detto stop all’assegno mensile versato dal padre separato.

Obbligo di mantenimento figli maggiorenni

La Costituzione italiana [1] impone ai genitori l’obbligo di «mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio». Il Codice civile [2] specifica questo dovere, precisando che deve esplicarsi «nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni».

Perciò, l’obbligo di mantenimento dei figli non cessa quando essi diventano maggiorenni, ma perdura fino a quando essi non raggiungono l’indipendenza economica, cioè nel momento in cui trovano un lavoro adatto a garantirgli un reddito stabile.

Mantenimento figli maggiorenni: fino a quando?

Dopo aver assodato che l’obbligo di mantenere i figli non viene meno al compimento dei 18 anni di età, bisogna fare i conti con la realtà. Molti giovani dopo le scuole superiori proseguono gli studi per arrivare ad una laurea e, in tali casi, i genitori hanno il dovere di assecondare le loro aspirazioni, sostenendoli economicamente durante questo lungo percorso formativo.

Questo dovere, però, non è automatico: la Corte di Cassazione [3] di recente ha precisato che il figlio maggiorenne e ancora studente ha diritto al mantenimento soltanto se si impegna negli studi e, al termine di essi, si attiva per trovare un’occupazione, dunque per rendersi economicamente autonomo.

Si tratta di un fondamentale principio di autoresponsabilità, che la Suprema Corte aveva già sancito [4]: mentre il minorenne (o il maggiorenne disabile, che è equiparato) ha sempre diritto al mantenimento da parte dei genitori, il maggiorenne deve dimostrare di essere in condizioni tali da dover essere ancora assistito economicamente. Questo onere della prova a carico del figlio è più pesante col crescere dell’età: il figlio adulto è costretto a giustificare la sua perdurante situazione di insufficienza economica.

Mantenimento del figlio divenuto professionista abilitato

Al termine del ciclo di studi universitari, si può ottenere subito una laurea professionalizzante oppure una semplice condizione di accesso ad un titolo che, come nel caso della laurea in giurisprudenza, richiede ai futuri avvocati un praticantato di 18 mesi ed il superamento di un esame di Stato per conseguire l’abilitazione all’esercizio della professione.

Qui vengono in gioco i principi che abbiamo delineato: al figlio divenuto professionista abilitato il mantenimento non spetta più, come ha affermato espressamente la Cassazione in una nuova pronuncia [5] relativa ad un giovane avvocato di 32 anni.

In quel caso, la raggiunta abilitazione allo svolgimento della professione forense è stata ritenuta condizione sufficiente per far cadere il diritto a ricevere l’assegno di mantenimento dal padre separato. Nella decisione ha pesato anche il fatto che il giovane era già in possesso di disponibilità economiche proprie, come dimostrato dal possesso di due autovetture e dall’intestazione di una ditta individuale.

Mantenimento del figlio diventato avvocato: spetta ancora?

Molto spesso, il conseguimento del titolo abilitante allo svolgimento della professione forense non è garanzia di guadagni sufficienti. Ma la giurisprudenza più recente segue la strada tracciata dalla Corte di Cassazione e tende ad affermare sempre più il principio dell’autoresponsabilità dei figli, anche quando essi non hanno ancora raggiunto l’effettiva indipendenza economica.

In sostanza, si vuole bandire ogni forma di assistenzialismo o, peggio, di parassitismo, da parte dei figli maggiorenni fannulloni o considerati tali: infatti, quando si superano i 30 anni di età l’onere della prova si ribalta ed è chi vuole ancora essere mantenuto a dover dimostrare in concreto che sussistono le condizioni che giustificano la permanenza di tale obbligo in capo ai genitori.

D’altronde, è vero che un figlio diventato avvocato ha dimostrato di essersi impegnato proficuamente per raggiungere il proprio obiettivo professionale e, quindi, non può essere tacciato di negligenza; ma gli sarà difficile riuscire a provare di non essere in grado di mantenersi svolgendo la libera professione, specialmente se i genitori si oppongono a versargli ancora un contributo economico.

