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Licenziamento tramite telegramma: è possibile?

11 Maggio 2021
Licenziamento tramite telegramma: è possibile?

La Cassazione si pronuncia in merito alla validità del licenziamento intimato a mezzo telegramma. 

La legge [1] impone che il licenziamento sia comunicato al lavoratore in forma scritta. Non viene però menzionata la modalità con cui tale comunicazione debba avvenire; ma, sussistendo in capo all’azienda l’obbligo di dimostrare l’assolvimento di tale formalità, è chiaro che venga, il più delle volte, preferita la raccomandata con avviso di ricevimento. Ci si è però chiesto se è possibile il licenziamento tramite telegramma. Può cioè il datore di lavoro inviare un semplice telegramma tramite il servizio postale per risolvere il rapporto di lavoro?

Sulla questione ha posto una risposta la Corte di Cassazione [2]. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Forma del licenziamento

Come anticipato, la legge stabilisce che il datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, deve comunicare per iscritto il licenziamento al lavoratore.

La comunicazione del licenziamento deve contenere la specificazione dei motivi che lo hanno determinato.

Secondo la giurisprudenza, tale onere di forma impone che l’atto con il quale sia stato intimato il recesso sia firmato dal datore di lavoro (o dal suo rappresentante che ne abbia il potere generale o specifica procura scritta). 

In caso di contestazione del dipendente, spetta al datore dimostrare di aver rispettato tale forma.

Licenziamento: quali forme?

Proprio perché è onere dell’azienda fornire le prove del rispetto della forma scritta nel licenziamento e dell’avvenuto ricevimento da parte del destinatario, la modalità più spesso utilizzata per comunicare il recesso è la raccomandata a.r.

Lo stesso risultato si ottiene anche con una lettera consegnata a mani e controfirmata dal dipendente per ricevuta ed accettazione. Il dipendente non è però tenuto a firmare tale lettera; sicché, in tal caso, il datore dovrà avvalersi della raccomandata a.r., non avendo altrimenti le prove dell’avvenuta consegna.

Qualche giudice ha ritenuto legittimo il licenziamento via WhatsApp o sms a condizione che venga fornita la prova del ricevimento di tale comunicazione: prova che potrebbe consistere anche nella semplice opposizione del lavoratore al licenziamento, esercitata nei termini (60 giorni). La contestazione del dipendente costituirebbe infatti una tacita ammissione di ricevimento del messaggio anche se inoltrato sul telefonino.

Al passo coi tempi, bisogna ritenere lecito il licenziamento via Pec: la posta elettronica certificata ha lo stesso valore di una raccomandata a.r. a patto, però, che siano dotati del relativo account sia il mittente (il datore di lavoro) che il destinatario (il dipendente). Non può essere infatti certificata la Pec inviata ad un indirizzo di mail ordinario.

Licenziamento tramite telegramma: è lecito?

Vediamo ora se è possibile un licenziamento tramite telegramma.

L’articolo 2705 del Codice civile è la norma da cui dobbiamo partire. Essa stabilisce qual è il valore legale della comunicazione inviata dal telegramma. La norma prevede che il telegramma ha l’efficacia probatoria della scrittura privata se l’originale consegnato all’ufficio di partenza è sottoscritto dal mittente, oppure se è stato consegnato o fatto consegnare dal mittente medesimo, anche senza sottoscriverlo.

Ebbene, secondo la Cassazione, nulla esclude che il licenziamento possa avvenire con un telegramma; tuttavia, in caso di contestazione da parte del dipendente, il datore di lavoro deve fornire la prova che l’originale del telegramma consegnato all’ufficio di partenza sia firmato dal mittente, o che in mancanza di sottoscrizione l’originale sia stato consegnato o fatto consegnare all’ufficio di partenza dal mittente.

Nel caso di specie, ha rilevato la Suprema Corte, la società datrice di lavoro non aveva fornito alcuna prova della ricorrenza di tali requisiti, sicché è stata accolta l’opposizione del dipendente. 

In un altro e più datato precedente risalente al 2014, [3] la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento con telegramma a condizione che i fatti contestati siano descritti con sufficiente precisione. 

In una sentenza del 2008 [4], la Suprema Corte ha detto che, in caso di licenziamento con telegramma contestato dal dipendente, il giudice, dopo aver accertato che il datore di lavoro non ha dato prova di avere sottoscritto l’originale consegnato all’ufficio postale di partenza, deve compiere delle indagini circa la sussistenza delle ulteriori due ipotesi previste dall’art. 2705 Codice civile (aver consegnato personalmente o fatto consegnare l’originale del telegramma all’ufficio di partenza), che comunque legittimerebbero l’efficacia probatoria del telegramma e impedirebbero la decadenza dall’impugnazione.

