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La Cassazione contro gli accertamenti fiscali incompleti e poco chiari da comprendere

2 Aprile 2014
La Cassazione contro gli accertamenti fiscali incompleti e poco chiari da comprendere

Nullo l’accertamento fiscale che indica solo aliquote minime e massime applicabili o se il fisco si limita a contestare l’incompleta risposta al questionario.

La Cassazione rivede i propri precedenti in tema di accertamenti sulla dichiarazione dei redditi. In un periodo di massimo rigore fiscale richiesto ai contribuenti, si impone altrettanto rigore e chiarezza all’amministrazione finanziaria. Così, sconfessando quanto stabilito in passato, stamattina la Suprema Corte ha firmato un’importante sentenza [1] a favore del cittadino. L’avviso di accertamento – si legge nella pronuncia – che non riporti l’aliquota applicata al contribuente, in sede di accertamento fiscale, ma indica solo l’aliquota minima e massima applicabile allo scaglione accertato, è illegittimo e, quindi, nullo.

La sentenza è tanto interessante quanto si pensi che, in passato, i Giudici di legittimità avevano affermato proprio l’esatto opposto, ossia che gli accertamenti forniti della semplice indicazione degli scaglioni di reddito sono da ritenersi legittimi.

Oggi, invece, arriva il capovolgimento di interpretazione. L’avviso di accertamento che non riporti l’aliquota applicata, ma solo l’indicazione delle aliquote minima e massima, viola il principio di precisione e chiarezza delle indicazioni che è alla base dei principi in materia fiscale. La legge [2], infatti, richiede che sia evidenziata l’aliquota applicata su ciascun importo imponibile. Ciò al fine di porre il contribuente in grado di comprendere le modalità di applicazione dell’imposta e la ragione del suo debito, senza dover ricorrere all’ausilio di un esperto.

Se manca tale indicazione, l’accertamento è nullo, senza che sia necessario valutare l’incidenza che tale omissione abbia avuto, in concreto, sui diritti del contribuente.

Non solo. In una sentenza dello scorso 2013, la Commissione Tributaria Provinciale di Pavia [3] ha elaborato un altro interessante principio a favore della chiarezza degli atti impositivi: l’accertamento fiscale è nullo se il fisco si limita a contestare “l’incompleta risposta al questionario fiscale” inviato al contribuente, senza specificare quali siano queste carenze delle risposte.

Contestare “l’incompleta risposta al questionario” senza indicare in nessun altro punto dell’atto in cosa si sia sostanziata la dedotta incompletezza rende nullo l’accertamento per difetto di motivazione alla base della sanzione irrogata. Ciò infatti impedisce al contribuente di opporre una adeguata difesa.

Insomma, due nette vittorie per i cittadini, laddove il contenzioso tributario – spesso orientato in favore del Fisco – sta registrando un notevole incremento. Contenzioso utilizzato, oggi come mai, quale ultima spiaggia per sperare in un “testa coda” da parte del fisco. E, di certo, la mancanza di chiarezza negli atti di accertamento, di norma poco intellegibili a chi non è esperto del settore, è uno di quei vizi che giustifica il ricorso al giudice tributario.


note

[1] Cass. sent. n. 7635 del 2.04.2014.

[2] Art. 42, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.

[3] CTP Pavia sent. n. 113/2013.

Autore immagine: 123rf.com


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