Nei casi di contestazione, sarà compito del giudice [6] valutare nel merito se sussistono o meno le condizioni per consentire al figlio già adulto e in grado, ormai, di fregiarsi del prestigioso titolo di avvocato, di beneficiare ancora dell’assegno di mantenimento. Con una conseguenza paradossale: il figlio avvocato potrebbe fare causa ai genitori che gli chiudono il rubinetto finanziario, sostenendo il suo diritto ad essere ancora mantenuto e difendendosi da sé nel giudizio contro mamma e papà.

Per approfondire leggi anche: “Mantenimento figlio maggiorenne: fino a quando?” e “Mantenimento figlio maggiorenne: quando cessa l’obbligo“.


note

[1] Cass. ord. n. 11472 del 30.04.2021.

[2] Art. 30 Cost.

[3] Art. 147 Cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 29779 del 29.12.2020.

[5] Cass. ord. n. 17183 del 14.08.2020.

[6] Art. 337 septies Cod. civ.

Autore immagine: canva.com/

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 28 gennaio – 30 aprile 2021, n. 11472
Presidente Scotti – Relatore Meloni

Fatti di causa

La Corte di Appello di Lecce con sentenza in data 25/6/2019 pronunciando nel giudizio di divorzio tra i coniugi C.A. e P.M. ha parzialmente riformato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Lecce di dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio, ponendo a carico di C.A. l’obbligo di corrispondere 400,00 Euro mensili direttamente alla figlia D. revocando l’assegno di mantenimento all’ex-coniuge ed all’altra figlia F. maggiorenne e autosufficiente, convivente con la madre P.M. alla quale la Corte ha assegnato la casa coniugale.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso in cassazione P.M. , e C.F. affidato a due motivi e memoria. C.A. resiste con controricorso.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo di ricorso, le ricorrenti denunciano nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e dell’art. 156 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto il giudice territoriale, senza tener conto delle situazioni economiche delle parti, non aveva posto alcun assegno di mantenimento a carico del C. per la moglie P.M. .
Con il secondo motivo di ricorso le ricorrenti denunciano nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e lamentano omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere il giudice di merito ritenuto la figlia F. autosufficiente perché avvocato abilitata all’esercizio della professionale forense mentre, al contrario, non risultava provato in alcun modo che la figlia F. , benché avvocato, avesse raggiunto la propria indipendenza economica e pertanto, al pari dell’altra figlia, non poteva essere ritenuta autosufficiente.
Il ricorso proposto è infondato e deve essere respinto in ordine ad entrambi i motivi: infatti la Corte ha ampiamente motivato, ben oltre il “minimo costituzionale”, sia in ordine all’assegnazione della casa coniugale ed all’obbligo di pagamento dell’assegno di 400,00 Euro per la figlia D. stante la mancanza di autonomia economica della predetta sia in ordine all’assegno di mantenimento di 200,00 Euro in favore dell’ex coniuge P.M. , di anni 52, assegnataria della casa coniugale. A tal riguardo deve essere confermata la statuizione dei giudici di merito considerato che la predetta svolge attività lavorativa come cuoca con redditi accertati e dichiarati di circa 10.074,00 annui a fronte dei 24.800,00 del marito.
La pronuncia impugnata merita di essere confermata sulla base della pronuncia delle Sezioni Unte di questa Corte (Sez. U, n. 18287 del 11/07/2018) secondo la quale “Il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto. La funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.
Appare altresì infondato il motivo inerente la richiesta di assegno di mantenimento dell’altra figlia F. , già respinta nella sentenza impugnata.
Non risulta infatti in alcun modo dimostrato che la predetta, di 32 anni, non svolga alcuna attività lavorativa tale da renderla indipendente economicamente; al contrario risulta invece che la figlia è abilitata allo svolgimento della professione di avvocato e pertanto avviata alla libera professione, è titolare di una ditta individuale ed uno studio legale in locazione, possiede due autovetture di un certo livello (Audi A2 e Mercedes classe A del 2016 e 2017).
Alla luce dell’orientamento di questa Corte in materia e tenuto conto che tutte le circostanze evidenziate nel ricorso sono già emerse nei precedenti gradi di giudizio e risultano essere già state prese in considerazione dal giudice di merito risulta quindi infondata l’istanza di assegno di mantenimento per la figlia F. .).
