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Se qualcuno parla male di me posso denunciare?

5 Maggio 2021
Se qualcuno parla male di me posso denunciare?

Quando scatta la diffamazione e quando si può denunciare chi sparla: le malelingue e le maldicenze non sempre sono reato. 

Probabilmente, ti sarai già chiesto: se qualcuno parla male di me posso denunciare? Non sempre parlare male di qualcuno costituisce reato. Di per sé, l’atto di diffamazione consente di sporgere una querela presso le autorità, ma prima bisogna accertarsi se la condotta è davvero offensiva e se vi sono le prove. 

Se ne vuoi sapere di più, prosegui nella lettura di questo articolo. Ti faremo capire cosa fare in caso di maldicenze e pettegolezzi alle proprie spalle e come difendersi dalle malelingue. Ma procediamo con ordine. 

Parlare male di qualcuno è reato?

Parlare male di qualcuno costituisce reato di diffamazione solo se ricorrono tre presupposti.

La vittima non deve essere presente

Il reato di diffamazione scatta solo quando “si parla alle spalle” di qualcun altro. Pertanto, se ci si rivolge direttamente al destinatario delle offese non c’è alcun reato e non è possibile denunciare. Si ha, in questo caso, un’ingiuria e l’ingiuria non è più reato dal 2016.

Si deve offendere l’onore e la reputazione della vittima

La frase deve essere offensiva nei riguardi della persona e trascendere dal diritto di critica. Si deve quindi avere di mira il decoro personale, morale o professionale della vittima e non le sue opere. Dire che i libri di una persona non sono belli non è diffamazione; lo è, invece, riferire di un tale che è un bugiardo, malvivente, impostore, mantenuto, impreparato, burattino, pagliaccio, poco di buono e via dicendo.

Dire «è incompetente perché ha sbagliato un gran numero di pratiche» può non essere illecito nella misura in cui tali fatti siano dimostrabili. È diffamazione anche dire di una donna che si è sposata per interesse.

Le dicerie possono riguardare il complesso della persona, quindi anche le sue abitudini sessuali (è diffamazione rivelare che una persona sposata ha una relazione adulterina). 

Non è diffamazione ma una violazione della privacy – comunque punibile – la condotta di chi riveli a terzi lo stato di salute di un soggetto, le sue relazioni familiari o lavorative.

Si deve parlare con più persone

La diffamazione costituisce reato solo quando la frase offensiva viene comunicata a più persone. Non è necessario che ciò avvenga nello stesso momento: ben è possibile riferire le parole in momenti e contesti diversi, purché logicamente collegati tra loro allo scopo di diffamare la vittima. 

La diffamazione scatta anche quando ci si rivolge a una sola persona, ben sapendo che questa riferirà il fatto ad altre o quando si scrive in una chat o su un post in un social network.  

Le ripetute maldicenze devono avere ad oggetto gli stessi fatti. Così, se una persona parla male di un collega di lavoro riferendo due fatti diversi a due persone differenti, non commette diffamazione perché si tratta di due comunicazioni diverse tra loro. Insomma, è sempre necessaria la pluralità di persone destinatarie di un’unica comunicazione.

Il passaparola non è reato

Quando la reputazione di una persona viene pubblicamente lesa perché un soggetto ne ha parlato male con un amico, e poi questo ha fatto altrettanto con un altro, e così via, non c’è reato. Difatti, lo scambio della frase offensiva con una sola persona non costituisce diffamazione; se invece si parla male della vittima davanti a tanti soggetti c’è il reato. 

Se una persona però viene a sapere da un’altra un fatto offensivo per l’altrui reputazione e questa lo diffonde a più soggetti, allora è quest’ultima responsabile della diffamazione e non la prima che si è limitata a parlare con un solo soggetto.

Le prove della diffamazione

Per poter querelare una persona che parla male di un’altra, la vittima deve essere in possesso delle prove. Le prove possono essere di qualsiasi tipo. Si può trattare della testimonianza di chi ha ascoltato la maldicenza ed è disposto a deporre dinanzi al giudice. Ma non sempre ciò succede. In caso di resistenza da parte dei testimoni a rivelare quanto ascoltato, si potrebbe registrare di nascosto la loro confessione per poi utilizzarla nel corso del processo penale contro il colpevole.

Nel caso di chat o di post su un social network, è possibile effettuare uno screenshot che, secondo la Cassazione, ha valenza probatoria.



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