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Dare del gay al coniuge comporta addebito di separazione?

8 Maggio 2021 | Autore:
Dare del gay al coniuge comporta addebito di separazione?

Dire che una persona è omosessuale è un insulto? E se riferito al coniuge basta a far saltare un matrimonio? Il punto di vista della Cassazione.

Parliamoci chiaro: se tua moglie ti dicesse oggi sì e domani pure che sei gay, come reagiresti? Se tuo marito non perde occasione per accusarti di essere lesbica, che faresti? Ovvio che, se la situazione va avanti così, prima o poi salta tutto. La questione è: si può andare da un giudice a dire che il matrimonio è saltato perché la persona con cui si vive ti dà dell’omosessuale? E che per questo motivo si ha diritto all’assegno di mantenimento? In altre parole: dare del gay al coniuge comporta l’addebito di separazione?

Un po’ pochino, secondo la Cassazione [1]. Anche quando un rapporto di coppia finisce quando lei si fissa sul fatto che a lui piacciono gli uomini o viceversa. È questo il vero motivo della separazione, almeno da quanto racconta la persona offesa. Ma non basta, sostiene la Suprema Corte, per accollare all’altro (o all’altra) la colpa della fine del rapporto al punto di costringere l’ex a sganciare l’assegno tutti i mesi. Insomma, dare del gay al coniuge non comporta l’addebito di separazione, secondo i giudici.

Eppure, era stata sempre la Cassazione a stabilire non molto prima [2] che è legittimo andarsene via di casa di fronte ai ripetuti insulti del coniuge, che devono essere interpretati come reato di maltrattamenti in famiglia e che possono dare alla vittima delle offese il diritto di chiedere l’addebito della separazione.

Sembrano, dunque, pareri contrastanti. Vediamo come sono stati giustificati.

Dare del gay è reato?

Partiamo proprio dall’inizio. Perché sarebbe inutile discutere se il marito ha dei motivi per sentirsi offeso o meno quando si sente dare del gay dalla moglie se poi si scopre che non ci sono le basi (dal punto di vista legale) per far saltare un matrimonio a causa di queste parole. Dire a qualcuno che è un omosessuale è reato?

In una società che non cammina ma galoppa verso un concetto del politically correct ben più stretto rispetto al passato, dare del gay ad una persona non deve essere considerato offensivo, perché sarebbe come riconoscere che tra omosessuali ed eterosessuali c’è una differenza e che i primi hanno una componente negativa rispetto ai secondi. Diversità che nel tempo stanno scomparendo.

La Cassazione [3] ha provato a spiegare che dare del gay ad una persona non è reato, anche se in realtà quella persona è la più etero del mondo. Secondo i giudici supremi, infatti, alla parola «gay» o «omosessuale» non può più essere collegata una valenza offensiva, a differenza di quel che succedeva fino a non tanto tempo fa, per cui non è coerente parlare di diffamazione.

In poche parole: per la Suprema Corte, diversamente da altri appellativi utilizzati con «chiaro intento denigratorio», la parola «omosessuale assume un carattere di per sé neutro, limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto» ed è «in tal senso entrata nell’uso comune». Di conseguenza, «la mera attribuzione» di preferenze omosessuali non può avere «un carattere di per sé lesivo della reputazione».

Dare del gay al coniuge è un insulto?

Certo, all’interno del matrimonio tutto ha un peso diverso. Anche valori come la correttezza e il rispetto devono essere manifestati (almeno in teoria) in maniera particolare. Sentirsi dire certe cose da un amico non è come sentirle al coniuge, questo è chiaro. Così, quando la moglie accusa il marito di essere gay (o viceversa), delle due una: o sta scherzando o, se lo dice sul serio, l’intento di offendere è ben preciso, anche perché arriva proprio dalla persona meno indicata: quella, cioè, con cui (sempre in teoria) un coniuge ha un rapporto intimo che non dovrebbe lasciare spazio a dubbi sulle sue preferenze sessuali.