Una sentenza del 2010 della stessa Cassazione [5] ha infine ritenuto valido il licenziamento comunicato in forma scritta anche se manca la firma del datore di lavoro, come appunto succede nel telegramma, a patto che non ci sia una contestazione da parte del dipendente sull’uso della forma adottata dall’azienda. Nella pronuncia si legge che: «La scrittura con la quale sia intimato il licenziamento può ritenersi valida anche quando non venga sottoscritta dal datore di lavoro o da un suo rappresentante, ma contenga, nell’intestazione ed in calce, la denominazione dell’impresa e del suo titolare, sia trasmessa mediante raccomandata e tempestivamente impugnata dal lavoratore con riferimento al contenuto e non alla forma».

Ed ancora: «Ai sensi dell’art. 2705 c.c., ai fini della efficacia del telegramma, è sufficiente che l’originale sia consegnato o fatto consegnare dal mittente, anche senza che questi lo sottoscriva, sicché l’utilizzazione del servizio telefonico, prevista dal codice postale, consente al mittente, autore della comunicazione, di ottenere, sia pure con la collaborazione di terzi, il recapito del proprio messaggio all’ufficio telegrafico. Tuttavia, ove sorga contestazione circa la riferibilità del telegramma al mittente, questi ha la facoltà e l’onere di provare, con ogni mezzo di prova, che l’affidamento all’ufficio incaricato di trasmetterlo è avvenuto a sua opera o su sua iniziativa» [6].

Alla luce di tali sentenze si potrebbe anche, in via precauzionale, far seguire al licenziamento tramite telegramma – per una maggiore speditezza – la raccomandata o la lettera consegnata a mani.


note

[1] Art. 2 della legge 15 luglio 1966 n. 604, modificato dall’art. 2 della legge 11 maggio 1990 n. 108.

[2] Cass. Sez. Lav. 15 aprile 2021, n. 10023.

[3] Cass. sent. n. 26744/2014. 

[4] Cass. sent. n. 24660/2008.

[5] Cass. sent. n. 7044/2010.

[6] Cassazione civile sez. lav., 09/11/2006, n.23882

Autore immagine: depositphotos.com

Cassazione civile sez. lav., 06/10/2008, (ud. 09/07/2008, dep. 06/10/2008), n.24660

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al giudice del lavoro di Napoli, S.S. impugnava il licenziamento comminatogli dalla spa Discount Sud, alle cui dipendenze aveva svolto mansioni di ausiliario alle vendite in un supermercato. Disposta la chiamata in causa della soc. Gruppo GS, cessionaria dell’azienda, il Tribunale rigettava la domanda ritenendo il lavoratore decaduto dal diritto di impugnare il recesso.

Proponeva appello il S. ritenendo che erroneamente il primo giudice avesse ritenuto che il telegramma con cui aveva impugnato il licenziamento non fosse a lui riconducibile.

La Corte di appello di Napoli con sentenza 25.3-11.10.04 rigettava l’impugnazione, rilevando che, di fronte alla contestazione mossagli dalla parte convenuta, il ricorrente avrebbe dovuto provare di aver sottoscritto l’originale del telegramma presentato all’ufficiale postale o, mancando la sottoscrizione, di aver consegnato personalmente o di aver fatto consegnare l’originale all’ufficio che aveva ricevuto ed inviato il telegramma. Il testo sottoscritto prodotto in giudizio, pur esprimendo nel contenuto l’inequivocabile intenzione di non riconoscere efficacia al licenziamento, risultava dattiloscritto e, in mancanza di autografia, non poteva essere ricondotto al ricorrente. Era presente in atti anche la copia fotostatica di un modulo di presentazione del telegramma, in cui era riportato lo stesso testo in carattere stampatello con una sottoscrizione in corsivo; essa, tuttavia, non recava alcuna attestazione di conformità all’originale, di modo che, di fronte alla contestazione della parte datoriale, non poteva affermarsi che la sottoscrizione ivi risultante figurasse anche sull’originale del testo. Escluso che potessero tenere luogo dell’attestazione di conformità altre dichiarazioni dell’amministrazione postale circa la provenienza del testo presentato, la Corte di merito riteneva non acquisita la prova della provenienza del telegramma dal ricorrente e rigettava l’impugnazione, ritenendo lo stesso decaduto dall’impugnazione del licenziamento.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione il S., cui risponde con controricorso la GS spa. Entrambe le parti hanno prodotto memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è fondato.

