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Se l’avvocato sta male e i termini per l’appello decorrono inutilmente

6 Aprile 2014


Se l’avvocato sta male e i termini per l’appello decorrono inutilmente

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Aprile 2014



Non è un caso fortuito, valido per la rimessioni in termini, il malore improvviso che colga il difensore: la responsabilità per un comportamento processuale poco diligente ricade sul cliente.

Chi sia stato dichiarato colpevole da una sentenza e non l’abbia impugnata solo perché il proprio avvocato è stato colto da un grave e improvviso malore (non potendo, così, proporre appello nei termini), non può che prendersela con sé stesso e con la propria scelta ricaduta su un difensore poco diligente.

È questo il rigido insegnamento che proviene da una recente sentenza della Cassazione [1].

Bisogna premettere che il nostro processo – sia esso civile che penale – è caratterizzato da termini perentori per il compimento di determinate attività processuali: è il caso, per esempio, dei termini per proporre appello contro la sentenza. Scaduti tali termini, non c’è modo di poter “tornare indietro” e compiere ugualmente dette attività se non dimostrando al magistrato di non aver potuto rispettare le scadenze per via di un “caso fortuito” o di una “forza maggiore[2].

Ebbene, secondo la Suprema Corte, non si può ritenere che il malore improvviso dell’avvocato possa essere classificato come un “caso fortuito”: sicché, il cliente che, per tale ragione, perde la possibilità di proporre appello non potrà chiedere di “rimettere indietro il calendario” per esercitare quei diritti dai quali ormai è decaduto (i tecnici del diritto la chiamano “rimessione in termini”).

L’impedimento del difensore dovuto a gravissimi motivi di salute dello stesso non rilevano per la nostra legge. L’imputato ha, dunque, il dovere di scegliere un difensore capace e diligente che lo informi di ogni accadimento processuale e che sia sempre in grado, anche attraverso l’organizzazione interna al proprio studio, di far fronte alle necessità improvvise.

C’è un solo procedente della Cassazione in cui la scelta di un poco diligente difensore viene scusata, consentendo la rimessione in termini. È il caso in cui l’imputato dimostri di aver adoperato ogni cautela per sollecitare il proprio difensore allo svolgimento dell’incarico e questi, ciò nonostante, non abbia adempiuto correttamente al mandato (nel caso di specie, la Suprema Corte aveva ritenuto sussistente il “caso fortuito” – dando la possibilità di proporre appello nonostante la scadenza dei termini – quando l’imputato era sottoposto a misura carceraria ed aveva invocato, fra le mura circondariali, l’intervento formale del difensore per proporre impugnazione e questi, colpevolmente, non si era adoperato).

note

[1] Cass. sent. n. 15215/2014.

[2] Art. 175 cod. proc. pen.

Autore immagine: 123rf.com


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