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Il Comune può vietare di tenere gatti in casa?

8 Maggio 2021 | Autore:
Il Comune può vietare di tenere gatti in casa?

Quando scatta il divieto di detenere gatti negli appartamenti? I diritti dei proprietari degli animali possono entrare in conflitto con le norme pubbliche.

I gatti sono gli animali d’affezione più amati dagli italiani, insieme ai cani. Moltissime persone li tengono negli appartamenti, altri li accudiscono nei cortili e per strada oppure li custodiscono in apposite colonie feline organizzate. Ma la detenzione dei gatti non è completamente libera: la legge impone specifici obblighi ai loro proprietari e se le regole vengono violate l’Autorità può intervenire. Allora, se è così il Comune può vietare di tenere gatti in casa?

In particolari, casi sì. L’Ente può adottare un provvedimento nell’interesse della collettività, per motivi di ordine pubblico o per ragioni di igiene e sanità. Le Autorità coinvolte in questa procedura sono diverse: tra esse spiccano, per i loro poteri, la Polizia locale, il servizio veterinario dell’Azienda sanitaria, ed il sindaco, che può arrivare ad emettere ordinanze di sgombero dei locali privati dai gatti quando risulta che la loro presenza comporta rischi per la collettività.

Perciò, se si verificano tali situazioni, il Comune può vietare di tenere gatti in casa, dopo aver svolto un’apposita, ma rapida, istruttoria nel corso della quale avrà verificato le condizioni igieniche di tenuta degli animali e le loro condizioni di salute. Dunque, le ragioni di interesse pubblico, e quelle dei gatti stessi, prevalgono su quelle dei proprietari.

Quali sono le regole di legge per tenere gatti in casa?

Il gatto è un animale che tiene molto alla sua libertà di movimento, ma è anche amante degli ambienti casalinghi. In ogni appartamento, di proprietà esclusiva o rientrante in ambito condominiale, è permesso dalla legge [1] «possedere o detenere animali domestici», quindi anche i gatti, tranne nel caso in cui una clausola del regolamento di condominio approvata all’unanimità da tutti i comproprietari lo vieti espressamente.

Anche chi abita in affitto può tenere gatti in casa, a meno che il contratto di locazione – stipulato per iscritto e regolarmente registrato – non contenga uno specifico divieto in proposito. Quindi, la detenzione dei gatti in casa propria è tendenzialmente libera e non richiede nessuna autorizzazione preventiva.

Nella tenuta dei gatti all’interno delle abitazioni (come anche nei luoghi esterni in suo possesso) il proprietario deve sempre rispettare le regole stabilite dal Codice penale che tutelano questi animali, in quanto esseri viventi capaci di provare sofferenza, dai maltrattamenti, dall’abbandono e dalla crudeltà [2]: perciò, abbandonare un gatto in casa è reato quando viene lasciato solo per periodi protratti, senza cibo e acqua sufficienti e privo di assistenza. Il gatto non deve mai essere tenuto in condizioni di privazione di nutrimento o in uno stato di degrado igienico, come ha affermato in molte occasioni la Corte di Cassazione [3].

Per completezza devi sapere che esiste un’apposita legge che tutela i gatti anche quando vivono all’esterno delle abitazioni, come nei cortili o nelle colonie feline, che hanno una «territorialità» intesa come habitat naturale da rispettare.

Quali sono i poteri del Comune in materia di gatti?

Il sindaco di ogni Comune italiano non ha solo i consueti poteri locali, ma è anche costituito come «ufficiale del Governo» [4]. Questa speciale qualifica gli attribuisce il potere di adottare «con atto motivato provvedimenti, anche contingibili ed urgenti, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana».

Per capire come i gatti in casa possano costituire questo grave pericolo che minaccia la collettività, occorre fare un passo indietro e riflettere sul fatto che i poteri di intervento attribuiti al sindaco comprendono anche gli aspetti di sanità e di igiene, che possono rendere necessaria l’adozione di un provvedimento di urgenza per eliminarli.

Si pensi alla situazione di numerosi gatti tenuti in un piccolo appartamento e in cattive condizioni igieniche, con sporcizia ed escrementi che provocano esalazioni di cattivi odori ed accumulo di batteri nocivi alla salute umana e agli animali stessi: qui può ravvisarsi non solo un rischio per la salute psico-fisica dei gatti e dei loro padroni o degli altri abitanti nella casa, ma anche un pericolo per la sanità e l’igiene pubblica.

Quando il Comune può vietare di tenere gatti in casa?

Nelle situazioni di grave degrado igienico o di precarie condizioni di salute degli animali, il sindaco del Comune può emanare un’ordinanza «contingibile ed urgente» [5], con la quale impone al proprietario l’allontanamento dei gatti dall’appartamento e la loro collocazione in un altro ambiente idoneo, anche esterno, ove possibile sempre nella custodia del loro padrone, se è in grado di provvedervi.

È quanto accaduto in una vicenda concreta decisa di recente dal Tar Sicilia [6] che ha dato ragione all’Ente locale respingendo il ricorso del proprietario degli animali: nell’istruttoria era emerso che i gatti erano detenuti in casa in pessime condizioni di salute e di igiene. Un sopralluogo della Polizia municipale, allertata dalle segnalazioni dei vicini, aveva accertato la presenza di «abbondanti deiezioni» all’interno dell’abitazione e il successivo intervento del distretto veterinario dell’Azienda sanitaria provinciale ha confermato l’esistenza di «problemi igienico-sanitari».

Queste risultanze sono bastate ai giudici amministrativi per ritenere sussistente il «pericolo per la salute delle persone che abitano l’edificio», quindi il Tar ha riconosciuto valido e legittimo il provvedimento di sgombero dei gatti, poiché adottato per ragioni di «interesse pubblico».

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti consulta i seguenti articoli:


note

[1] Art. 1138, comma 5, Cod. civ.

[2] Art. 544 ter Cod. pen. “Maltrattamento di animali” e art. 727 Cod. pen. “Abbandono di animali”.

[3] Cass. sent. n. 32157 del 16.11.2020, n. 52031 del 04.10.2016, n.17677 del 22.03.2016 e n. 49298 del 22.11.2012.

[4] Art. 54, comma 4, D.Lgs. n.267/2000.

[5] Art. 50, comma 5, D.Lgs. n. 267/2000.

[6] Tar Sicilia, Sez. Catania, sent. n. 1299 del 23.04.2021.

Autore immagine: canva.com/


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