Con il primo motivo parte ricorrente deduce violazione dell’art. 2719 c.c. in relazione agli artt. 214 e 215 c.p.c. ed agli artt. 2702 e 2705 c.c., rilevando che la fotocopia del telegramma presentato il 12.2.98 all’ufficio postale non era stata formalmente disconosciuta dalla controparte con le modalità e nei termini fissati dagli artt. 214 e 215 c.p.c., essendosi la convenuta limitata a eccepire la decadenza del ricorrente “non provenendo dallo stesso il telegramma pervenuto alla società”. Avendo il telegramma l’efficacia probatoria della scrittura privata ed essendo mancato il formale disconoscimento non sarebbe stata necessaria alcuna attestazione di conformità, avendo ormai la fotocopia acquistato l’efficacia dell’originale.

Con il secondo motivo è dedotta omessa motivazione e violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. in quanto la Corte di merito, dopo avere escluso che il telegramma fosse stato sottoscritto dal mittente, ha omesso ogni indagine in relazione alle residuali alternative previste dall’art. 2705 c.c., e cioè se il ricorrente avesse consegnato o fatto consegnare lo stesso all’ufficio di spedizione.

Con il terzo motivo è dedotta la violazione dell’art. 2729 c.c., di fronte al complesso probatorio offerto dalla parte ricorrente, assistito dai requisiti dell’univocità, precisione e concordanza e di fronte al fatto notorio che parte ricorrente non avrebbe mai potuto produrre l’originale del modulo, trattenuto dall’amministrazione postale, quantomeno per presunzioni (art. 2729 c.c.) il giudice avrebbe dovuto ritenere raggiunta la prova della provenienza del telegramma dal ricorrente.

Al fine di delineare il thema decidendi, deve rilevarsi che il giudice di merito sostiene che il testo del telegramma prodotto in giudizio esprime l’inequivocabile intenzione di non riconoscere validità ed efficacia al licenziamento e che, tuttavia, di fronte alla contestazione di parte datoriale – che pone in dubbio la provenienza del telegramma dal lavoratore – quest’ultimo abbia fallito all’onere probatorio di aver sottoscritto l’originale del telegramma o, in mancanza di sottoscrizione, di aver consegnato personalmente o di aver fatto consegnare l’originale all’ufficio postale.

Tanto premesso, deve rilevarsi l’inammissibilità del primo motivo di ricorso, anche se per ragione diversa da quella eccepita dalla controricorrente, la quale sostiene che la questione ivi sollevata dal ricorrente (mancato disconoscimento della fotocopia del testo del telegramma ai sensi degli artt. 214 e 215 c.p.c. e, trattandosi di atto assimilato alla scrittura privata, sua conseguente acquisizione dell’efficacia di scrittura privata) sarebbe dedotta per la prima volta in sede di legittimità. Dalla sintesi dei motivi di appello effettuata dalla Corte territoriale, emerge infatti, che l’appellante S. aveva dedotto che il datore di lavoro “non aveva impugnato, disconosciuto o proposto querela di falso avverso quel documento, cui era stata allegata anche un’attestazione di conformità”. Tale sommaria indicazione consente di acclarare, tuttavia, solo che la questione era entrata già in causa e che è mancata una trattazione al riguardo, senza che sia però possibile individuare nei termini esatti quanto dedotto in sede di appello dal S.. Onde consentire al Collegio di ricostruire i termini esatti della questione dedotta in sede di merito, parte ricorrente avrebbe dovuto dedurre specificamente l’error in procedendo del giudice di merito per l’omesso esame del motivo di appello relativo, denunziando la violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art 360 c.p.c., n. 4, la quale consente alla parte di chiedere e al giudice di legittimità (in tal caso giudice anche del fatto processuale) di effettuare l’esame, altrimenti precluso, degli atti del giudizio di merito e, così, anche dell’atto di impugnazione (v. Cass. 27.1.06 n. 1755 e la giurisprudenza ivi menzionata). La mancata deduzione del vizio nei termini indicati, evidenziando il difetto di identificazione del preteso errore del giudice del merito e impedendo il riscontro ex actis dell’assunta omissione, rende, pertanto, inammissibile il motivo.

E’, invece, fondato il secondo motivo di ricorso, con cui viene denunziata violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., con cui parte ricorrente lamenta che, una volta ritenuta non raggiunta la prova circa la sottoscrizione del telegramma, ha omesso di compiere le ulteriori indagini.

