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Danno da violazione della privacy e prova: Cassazione

10 Maggio 2021
Danno da violazione della privacy e prova: Cassazione

Tutela della privacy e dei dati personali: danno non patrimoniale da illecita divulgazione e risarcimento. 

Come dimostrare il danno da lesione della privacy

Il danno alla privacy, non identificandosi come danno risarcibile per la lesione dell’interesse tutelato dall’ordinamento ma con le conseguenze di tale lesione, può essere provato anche attraverso presunzioni, non essendo in re ipsa, come ogni danno non patrimoniale. 

Corte di cassazione, sezione I civile, ordinanza 26 aprile 2021 n. 11020 

Soglia di risarcibilità del danno da lesione della privacy

Il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 15 del d.lgs. n. 196 del 2003 (codice della privacy), pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli artt. 2 e 21 Cost. e dall’art. 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno”, in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex art. 2 Cost., di cui quello di tolleranza della lesione minima è intrinseco precipitato, sicché determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’art. 11 del codice della privacy, ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva, restando comunque il relativo accertamento di fatto rimesso al giudice di merito.

Corte di cassazione, sezione VI-1 civile, ordinanza 20 agosto 2020 n. 17383 

Onere della prova nel danno da lesione della privacy

L’onere di provare il danno subito dal trattamento abusivo del proprio dato personale, alla stregua dell’art. 15 dlgs n. 196 e dell’art. 2050 cc, incombe, seppur in via preliminare rispetto alla prova da parte del danneggiante della mancanza di colpa, su colui che agisce per tale abusiva utilizzazione, tuttavia il danno e in particolare la “perdita” deve essere sempre oggetto di proporzionata e adeguata deduzione da parte dell’interessato. 

In caso di illegittima segnalazione della banca alla Crif (Centrale rischi finanziaria) l’imprenditore, ingiustamente indicato come cattivo pagatore, non può avere de plano il risarcimento del danno, ma deve provarlo. Il danno cioè non è in re ipsa ma va provato. L’accertata violazione nell’utilizzo dei dati personali del cliente erroneamente additato dalla banca non solleva il danneggiato dal dimostrare il danno alla sua reputazione e offrire mezzi di prova per quantificarlo. Circostanza nella fattispecie non verificatasi.

In caso di illecito trattamento dei dati personali per illegittima segnalazione alla Centrale dei rischi, il danno, sia patrimoniale che non patrimoniale, non può essere considerato in re ipsa per il fatto stesso dello svolgimento dell’attività pericolosa. Anche nel quadro di applicazione dell’ art. 2050 c.c. , il danno, e in particolare la perdita, deve essere sempre allegato e provato da parte dell’interessato.

Corte di cassazione, sezione I civile, ordinanza 8 gennaio 2019 n. 207 

I danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali in base all’art. 15, d.lg. n. 196 del 2003, sono assoggettati alla disciplina di cui all’art. 2050 c.c., con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Cassazione civile , sez. I , 23/05/2016 , n. 10638

Risarcimento danno da privacy: è in re ipsa?

Il danno non patrimoniale non può mai ritenersi in re ipsa ma deve essere debitamente allegato e provato da chi lo invoca; per tali motivi non può essere accolta la richiesta risarcitoria di un avvocato che si limiti ad allegare il danno all’immagine ed alla reputazione subito, quale affermato professionista, senza dimostrare i pregiudizi ricollegabili all’attività professionale svolta.

Cassazione civile , sez. III , 19/07/2018 , n. 19137

In caso di illecito trattamento dei dati personali per illegittima segnalazione alla Centrale dei rischi, il pregiudizio non patrimoniale non può mai essere in re ipsa, ma deve essere allegato e provato da parte dell’attore, anche mediante il ricorso alla prova presuntiva. Raggiunta la prova della lesione, considerando che trattasi di beni immateriali il cui pregiudizio difficilmente si presta ad essere effettivamente valutato e quantificato, il danneggiato potrà ritenersi esonerato dalla dimostrazione del quantum dello stesso, a tal fine sopperendo la valutazione equitativa del giudicante ex art. 1226 c.c.

Cassazione civile , sez. III , 05/03/2015 , n. 4443

L’illecito trattamento di dati personali giustifica l’accoglimento della pretesa risarcitoria azionata ai sensi dell’art. 15 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, solo a condizione che sia dimostrata dall’interessato l’esistenza di un pregiudizio di natura non patrimoniale sofferto in sua conseguenza.

(Nella specie, pur essendosi accertata l’illecita propalazione di circostanze idonee a rivelare le abitudini sessuali del soggetto interessato, costui non si era neppure preoccupato di dimostrarne l’incidenza negativa che tale evento aveva prodotto nella sfera delle proprie relazioni parentali e sociali, ovvero eventuali riflessi sul diritto di visita del figlio riconosciutogli nel procedimento di separazione personale ancora pendente all’epoca del fatto)

Cassazione civile , sez. VI , 05/09/2014 , n. 18812

Danno da esposizione mediatica non autorizzata

In tema di lesione dell’interesse al rispetto dei propri dati personali, deve essere riconosciuto il danno consistente nella sofferenza morale patita da un soggetto in seguito alla diffusione senza consenso, nel corso di una trasmissione televisiva, del proprio nominativo, peraltro evocato anche in associazione alla localizzazione del proprio studio professionale, in un contesto totalmente estraneo a quello strettamente professionale. (Nel caso di specie, la S.C. ha confermato la sentenza della corte d’appello, che aveva fondato il riscontro del danno causato dall’esposizione mediatica non autorizzata del nominativo del soggetto coinvolto, sulla base dell’estensione a quest’ultimo del fatto positivo rappresentato dalla ricorrenza di una condizione di sofferenza legata alla lesione dell’interesse della generalità dei consociati al rispetto della propria riservatezza, considerato alla stregua di una nozione di comune esperienza, rilevante ai sensi del comma 2 dell’ art. 115 c.p.c.).

Cassazione civile , sez. III , 13/02/2018 , n. 3426

Spam e risarcimento del danno 

Il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’articolo 15 del codice della privacy, pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli articoli 2 e 21 Cost. e dall’articolo 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno” (quale perdita di natura personale effettivamente patita dall’interessato), in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex articolo 2 Cost., di cui il principio di tolleranza della lesione minima è intrinseco, sicchè determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’articolo 11 del medesimo codice ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva. 

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 8 febbraio 2017 n. 3311



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