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Cannabis per uso terapeutico: legittima la coltivazione in casa?

11 Maggio 2021
Cannabis per uso terapeutico: legittima la coltivazione in casa?

Condanna per la detenzione di hashish e marijuana se il quantitativo della droga rinvenuta esclude la destinazione all’uso personale a scopo terapeutico.  

In Italia, non è consentito coltivare cannabis. Tuttavia, come chiarito di recente dalle Sezioni Unite della Cassazione [1], tale comportamento non costituisce reato se l’esiguità del numero di piantine e della sostanza ricavabile consentono di escludere lo spaccio. 

Chi soffre di malattie invalidanti trova però nella marijuana un valido antidolorifico. Così la legge prevede la possibilità – dietro ricetta medica – di acquistare cannabis per uso terapeutico solo in farmacia. Volendo risparmiare e rendersi “autonomi” è possibile coltivarla da soli, stante il valido motivo legato alla salute? Della questione è stata nuovamente investita la Suprema Corte. Ai giudici è stato posto il seguente quesito: è legittima la coltivazione in casa di cannabis a uso terapeutico? E qual è il numero di piantine oltre le quali scatta il reato? Ecco cosa è stato precisato in tale occasione [2].

Coltivazione cannabis a uso terapeutico

L’articolo 17 del Testo Unico sugli stupefacenti stabilisce che chiunque intenda coltivare sostanze stupefacenti o psicotrope deve munirsi dell’autorizzazione del ministero della Sanità. Dall’obbligo di autorizzazione sono escluse solo le farmacie, autorizzate già dalla legge alla vendita di dette sostanze, ma solo in dose e forma di medicamenti. Non è quindi possibile comprare in farmacia i semi di marijuana o le piantine.

Dunque, la coltivazione di cannabis a uso terapeutico è illegale in Italia (a meno che non autorizzata dal ministero, autorizzazione però che viene concessa ad «enti e imprese», dice la norma). Ma una cosa è dire che è «illegale», un’altra è invece affermare che si tratti di un reato. Difatti, come affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione, la coltivazione domestica di cannabis, se destinata a uso personale, non costituisce illecito penale, ma semplice illecito amministrativo. Il che significa che è possibile subire tutt’al più la revoca della patente, del porto d’armi, del passaporto. Non sono previste altre sanzioni, neanche di natura economica, né ripercussioni sulla fedina penale. Secondo i giudici supremi, infatti, non costituisce reato l’attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica destinate ad uso personale.

Questa stessa condotta però diventa reato nel momento in cui il quantitativo di piantine – e quindi la sostanza estraibile – sia tale da essere incompatibile con l’uso personale. L’ordinamento presume infatti che un numero elevato di piantine sia rivolto allo spaccio, condotta quest’ultima costituente sempre reato.

Quando la coltivazione di cannabis a uso terapeutico è reato

Il fatto che la coltivazione di cannabis sia destinata a uso terapeutico non è un’attenuante, né una giustificazione: tale condotta rientra nell’illecito amministrativo se si tratta di una piantagione di minime dimensioni (di solito, fino a due o tre piantine) o nell’illecito penale se si tratta di una piantagione più estesa. 

Non sono previste soglie diverse per chi usa la droga per curarsi o per alleviare i dolori: come anticipato, tali soggetti possono, tutt’al più, chiedere al medico la ricetta e acquistare il medicinale in farmacia. Quindi, l’uso analgesico della sostanza drogante non giustifica una piantagione più “ricca”.

Nella pronuncia in commento, la Cassazione ha ritenuto che un chilogrammo di erba a casa costituisse reato; si tratterebbe di un quantitativo eccessivo anche per un invalido, incompatibile con l’ipotesi della destinazione ad un uso esclusivamente personale a scopo terapeutico. L’uso di stupefacenti a scopo analgesico non cambia insomma le carte in tavola. 

Questa decisione poggia soprattutto sulla circostanza della «quantità particolarmente rilevante dello stupefacente» a fronte di «una condizione personale di limitata capacità economica». Significativo, poi, anche «il confezionamento in singole dosi», destinate, si può presumere, alla rivendita.

In sintesi, sono mancati «elementi probanti» relativi a «una così consistente destinazione della sostanza ad un uso terapeutico».

Quante piantine di cannabis si possono coltivare?

Vediamo ora quante piante di marijuana si possono tenere in casa affinché la coltivazione sia considerata un semplice illecito amministrativo e non un reato. Questo la Cassazione non lo ha detto, ma dalla media delle pronunce sino ad oggi pubblicate è possibile individuare il limite in due piantine per soggetto. Naturalmente, il vaglio è rimesso al singolo giudice che dovrà valutare caso per caso.  

 


note

[1] Cass. sent. n. 12348/2020.

