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Mobbing e maltrattamenti del lavoratore: quali differenze?

1 aprile 2014


Mobbing e maltrattamenti del lavoratore: quali differenze?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 aprile 2014



Nel corso degli ultimi anni la Cassazione si è pronunciata, con numerose e anche recentissime sentenze, sul rapporto esistente tra il delitto di maltrattamenti in famiglia e il “mobbing”, escludendo la sussistenza del reato quando il rapporto lavorativo non abbia carattere parafamiliare.

 

Che cosa si intende per mobbing e qual é la tutela giuridica prevista nel nostro ordinamento contro le condotte atte ad integrarlo?

Col termine “mobbing”, si fa riferimento a quella serie di comportamenti del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematici e protratti nel tempo, tenuti ai danni dei lavoratori, che si risolvono in reiterati comportamenti ostili, in forme di prevaricazione e persecuzione psicologica, demansionamenti a scopo punitivo o attribuzione di compiti dequalificanti o esorbitanti rispetto al profilo professionale posseduto dal dipendente, allo scopo di ottenere una mortificazione morale e psicologica dello stesso, fino ad emarginarlo sul luogo di lavoro, con evidenti conseguenze sul suo equilibrio psico-fisico.

Una forma più attenuata di “mobbing”, recentemente riconosciuta dalla Cassazione [1], è il cosiddetto “straining”, ossia una situazione di stress forzato sul posto di lavoro in cui la vittima subisce almeno un’azione di prevaricazione da parte dello strainer/datore di lavoro con effetti negativi sul piano lavorativo che siano duraturi nel tempo; è il caso, ad esempio, dello svuotamento delle mansioni o trasferimento del lavoratore presso altra sede.

Pertanto, lo “straining” potrebbe definirsi come un mobbing occasionale e privo del carattere di abitualità  ma che, nonostante ciò, sia tale da produrre conseguenze dannose per la vittima.

Nel nostro ordinamento non esiste una specifica legge in materia di mobbing e, dunque, esso non è configurato come uno specifico reato a sé stante ma, di volta in volta, gli atti di mobbing possono rientrare in altre fattispecie criminose previste dal nostro codice penale come le lesioni, le minacce, gli atti persecutori e i maltrattamenti in famiglia (per un approfondimento leggi “Mobbing: quando le condotte vessatorie costituiscono reato”).

Proprio con riguardo a quest’ultimo reato la Suprema Corte ha precisato che il delitto di maltrattamenti in famiglia è applicabile anche ai rapporti di lavoro solo se essi abbiano carattere parafamiliare, ove cioè vi sia una consuetudine di vita tra i soggetti, oppure la soggezione di una parte nei confronti dell’altra e un consistente grado di fiducia riposto dal soggetto più debole nei confronti del datore di lavoro, come ad esempio nel rapporto che si instaura tra il maestro d’arte e l’apprendista o tra il padrone di casa e il domestico.

Contrariamente, nelle realtà aziendali di medie o grandi dimensioni non si instaura quella intensa ed abituale relazione tra datore e dipendente tale da parificare l’ambiente di lavoro ad una famiglia e, di conseguenza, le condotte vessatorie ai danni del lavoratore, lo svilimento e l’umiliazione delle sue funzioni, le contestazioni o i rimproveri pubblici ed ingiustificati non integrano il reato di maltrattamenti in famiglia (leggi “Addebito della separazione per mobbing familiare”).

Secondo questo orientamento, infatti, il  lavoratore, non avendo rapporti diretti e costanti con il proprio datore, potrebbe tollerare con maggiore facilità eventuali comportamenti poco professionali, ma del tutto occasionali, del superiore, stante l’assenza di un vincolo fiduciario assimilabile a quello che si instaura in una famiglia. Una interpretazione, quella della Corte, non immune da critiche e che si fonda essenzialmente su due motivazioni non particolarmente convincenti.

La prima attiene alla collocazione del reato di maltrattamenti nell’ambito del titolo dei delitti contro la famiglia.

La seconda ragione, forse ancor più bizzarra della prima, è che la rubrica del reato restringerebbe, secondo la Cassazione, l’ambito di applicabilità della fattispecie alla famiglia e ai conviventi, sicché il mero contesto lavorativo di subordinazione e sovraordinazione non sarebbe idoneo a configurare il delitto.

Quale tutela, dunque, per i lavoratori che subiscono mobbing sul posto di lavoro?

Ancora prima dell’esistenza di un carattere parafamiliare del rapporto di lavoro,  ciò che rileva, o dovrebbe rilevare, è la natura prevaricatrice delle condotte tenute dal superiore gerarchico nei confronti del subordinato al fine di valutare se esse siano tali da rendere insostenibile la situazione lavorativa della vittima e da arrecarle, perciò, un danno esistenziale.

In ogni caso, nelle ipotesi di rapporti di lavoro che non siano così intesi, diretti e abituali da renderli del tutto simili a quelli familiari,  pur non sussistendo il reato di maltrattamenti, resta ferma la sussistenza di altri reati quali le lesioni personali gravi, le minacce, le  ingiurie e la violenza privata, eventualmente aggravati dall’abuso di relazioni d’ufficio o di prestazione di opera.

di ANNA ANCONA

note

[1] Cass. sent. n. 28603 del 3.07.2013.

Autore immagine: 123rf.com

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