Alla luce dei richiamati principi il ricorso è pertanto infondato in ordine a tutti i motivi e deve essere respinto con condanna delle soccombenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. Non ricorrono i presupposti per l’applicazione del doppio contributo di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, trattandosi di processo esente.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente che liquida in Euro 2.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00 ed agli accessori di legge. Dispone l’oscuramento dei dati identificativi e generalità.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.Fatti di causa
La Corte di Appello di Lecce con sentenza in data 25/6/2019 pronunciando nel giudizio di divorzio tra i coniugi C.A. e P.M. ha parzialmente riformato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Lecce di dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio, ponendo a carico di C.A. l’obbligo di corrispondere 400,00 Euro mensili direttamente alla figlia D. revocando l’assegno di mantenimento all’ex-coniuge ed all’altra figlia F. maggiorenne e autosufficiente, convivente con la madre P.M. alla quale la Corte ha assegnato la casa coniugale.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso in cassazione P.M. , e C.F. affidato a due motivi e memoria. C.A. resiste con controricorso.
Ragioni della decisione
Con il primo motivo di ricorso, le ricorrenti denunciano nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e dell’art. 156 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto il giudice territoriale, senza tener conto delle situazioni economiche delle parti, non aveva posto alcun assegno di mantenimento a carico del C. per la moglie P.M. .
Con il secondo motivo di ricorso le ricorrenti denunciano nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e lamentano omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere il giudice di merito ritenuto la figlia F. autosufficiente perché avvocato abilitata all’esercizio della professionale forense mentre, al contrario, non risultava provato in alcun modo che la figlia F. , benché avvocato, avesse raggiunto la propria indipendenza economica e pertanto, al pari dell’altra figlia, non poteva essere ritenuta autosufficiente.
Il ricorso proposto è infondato e deve essere respinto in ordine ad entrambi i motivi: infatti la Corte ha ampiamente motivato, ben oltre il “minimo costituzionale”, sia in ordine all’assegnazione della casa coniugale ed all’obbligo di pagamento dell’assegno di 400,00 Euro per la figlia D. stante la mancanza di autonomia economica della predetta sia in ordine all’assegno di mantenimento di 200,00 Euro in favore dell’ex coniuge P.M. , di anni 52, assegnataria della casa coniugale. A tal riguardo deve essere confermata la statuizione dei giudici di merito considerato che la predetta svolge attività lavorativa come cuoca con redditi accertati e dichiarati di circa 10.074,00 annui a fronte dei 24.800,00 del marito.
La pronuncia impugnata merita di essere confermata sulla base della pronuncia delle Sezioni Unte di questa Corte (Sez. U, n. 18287 del 11/07/2018) secondo la quale “Il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto. La funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.
Appare altresì infondato il motivo inerente la richiesta di assegno di mantenimento dell’altra figlia F. , già respinta nella sentenza impugnata.
Non risulta infatti in alcun modo dimostrato che la predetta, di 32 anni, non svolga alcuna attività lavorativa tale da renderla indipendente economicamente; al contrario risulta invece che la figlia è abilitata allo svolgimento della professione di avvocato e pertanto avviata alla libera professione, è titolare di una ditta individuale ed uno studio legale in locazione, possiede due autovetture di un certo livello (Audi A2 e Mercedes classe A del 2016 e 2017).
Alla luce dell’orientamento di questa Corte in materia e tenuto conto che tutte le circostanze evidenziate nel ricorso sono già emerse nei precedenti gradi di giudizio e risultano essere già state prese in considerazione dal giudice di merito risulta quindi infondata l’istanza di assegno di mantenimento per la figlia F. .).
Alla luce dei richiamati principi il ricorso è pertanto infondato in ordine a tutti i motivi e deve essere respinto con condanna delle soccombenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. Non ricorrono i presupposti per l’applicazione del doppio contributo di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, trattandosi di processo esente.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente che liquida in Euro 2.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00 ed agli accessori di legge. Dispone l’oscuramento dei dati identificativi e generalità.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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7 Commenti

