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Medico che non lavora più nello studio risarcisce i danni?

4 Maggio 2021 | Autore:
Medico che non lavora più nello studio risarcisce i danni?

Il sanitario che inizia un trattamento rimane responsabile per le cure praticate anche se la sua collaborazione professionale con la struttura è cessata.

Che succede se ti sei sottoposto a delle cure che hanno dato un cattivo esito e, poi, scopri che quel medico non lavora più nello studio? Chi ti risarcisce i danni? La stessa domanda vale nel caso di una clinica in cui non è più presente il personale sanitario che ti aveva operato. Come si ripartisce la responsabilità tra il centro medico e lo specialista?

Per inquadrare l’argomento va premesso che da un lato abbiamo la responsabilità del singolo professionista per colpa medica, dall’altro c’è quella del centro ove sono state prestate le cure. Queste due responsabilità sono collegate tra loro. Il discorso assume notevole rilevanza pratica se i vari operatori sanitari si avvicendano nel tempo o se la struttura fallisce.

La giurisprudenza si è occupata di un caso del genere – che riguardava cure odontoiatriche sbagliate – ed ha applicato il principio della responsabilità concorrente e paritaria. Questo significa che c’è una tutela maggiore del paziente, perché anche il medico che non lavora più nello studio risarcisce i danni.

La ripartizione della responsabilità medica tra più operatori

Quando più sanitari eseguono successive prestazioni di diagnosi e terapie ai pazienti, ma le cure si rivelano inutili o addirittura dannose, non è facile capire chi di loro ha sbagliato. L’accertamento della rispettiva responsabilità medica va compiuto – come insegna la Corte di Cassazione [1] – valutando cosa sarebbe accaduto se la condotta corretta e doverosa, ma in concreto omessa o errata, fosse stata tenuta da ciascuno.

Solo così è possibile stabilire se il danno al paziente (che può consistere, a seconda dei casi, in lesioni personali o nella morte) si sarebbe verificato: i medici subentranti potrebbero aver ricevuto un quadro clinico già irrimediabilmente compromesso da chi li aveva preceduti nelle prestazioni sanitarie.

Soprattutto nella cosiddetta colpa omissiva – che avviene quando non è stato tenuto il comportamento medico corretto, alla stregua delle linee guida e dei protocolli scientifici – è indispensabile valutare, secondo la Suprema Corte [2], l’incidenza degli eventuali fattori causali alternativi che possono aver inciso sul decorso della patologia, considerando anche lo stato clinico pregresso del paziente, la sintomatologia manifestata ed i tempi necessari per eseguire l’intervento da parte dei diversi componenti dell’equipe medica.

La responsabilità del medico per interventi pericolosi

Prima di praticare un determinato trattamento sanitario sul paziente, il medico è tenuto, a meno che non ricorra una situazione di assoluta urgenza, ad effettuare tutti gli esami preventivi necessari, in modo da decidere il percorso più adeguato e meno pericoloso per la salute del paziente.

Questo principio si impone soprattutto per gli interventi chirurgici, dove è più elevato il rischio di provocare lesioni alla persona operata. Perciò, la responsabilità del chirurgo per un’operazione rischiosa può essere individuata anche a monte, nell’errore diagnostico che ha causato l’omessa individuazione di una patologia in atto: quella che, se fosse stata rilevata, avrebbe dissuaso dal praticare quel tipo di intervento [3].

La responsabilità dell’operatore sanitario e della struttura

Ai fini del risarcimento dei danni, la responsabilità civile del medico e della struttura sanitaria in cui opera sono concorrenti, non alternative tra loro. Quindi, il paziente danneggiato potrà agire nei confronti di entrambi, se sussistono i presupposti, fermo restando che a livello penale per i reati configurabili (i più frequenti sono l’omicidio e le lesioni colpose) risponderà esclusivamente l’autore dell’illecito.

La responsabilità professionale del sanitario è solitamente di tipo contrattuale. L’operatore sanitario esegue una prestazione d’opera di tipo intellettuale [4] e, perciò, è tenuto ad operare con la massima diligenza senza, tuttavia, arrivare a garantire il risultato: è sufficiente prestare le cure adeguate anche se l’esito non consiste nella guarigione del paziente. Quando invece il medico non è stato scelto dal paziente – come avviene nel caso in cui egli si rivolge impersonalmente ad una determinata struttura sanitaria o centro clinico – la responsabilità diventa di tipo extracontrattuale e sorge direttamente dal fatto illecito compiuto, non dal contratto stipulato [5].

Se la prestazione viene svolta all’interno di una struttura sanitaria (ospedale, casa di cura, clinica o studio medico associato), essa risponde a titolo di responsabilità contrattuale, come stabilisce la legge “Gelli-Bianco” [6] anche per le «condotte dolose o colpose» poste in essere dal personale che agisce, «ancorché non dipendenti della struttura stessa».

La differenza tra i due tipi di responsabilità – contrattuale ed extracontrattuale – riguarda la prova da fornire e consiste nel fatto che nella prima forma è la struttura a dover dimostrare la propria estraneità agli addebiti mossi dal danneggiato, mentre nella seconda forma è il paziente a dover dimostrare l’esistenza del fatto illecito e dei danni che ne sono derivati.

Il medico che ha cessato la collaborazione risponde dei danni?

In una causa risarcitoria per una terapia medico-odontoiatrica errata, un paziente aveva citato in giudizio sia gli operatori sanitari che gli avevano praticato le cure sia lo studio medico di appartenenza. In fase di accertamento delle rispettive responsabilità, il tribunale [7] ha accertato l’inadempimento contrattuale della clinica e del personale che operava in essa e ha stabilito il risarcimento dei danni nei confronti del paziente.

Per arrivare a questa decisione i giudici hanno applicato a carico della struttura il principio dell’avvalimento, sancito dalla legge [8]: «il debitore che, nell’adempimento dell’obbligazione, si avvale dell’opera di terzi, risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro». E tra questi soggetti terzi sono compresi, appunto, i vari medici che agiscono nella struttura: siccome è essa a selezionarli e a consentirgli di agire, deve rispondere delle conseguenze dannose del loro operato.

Verso tutti gli operatori sanitari che si erano succeduti nelle cure praticate al paziente, invece, è stata riconosciuta la responsabilità contrattuale diretta [9], che si configura nei confronti del «debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta». Infatti, il medico è legato da un rapporto contrattuale nei confronti del paziente e deve agire con la massima diligenza richiesta dal caso; il fatto di agire in uno studio, centro o struttura non lo esime da questo dovere personale.

Così a carico di entrambe le figure coinvolte – i medici e la struttura – è stata riconosciuta, in solido tra loro [10], la responsabilità risarcitoria per inadempimento contrattuale: i giudici torinesi hanno applicato l’insegnamento della Cassazione, secondo cui «per il caso di attività medico-odontoiatrica d’equipe, ciascun operatore risponde degli interventi dei comprimari che lo hanno preceduto e seguito, sino al termine del trattamento» [11].


note

[1] Cass. sent. n. 3922 del 04.02.2021.

[2] Cass. sent. n. 11651 del 29.03.2021.

[3] Cass. sent. n. 12968 del 06.04.2021.

[4] Art. 2230 Cod. civ.

[5] Art. 2043 Cod. civ.

[6] L. n. 24 del 08.03.2017.

[7] Trib. Torino, sent. n. 2104 del 29.04.2021.

[8] Art. 1228 Cod. civ.

[9] Art. 1218 Cod. civ.

[10] Art. 2055 Cod. civ.

[11] Cass. sent. n. 2060 del 29.01.2018.

Autore immagine: depositphotos.com


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