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Editoriali Cellulari: abbonamenti penalizzati con la tassa di concessione governativa

Editoriali Pubblicato il 1 aprile 2014

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> Editoriali Pubblicato il 1 aprile 2014

La tassa ci sarà, ma il diverso trattamento tributario tra utenti con abbonamento e quelli con ricaricabile appare illegittimo e in contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza.

Sembra proprio che la tassa di concessione governativa sui cellulari sarà definitiva e obbligatoria, checché ne dicano le Sezioni Unite della Cassazione, chiamate qualche tempo fa a pronunciarsi sulla legittimità di tale balzello e la cui sentenza non è ancora uscita.

Difatti, il colpo di mano del Governo, intervenuto con una norma di interpretazione autentica sulla scottante questione del tributo sui cellulari, è stato definitivamente confermato (leggi l’articolo “Cellulari, sulla tassa di concessione governativa il Governo interviene con un colpo di mano”).

Dunque, ci sarà la tassa di concessione governativa di 12,91 euro mensili  per i clienti business e di 5,16 euro mensili per l’uso privato: la tassa sarà dovuta sugli abbonamenti ai telefoni cellulari, ma non sui ricaricabili.

È questo l’effetto della convalida del decreto legge noto come il provvedimento sulla “voluntary disclosure delle attività estere [1].

Ci troviamo di fronte, innanzitutto, a una norma di interpretazione autentica di natura retroattiva, finalizzata solo a far valere le incerte ragioni del fisco, in palese contrasto con le regole dello Statuto dei diritti del contribuente.

Non solo: posto che la norma interviene durante un processo ancora in corso – quello appunto sollevato davanti alle Sezioni Unite della Cassazione – essa finisce per minare il principio di parità delle parti nel giudizio (una delle due parti, infatti, si “auto agevolerebbe” creando una norma apposita in suo favore) e il principio di imparzialità della pubblica amministrazione.

Ma, come ora vedremo, è palese che questa norma sia una cura palliativa per un malato ormai con un piede nella fossa.

La tassa di concessione sui telefoni cellulari nasce poco più di 20 anni fa, quando questo sistema di comunicazione era agli albori; si poteva intravvedere un’espressione di capacità contributiva del cittadino che, per comunicare con l’azienda o la famiglia, poteva spendere, per l’acquisto di un telefonino, l’equivalente di qualche mese di retribuzione di un normale lavoratore. E anche il pagamento dei canoni di abbonamento evidenziava una notevole capacità di spesa.

Oggi, però, le cose sono cambiate e gli importi non sono più notevoli come un tempo, grazie anche alle tariffe flat. Non esiste famiglia, ormai, anche quella più indigente, che non abbia un telefonino. Oggi apparecchi e canoni mensili costano meno di una consumazione in pizzeria.

Ma soprattutto non si capisce come possa permanere una diversa capacità contributiva tra chi paga un abbonamento – soggetto alla tassa – e chi ottiene esattamente lo stesso servizio con una ricaricabile.

Questa tassa ha, dunque, fatto il suo corso.

Quali sono, allora, le differenze tra il contribuente che ha l’abbonamento e chi ha invece una scheda prepagata? Perché, secondo il legislatore, il primo dovrebbe pagare la tassa, esprimendo una capacità contributiva superiore? Cosa c’è di diverso con la scheda prepagata? Dal punto di vista formale il fatto che il credito si esaurisce, oggi non più “chiamata per chiamata”, ma con il trascorrere dei mesi non costituisce alcun valido motivo per discriminare le due categorie di consumatori.

E le compagnie telefoniche tolgono anche la preoccupazione di rimanere senza credito, sia mandando sms in prossimità della scadenza, sia operando con addebiti in fattura all’inizio di ciascun mese o trimestre.

Pertanto, il differente trattamento tributario tra utenti con ricaricabile e utenti con abbonamento non ha più alcun fondamento e meriterebbe una revisione a livello legislativo. Diversamente, la tassa potrebbe cadere sotto la scure della Corte Costituzione, per violazione del principio di uguaglianza.

note

[1] DL. n. 4/2014. Al riguardo l’articolo 2, comma 4 del provvedimento dispone che per gli effetti dell’articolo 21 della Tariffa annessa al decreto del presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641, le disposizioni dell’articolo 160 del Codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, richiamate dal predetto articolo 21, si interpretano nel senso che per stazioni radioelettriche si intendono anche le apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione.

 

 

Autore immagine: 123rf.com


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