[2] Cass. sent. n. 17874/21 del 7.05.2021.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 27 gennaio – 7 maggio 2021, n. 17874

Presidente Bricchetti – Relatore Di Stefano

Motivi della decisione

Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale della medesima città, ha assolto l’imputato T.M. dal reato di cui al capo B) (coltivazione di 33 piante di cannabis all’interno dell’abitazione) perché il fatto non sussiste e, concesse le attenuanti generiche, ne ha confermato il giudizio di responsabilità in ordine al reato di detenzione di marijuana e hashish di cui al capo A), e lo ha condannato alla pena di anni uno di reclusione ed Euro 3000, 00 di multa.

T. ricorre a mezzo dei difensori:

primo motivo: vizio di motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p..

Il ricorrente rileva come in ambedue i gradi di giudizio si sia operato un travisamento del fatto consistente nell’omissione della valutazione di quanto apportato dalla difesa (prove documentali e dichiarative) caratterizzate peraltro dalla decisività nell’ambito dell’apparato motivazionale impugnato.

Le considerazioni svolte dalla Corte confliggono infatti con le dichiarazioni dell’imputato, il quale avrebbe ampiamente spiegato lo stato di invalidità in cui versa e che richiede l’uso di stupefacenti a scopo analgesico, nonché con le certificazioni mediche per l’assunzione di cannabis per uso terapeutico, e con quanto altro dedotto in ordine all’assenza di prove della destinazione allo spaccio della droga.

Secondo motivo: violazione di legge in relazione al diniego del riconoscimento della fattispecie di lieve entità ex D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, nonché omessa motivazione, con riferimento alla prevalenza del dato quali-quantitativo rispetto alle altre modalità dell’azione.

Terzo motivo: violazione di legge con riferimento al diniego della sospensione condizionale della pena e alla non menzione della condanna nel casellario giudiziale.

La difesa osserva come il certificato del casellario giudiziale del ricorrente riporti due condanne risalenti a più di venti anni fa, per le quali fu concessa sospensione condizionale, e le cui pene risultano estinte ex lege.

Si segnala, pertanto, che il divieto di concedere per più di due volte la sospensione condizionale della pena, anche a prescindere dalla valutazione delle circostanze indicate nell’art. 133 c.p. e richiamate dall’art. 164 c.p., comma 1, comporta un contrasto dell’art. 164 c.p., u.c., con il principio di rieducazione della pena, nonché con il diritto dell’imputato ad essere giudicato sulla base di un giudizio prognostico che non sia vincolato a ciò che è ritenuto estinto da parte dello stesso ordinamento giuridico.

Si rileva come non sia una questione di numero di condanne riportate nè di limite astratto alle possibilità di concessione della sospensione condizionale della pena, ma di giudizio prognostico circa la probabilità che l’imputato commetta ulteriori reati.

Il procuratore generale con requisitoria scritta ha chiesto il rigetto del ricorso.

Il primo motivo è infondato. La difesa ripropone una valutazione degli elementi a sostegno dell’uso personale (terapeutico) su cui vi sono ampie e logiche argomentazioni dei giudici di merito. Questi, difatti, correttamente hanno valorizzato la circostanza della quantità particolarmente rilevante dello stupefacente in una condizione personale di limitata capacità economica per l’acquisto in tale quantità, la presenza di indici della attività di confezionamento in singole dosi per la rivendita nonché la assenza di elementi probanti di una così consistente destinazione a uso terapeutico.

Il secondo motivo è infondato. La ipotesi di cui al comma 5 della disposizione citata è di per sé esclusa da una quantità di stupefacente – grammi 979.65 di marijuana e grammi 168.09 di hashish – che dimostra una capacità di vendita di numerosissime dosi di droga nel breve periodo e, quindi, una dimensione della attività di spaccio certamente non di minima entità. Quindi, l’inquadramento da parte dei giudici di merito è certamente corretto.

Il terzo motivo è manifestamente infondato in quanto chiede un’impossibile terza applicazione di benefici, testualmente esclusa dalle disposizioni citate dalla stessa difesa.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Redatta con la collaborazione del Dr. Pinti Massimiliano, in tirocinio ex L. n. 98 del 2013, art. 73.

 


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1 Commento

  1. I miei amici hanno una piantina in casa. Quando andavo a trovarli, sentivo sempre questa puzza, ma essendo stranieri pensavo fossero spezie particolari visto che stavamo sempre in cucina e quindi non avevo la benché minima idea che si trattasse di cannabis, anche perché non fumo e non avevo mai sentito certi odori. Poi, li vedevo preparare le sigarette con il tabacco e quindi pensavo anche fosse la puzza di tabacco acquistato nelle bustine. Invece, con grande sorpresa, mi hanno rivelato che avevano una piantina per consumo personale e per uso terapeutico. Non è che gli ho fatto la morale, però gli ho fatto mille raccomandazioni sia sul consumo sia sui pericoli di essere sgamati per un quantitativo maggiore ma loro erano ben informati a riguardo

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