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Ritenuta d’acconto non versata: paga il professionista?

25 Agosto 2021 | Autore:
Ritenuta d’acconto non versata: paga il professionista?

La responsabilità del titolare di partita Iva nel caso in cui l’importo trattenuto dal sostituto d’imposta non sia girato all’Erario.

Può accadere che un professionista autonomo sia vittima di un inadempimento del proprio cliente. Questi, in alcuni casi, è tenuto a trattenere un certo importo, a titolo di ritenuta d’acconto, sulle prestazioni dovute. Il committente, tecnicamente definito sostituto d’imposta, deve poi girare questa somma all’Erario. Purtroppo, però, anche a distanza di molto tempo, il contribuente può scoprire che in realtà, ciò che gli è stato trattenuto dal corrispettivo non è stato, poi, pagato allo Stato. Se ciò si verifica, si tratta di una vera e propria evasione dell’imposta. A quel punto, la domanda lecita da porsi è la seguente: in caso di ritenuta d’acconto non versata, chi paga le conseguenze nei riguardi del Fisco?

Se stai leggendo questo articolo, potresti essere stato vittima di un accertamento dell’Agenzia delle Entrate. A riguardo, verificando la tua dichiarazione dei redditi, sono emerse delle incongruenze sulle imposte. A questo proposito, ti è stata chiesta la certificazione, proveniente dal committente, circa l’avvenuto versamento della ritenuta d’acconto su alcune fatture che hai registrato. Purtroppo, però, solo ora ti sei accorto di non aver mai ricevuto questa attestazione dai tuoi clienti. Ti preoccupi, quindi, di poter subire una beffa.

Da un lato, ti è stato corrisposto un onorario minore di quello che avresti dovuto ricevere. Dall’altro, temi di dover versare parte dell’Irpef che, in realtà, avrebbe dovuto pagare il sostituto che ha effettuato la trattenuta. Ti invito, quindi, a proseguire nella lettura per trovare la soluzione al tuo dilemma.

Ritenuta d’acconto: cos’è?

Con la ritenuta d’acconto, in base a quanto dettato dalla legge [1], il committente, ad esempio una società di capitali o un condominio, trattiene un certo importo sul corrispettivo dovuto al professionista. Nello specifico, si tratta del 20 per cento. Tale percentuale viene calcolata sulla cosiddetta base imponibile, cioè su tutte quelle voci indicate in fattura, in primo luogo l’onorario, sulle quali il prestatore d’opera deve pagare l’Irpef. La somma trattenuta è considerata, a tutti gli effetti, un’anticipazione sul versamento della tassa. Il professionista, quindi, all’atto della dichiarazione dei redditi per l’anno successivo, potrà compensarla con l’imposta totale dovuta. Ad ogni modo, se intendi approfondire l’argomento, leggi l’articolo “Cos’è la ritenuta d’acconto“, all’interno del quale troverai ogni ulteriore informazione.

Ovviamente, condizione essenziale del meccanismo alla base della ritenuta d’acconto è il versamento all’Erario della somma trattenuta. In mancanza, infatti, scatterebbe l’evasione fiscale. Bisogna, però, capire se, per tale evenienza, il professionista, denominato sostituito, è responsabile nei riguardi del Fisco.

Omesso versamento ritenuta: responsabilità del sostituito

Ricapitolando, con la ritenuta d’acconto, il sostituto d’imposta (il cliente) trattiene il 20 per cento dell’imponibile dovuto al sostituito (il professionista) per la fattura emessa da questi. Si tratta, ovviamente, di un obbligo di legge che comporta l’onere di dover girare all’Erario quanto è stato trattenuto. Può accadere, però, che tale versamento non avvenga. Naturalmente, se ciò accadesse, si tratterebbe di un’evidente evasione fiscale. In questa circostanza, però, ci si chiede quale responsabilità possa avere il professionista. Egli non ha percepito l’importo ritenuto dal cliente. Inoltre, solo il committente è obbligato a girare all’Erario la cifra in esame. Pertanto, perché mai l’Agenzia delle Entrate dovrebbe pretendere dal sostituito il pagamento della predetta somma?

La risposta a questa domanda è stata oggetto di un dibattito molto acceso tra la giurisprudenza. In particolare, sull’argomento si sono sviluppate due correnti di pensiero.

Nella prima, il professionista era considerato solidalmente obbligato con il sostituto d’imposta al pagamento della somma trattenuta. Secondo questa tesi, quindi, l’Erario poteva agire nei riguardi del contribuente, accertando il mancato pagamento della ritenuta e pretendendola dal sostituito. Ciò si sarebbe potuto trasformare anche in una cartella esattoriale con tanto di recupero coattivo a carico del prestatore d’opera. Seguendo questa interpretazione, al professionista non restava che pagare, per poi recuperare la somma dal cliente inadempiente.

Secondo, un’altra posizione giurisprudenziale, peraltro culminata con una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite [2], il sostituito non ha alcun obbligo o responsabilità nei confronti dello Stato, se la ritenuta d’acconto operata dal cliente non è stata girata all’Erario. In tal caso, per essere esonerato da ogni conseguenza, il contribuente deve, semplicemente, dimostrare che la trattenuta è avvenuta. In altri termini, deve provare che ha, effettivamente, incassato di meno.

Mancato pagamento ritenuta: come contestare?

Alla luce della citata sentenza della Cassazione, per la quale il professionista non ha alcuna responsabilità se il sostituto d’imposta non ha versato al Fisco la ritenuta d’acconto, il contribuente deve solo dimostrare che la trattenuta è stata effettivamente operata. Quindi, nel caso di un accertamento, deve produrre le fatture soggette a ritenuta e i documenti bancari di accredito delle predette parcelle. In questo modo, potrà provare che gli importi in contestazione sono stati, effettivamente, ritenuti dal sostituto e, di conseguenza, che questi è l’unico ed esclusivo responsabile del mancato versamento dell’imposta.


note

[1] Art. 23, comma 1, DPR n. 600/73

[2] Cass. civ. S.U. sent. n. 10378/2019


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