  1. Ma ragazzi siamo seri. C’è chi inizia a lavorare subito dopo le superiori e a frequentare contemporaneamente l’università e questo dopo essersi abilitato alla professione ha ancora il coraggio di chiedere soldi ai familiari? Ma non vi vergognate? Volete fare i bamboccioni titolati?

  2. Mi meraviglio di come uno che è diventato avvocato si ponga queste domande e pretenda ancora il mantenimento… Mi sembra assurdo. Piuttosto dovrebbe ringraziare i genitori che gli hanno permesso di studiare e acquisire il titolo seppur con un certo ritardo. E magari ha avuto anche tante altre pretese.

  3. Io penso che bisogna mettersi una mano sulla coscienza e pensare che i soldi non piovono dal cielo. Come i tuoi genitori ti hanno permesso di studiare, ora devi rimboccarti le maniche e darti da fare per guadagnare da solo e mantenerti senza chiedere soldi su soldi. Anzi, si sarebbe dovuto mettere già un gruzzoletto da parte avendo ricevuto sicuramente qualche rimborso spese durante la pratica

  4. Ne ho conosciute tante di persone che si sono prese il titolo con calma, vivendo agiatamente sulle spalle dei genitori e non aiutando in alcun modo in famiglia sia a livello pratico sia a livello economico. C’è invece chi riesce a studiare, a lavorare e a corrispondere parte dei suoi guadagni ai suoi familiari in difficoltà. Ecco, credo sia più nobile questo, piuttosto che sbattere i piedi a terra e chiedere a papino di darti i soldi per fare benzina alla spider che ti ha regalato per il tuo 30° compleanno.

  5. Il problema vero è che i genitori non impartiscono a questi figli una buona educazione. Se il figlio è abituato a non guadagnarsi nulla da sé e ovvio che arriverà anche a 35/40 anni a chiederti i soldi, perché magari non ha trovato il lavoro che dice lui, perché magari preferisce percepire il reddito di cittadinanza piuttosto che lavorare perché il guadagno è inferiore, perché magari è più comodo togliere la scusa che deve studiare (e magari ha la media del 18) per non fare altro…

  6. Io credo che invece il ragazzo ha diritto al mantenimento perché i genitori devono sostenerlo finché non riesce a guadagnare una cifra consona alle sue esigenze. Quindi, i genitori possono anche cacciare i soldi. Se tanto non li danno al figlio, che devono farci? Un giorno poi il figlio non avrà diritto alla loro eredità? e quindi, che glieli danno subito o aspettano di essere defunti, almeno sanno che lui può sfruttarli nel momento in cui ne ha bisogno

  7. Emiliano, ma stai scherzando spero…. Che discorsi venali sono mai questi? Ma i tuoi genitori sono la tua banca? Ma alzati un po’ le maniche, impara a fare un po’ di sacrifici e a guadagnare da te i soldi per soddisfare le tue esigenze. Mi pare un discorso davvero immaturo e irresponsabile. Loro ti hanno cresciuto, ti hanno dato tutte le basi per iniziare ad essere indipendente e tu vorresti ancora spillare soldi dalle loro tasche? Ma è vergogoso!

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