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Mansioni inferiori sul lavoro: il danno da demansionamento va sempre provato

3 Aprile 2014
Mansioni inferiori sul lavoro: il danno da demansionamento va sempre provato

Lavoratore dequalificato: passa la tesi del danno-conseguenza; la semplice sofferenza emotiva non basta a ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, ma occorre anche il pregiudizio concreto e attuale alla vita di relazione.

Vita più difficile per i dipendenti assegnati a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali sono stati assunti, con conseguente svilimento del relativo bagaglio professionale e tecnico.

Infatti, in tali casi (cosiddetto “demansionamento”), per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale nei confronti del datore di lavoro, è sempre necessario dimostrare un pregiudizio concreto e attuale.

Non basta, quindi, sostenere – e anche provare compiutamente – che c’è stato un inadempimento da parte del datore e l’attribuzione ad attività di rango inferiore. In altre parole, non basta dimostrare la lesione alla dignità e, quindi, una sofferenza emotiva. È necessario anche dimostrare il danno.

La tesi è stata espressa questa mattina dalla Cassazione [1].

Secondo la Suprema Corte, il fatto che la Costituzione protegga il lavoro come valore fondamentale della persona non significa che esso possa consentire, in caso di lesione, una tutela a prescindere poi da un pregiudizio concreto. Il dipendente deve sempre offrire la dimostrazione concreta del danno alla salute o alla vita di relazione (danno, cioè, di natura “non patrimoniale”). Insomma, la lesione “non si può presumere” per il solo fatto che c’è stato il demansionamento, ma va dimostrata nei fatti. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo da parte del datore.

Per fortuna, poi, la Cassazione ricorda che tale prova può essere fornita con ogni mezzo consentito dall’ordinamento, il che sembra tendere una mano al lavoratore.

Non è la prima volta che la Corte offre un’interpretazione restrittiva di questo tipo. Già un anno fa [2], gli stessi giudici di legittimità avevano sostenuto che l’inadempimento del datore di lavoro non fa scattare automaticamente il risarcimento del danno esistenziale in favore del dipendente demansionato: a quest’ultimo spetta provare, infatti, non solo il demansionamento rispetto alle proprie qualifiche, ma il danno non patrimoniale e il rapporto di causa/effetto tra tale danno e l’inadempienza dell’impresa.


La semplice sofferenza emotiva del lavoratore non è sufficiente per chiedere una somma di denaro in ristoro: chi lamenta la dequalificazione professionale deve dimostrare il cambiamento delle sue abitudini di vita, un danno alla salute o alla vita di relazione.

note

[1] Cass. sent. n. 7818/14 del 3.04.2014: in pratica, ciò che dice la Suprema Corte è che il danno non è “in re ipsa” e il pregiudizio non si identifica con la lesione.

[2] Cass. sent. n. 6797/13 del 19.03.2013.

Autore immagine: 123rf.com


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