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Acqua, inquinamento, avvelenamento e altri reati: Cassazione

7 Maggio 2021
Acqua, inquinamento, avvelenamento e altri reati: Cassazione

Avvelenamento e inquinamento di acque e scarichi; vendita acqua in cattivo stato di conservazione, scolo di acque.

Avvelenamento di acque o sostanza alimentari 

Il reato di avvelenamento di acque o sostanze alimentari, ex articolo 439 del Cp, è un «reato istantaneo ad effetti permanenti che si realizza al momento in cui le condotte inquinanti, per la qualità e la quantità della polluzione, divengono pericolose per la salute pubblica». In tale genere di reati non si ha «il protrarsi dell’offesa dovuta alla persistente condotta del soggetto agente, ma ciò che perdura nel tempo sono le sole conseguenze dannose del reato». Né rileva il fatto che la scoperta sia avvenuta soltanto a distanza di anni.

Pertanto, ai fini dello spostamento in avanti del termine di prescrizione, non viene in rilievo l’evento omissivo della mancata bonifica dei suoli, proprio per «l’impossibilità di porre a carico di un medesimo soggetto la responsabilità per un reato costruito nella forma di reato commissivo e poi addebitargli anche l’omessa rimozione delle conseguenze di quel reato».

Corte di Cassazione Sezione 4 Penale Sentenza 24 ottobre 2018  n. 48548

La norma incriminatrice di cui agli articoli 439 e 452 del Cp, che punisce l’avvelenamento colposo di acque destinate all’alimentazione, se non richiede espressamente che dal fatto sia derivato un pericolo per la salute pubblica (onde può giustificarsi la tradizionale costruzione della norma incriminatrice come fattispecie di pericolo presunto), richiede pur sempre che si sia verificato un avvelenamento, che il giudice, quindi, deve accertare.

(Da queste premesse, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di condanna evidenziando come il giudice di merito non avesse accertata l’effettiva quantità di cromo finita nelle acque, benché per aversi avvelenamento occorresse riferirsi a condotte tali da risultare, per la quantità e la qualità dell’inquinante, pericolose per la salute pubblica, vale a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute). 

Corte di Cassazione Sezione 4 Penale Sentenza 17 aprile 2007 n. 15216

Vendita acqua in cattivo stato di conservazione

È configurabile il reato ex articolo 5 legge 283/1982 (vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione) per il commerciante che detiene per la vendita, in cattivo stato di conservazione, più confezioni di acqua collocandole nel piazzale antistante l’immobile, esponendole alla luce del sole. 

Corte di Cassazione Sezione 3 Penale Sentenza 28 agosto 2018  n. 39037

Acqua di scarico di frantoi

Poiché i frantoi oleari costituiscono “installazioni” in cui si svolgono attività di “produzione di beni” (si veda l’articolo 2, lettera h), del Dlgs 11 maggio 1999 n. 152 e successive modificazioni) e le relative acque di scarico sono “diverse” da quelle domestiche (derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche: articolo 2, lettera g), citato), vige per essi il principio generale dell’autorizzazione preventiva anche laddove recapitino in fognatura (articolo 45 del decreto citato). In difetto, lo scarico delle relative acque è sanzionato ex articolo 59, comma 1, del decreto citato.

Corte di Cassazione Sezione 3 Penale Sentenza 12 luglio 2002  n. 26614

Inquinamento di acque e scarico non autorizzato 

La nuova normativa in materia di tutela delle acque dall’inquinamento, introdotta dal Dlgs 11 maggio 1999 n. 152 ha conservato il reato contravvenzionale di scarico idrico non autorizzato (si veda articolo 59); ma ha modificato significativamente il concetto di “scarico”, ora limitato a “qualsiasi immissione diretta tramite condotta” di acque reflue comunque convogliabili (articolo 2, lettera bb), del decreto citato).

Per conseguenza, è abbandonato l’ampio concetto di scarico presupposto dalla legge 10 maggio 1976 n. 319 che comprendeva scarichi di ogni tipo, diretti o indiretti (si veda articolo 1 della legge citata), e quindi anche quelli occasionali.

Ora, in definitiva, non configura più uno scarico in senso tecnico, e per conseguenza non ha l’obbligo penalmente sanzionato della previa autorizzazione, quello che non convoglia acque reflue tramite condotta, cioè tramite un sistema stabile di deflusso (anche se non necessariamente tramite tubazione).

Corte di Cassazione Sezione 3 Penale Sentenza 29 novembre 2000  n. 12282

In materia ambientale (nella specie, in materia di tutela delle acque dall’inquinamento e di rispetto della disciplina sugli scarichi), è ammessa, nell’ambito di strutture imprenditoriali, la legittimità della cosiddetta “delega di funzioni”. Purché questa risulti concretamente idonea ad agire quale scriminante della responsabilità penale dell’imprenditore, occorre però verificare la sussistenza di condizioni oggettive e soggettive. Sotto il primo profilo, vanno apprezzati: a) le dimensioni dell’impresa, che devono essere tali da giustificare la necessità di decentrare compiti e responsabilità; b) l’effettivo trasferimento dei poteri in capo al delegato, con l’attribuzione di una completa autonomia decisionale e di gestione e con piena disponibilità economica; c) l’esistenza di precise e ineludibili norme interne o disposizioni statutarie, che disciplinino il conferimento della delega e assicurino una adeguata pubblicità della medesima; d) uno specifico e puntuale contenuto della delega. Sotto l’altro profilo, devono essere considerati: a) la capacità e l’idoneità tecnica del soggetto delegato; b) il divieto di ingerenza da parte del delegante nell’espletamento dell’attività del delegato; c) l’insussistenza di una richiesta di intervento da parte del delegato; d) la mancata conoscenza da parte del delegante della negligenza o della sopravvenuta inidoneità del delegato. E in ogni caso, pure nelle imprese di grandi dimensioni, in ipotesi di delega, sussiste sempre la possibilità della responsabilità del delegante allorché l’inquinamento sia riconducibile a cause strutturali dovute a scelte generali ovvero allorché il delegante abbia omesso di esercitare il dovere generale di controllo, secondo diligenza e prudenza, sull’attività o inattività del delegato.

(Fattispecie nella quale è stato condiviso il ragionamento del giudice di merito, che aveva esclusa la legittimità e idoneità della pretesa “delega” a elidere la responsabilità del delegante, giacché il documento prodotto a supporto si presentava assolutamente generico quanto all’oggetto e al contenuto di tale delega, di guisa che il potere concernente l’attività asseritamente delegata non poteva ritenersi dismesso dal delegante).

Corte di Cassazione Sezione 3 Penale Sentenza 29 novembre 2000  n. 12279

Scolo delle acque e modifica del deflusso naturale in maniera più gravosa per il fondo inferiore 

Nel caso di scolo delle acque, quando la modifica dello scolo provoca un assoggettamento più gravoso del fondo inferiore rispetto a quello preesistente dovuto all’originario dislivello tra i fondi e al naturale deflusso delle acque, le modifiche, anche se rese necessarie da lavori di sistemazione o trasformazione agraria, assumono un carattere di illiceità, perché si pongono contro il divieto, posto dall’articolo 913 del Cc, di rendere più gravoso lo scolo. In tal caso, non si soddisfa il precetto normativo offrendo un indennizzo ma occorre restituire l’acqua al suo naturale deflusso, mediante l’esecuzione di opere che neutralizzano l’aggravamento ripristinando nella sua originaria quantità e intensità lo scolo naturale.  

Corte di Cassazione Sezione 2 Civile Sentenza 26 aprile 2000  n. 5333



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