La giurisprudenza di questa Corte ritiene che nel caso di dichiarazione di impugnazione stragiudiziale del licenziamento, L. 15 luglio 1966, n. 604, ex art. 6, a mezzo di telegramma, in caso di contestazione da parte del destinatario, il lavoratore è tenuto, ove intenda avvalersene, a fornire la prova del fatto di aver sottoscritto personalmente l’originale consegnato all’ufficio di partenza, ovvero, in mancanza di sottoscrizione, di aver consegnato o personalmente fatto consegnare l’originale all’ufficio stesso, così dimostrando l’esistenza delle condizioni richieste dall’art. 2705 c.c. perchè il documento abbia l’efficacia probatoria della scrittura privata (v., Cass. 26.7.96 n. 6749 e 23.12.03 n. 19689).

Il giudice di merito, dopo aver dichiarato di volersi adeguare a tale orientamento, dello stesso ha fatto applicazione solo parziale, in quanto, accertato che il lavoratore non ha dato la prova di aver sottoscritto l’originale consegnato all’ufficio di partenza, non ha compiuto alcuna indagine circa la sussistenza delle ulteriori due ipotesi previste dall’art. 2705 c.c. (aver consegnato personalmente o fatto consegnare l’originale del telegramma all’ufficio postale di partenza), la cui sussistenza comunque legittimerebbe l’efficacia probatoria del telegramma e impedirebbe la decadenza dall’impugnazione del lavoratore. La pronunzia articolata in questi termini è carente, in quanto, dopo aver affermato che l’appellante avrebbe dovuto provare di aver sottoscritto l’originale o – mancando la sottoscrizione – di aver consegnato personalmente o di aver fatto consegnare l’originale all’ufficio postale, il giudice di merito ha immotivatamente limitato il suo accertamento solo al primo dei requisiti richiesti dall’art. 2705 c.c. (la prova della sottoscrizione), senza esaurire il thema decidendi da lui stesso delineato, nella sostanza procedendo ad un esame parziale della domanda.

E’, invece, infondato il terzo motivo di ricorso, con cui, lamentando violazione dell’art. 2729 c.c., parte ricorrente censura la pronunzia del giudice di merito in quanto, di fronte al complesso degli elementi di fatto forniti, non ha fatto ricorso all’istituto della presunzione per pervenire alla conclusione che il telegramma perveniva effettivamente dal lavoratore.

L’art. 2729 c.c. prevede che “le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla prudenza del giudice, il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti”. La giurisprudenza della Corte ritiene che, in materia di presunzioni, è riservata al giudice di merito la valutazione discrezionale sia in punto di opportunità di fondare la decisione su tale mezzo di prova, che di sussistenza dei presupposti che ad esso consentono il ricorso, fissando i requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare gli elementi di fatto come fonti di presunzione, ovvero come circostanze idonee a consentire illazioni che ne discendano secondo l’id quod plerumque accidit. Il ricorso alle presunzioni è rimesso, dunque, alla discrezionalità del giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se adeguatamente e correttamente motivato (giurisprudenza costante, v.

da ultimo Cass. 26.1.07 n. 1715 e 4.5.05 n. 9225).

Considerato che nella specie il giudice di merito non ha ritenuto di ricorrere alle presunzioni e che al riguardo non era tenuto a dare alcuna giustificazione (non risultando a lui peraltro mossa alcuna sollecitazione in tal senso), deve ritenersi non censurabile la mancata applicazione dell’art. 2729 c.c..

In conclusione, dichiarato inammissibile il primo motivo e rigettato il terzo, è fondato il secondo motivo, di modo che deve essere cassata l’impugnata sentenza, con rimessione per un nuovo esame al giudice indicato in dispositivo, il quale farà applicazione del seguente principio di diritto: con riguardo all’impugnazione stragiudiziale del licenziamento, ai sensi e per gli effetti di cui alla L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 6 nel caso di dichiarazione a mezzo di telegramma ex adverso contestata, il giudice dopo aver accertato che il lavoratore non ha dato la prova di aver sottoscritto l’originale consegnato all’ufficio di partenza, deve compiere indagini anche circa la sussistenza delle ulteriori due ipotesi previste dall’art. 2705 c.c. (aver consegnato personalmente o fatto consegnare l’originale del telegramma all’ufficio postale di partenza), la cui sussistenza comunque legittimerebbe l’efficacia probatoria del telegramma e impedirebbe la decadenza dall’impugnazione del lavoratore.

Lo stesso giudice di rinvio provvedere anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2008.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2008


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