In poche parole: che un collega di lavoro o un conoscente ti dica che sei omosessuale (l’abbiamo anche visto prima) non deve essere ritenuto un insulto. Se te lo dice tua moglie o tuo marito, le cose cambiano perché l’intento di offendere l’altro nella sua sfera più intima è palese. E questo rischia di provocare nella persona offesa uno squilibrio emozionale non indifferente e un danno psicologico. Facile che uno arrivi a pensare: «Se mia moglie mi dice così, significa che, come uomo, non valgo niente». O viceversa. Qualcuno potrebbe crederci sul serio.

Stando così le cose, bisogna rispolverare un’altra sentenza della Cassazione in cui è stato stabilito che gli insulti al coniuge costituiscono il reato di maltrattamenti in famiglia. Tuttavia, affinché scatti l’illecito penale, occorre che gli insulti siano ripetuti e abituali. Non basta, quindi, che voli qualche parola di troppo in un momento di rabbia: occorre che vengano ripetute con una certa frequenza fino a quando ascoltarli diventi un’abitudine.

Questo giustifica che la vittima degli insulti lasci il tetto coniugale, cioè se ne vada via di casa: c’è, infatti, una giusta causa alla base del suo gesto. E ci saranno i presupposti per chiedere l’addebito della separazione.

Chi viene sistematicamente insultato, dunque, può chiedere la separazione e il divorzio con addebito a carico dell’altro coniuge. L’addebito, in sé, non garantisce il diritto al risarcimento del danno ma esclude la possibilità, per il responsabile, di chiedere l’assegno di mantenimento o di rivendicare i diritti ereditari se il coniuge dovesse morire prima del divorzio (col divorzio, infatti, si perdono tutti i diritti di successione).

Dare del gay al coniuge giustifica la richiesta di addebito?

Ricapitolando: dare del gay non è reato. Dare del gay al coniuge, però, può essere ritenuto un insulto più grave. Farlo ripetutamente ed abitualmente diventa maltrattamenti in famiglia. Significa che dare del gay al coniuge comporta l’addebito della separazione?

Sempre la Cassazione si è recentemente occupata della vicenda di un uomo che aveva deciso di porre fine al matrimonio perché stanco di sentirsi dire dalla moglie che era omosessuale. Il problema (per lui) è che la Suprema Corte non ha ritenuto che sia stata proprio questa la causa della crisi coniugale: per i giudici, il rapporto era già in crisi e le considerazioni della moglie potevano essere ritenute «puro contorno» in una situazione ormai degenerata. Non che sia simpatico e giustificabile dare del gay al marito. Ma – sostiene la Suprema Corte – quando si arriva a questo punto vuol dire che dietro c’è già qualcosa di grave che ostacola il matrimonio.

Certo, al marito non ha aiutato l’aver lasciato il tetto coniugale per un periodo di tempo per tornare qualche mese dopo e continuare a respingere a letto la moglie: quest’assenza di desiderio, di rapporti sessuali, ha portato la donna a fare qualche considerazione. E alla Cassazione a fare il classico «due più due»: significa che la crisi era già in atto prima che partissero le accuse di omosessualità. Accuse che il diretto interessato non ha per niente digerito.

Conclamata la separazione, lui chiede l’addebito in carico alla moglie. Qual è il principio stabilito dalla Cassazione? Che quelli che l’uomo ha interpretato come insulti da parte della moglie non sono la vera causa della separazione e che, quindi, non possono dare diritto all’addebito. Come a dire: se uno arriva a tanto, significa che c’era già qualcosa che non andava. E forse non solo per colpa della moglie.


note

[1] Cass. ordinanza n. 11789/2021 del 05.05.2021.

[2] Cass. sent. n. 34351/2020.

[3] Cass. sent. n. 50659/2016.

Autore immagine: canva.com/


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