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Testimoni causa di lavoro

12 Maggio 2021
Testimoni causa di lavoro

Testimonianza: chi può deporre nella causa del lavoratore contro il datore e in quella dell’azienda contro il dipendente.

Chi può essere testimone in una causa di lavoro? La prima cosa che viene da rispondere è: «dipende da ciò che si vuole dimostrare». La legge pone solo un limite generale alla prova testimoniale: non può essere sentito dal giudice chi ha un potenziale interesse nella causa. Al di là di questo divieto, tutti possono fare da testimone: parenti, fratelli, coniugi, amici, estranei. 

Naturalmente, si deve trattare di testimoni oculari, soggetti cioè direttamente informati sui fatti per averli visti in prima persona. Non può fare da testimone chi “ha sentito dire” da altri una determinata circostanza. Il passaparola non può essere oggetto di testimonianza. 

Dunque, in una causa di lavoro i testimoni possono essere i più svariati, anche gli stessi colleghi di ufficio. Il punto è però stabilire in anticipo cosa è necessario (e opportuno) riferire al giudice, in modo da scegliere le persone più convincenti. Ed è proprio in questa scelta, e nella capacità del testimone di persuadere il giudice, che si gioca il successo o l’insuccesso in una causa. 

Cerchiamo dunque di fare alcuni importanti chiarimenti in merito.

Quanto vale la prova testimoniale?

Prima di parlare, più nello specifico, dei testimoni nella causa di lavoro, sono necessarie alcune preliminari considerazioni sul ruolo della testimonianza.

La testimonianza è una fonte di prova. Serve cioè per dimostrare il diritto fatto valere in giudizio.

La legge però non dice quale peso debba avere la dichiarazione di un testimone: non vincola cioè il magistrato ad accordare uno specifico valore alle dichiarazioni del teste. Il giudice valuta le deposizioni «secondo il suo prudente apprezzamento», in base a quanto cioè gli appare affidabile, genuino e attendibile il testimone, senza aprioristici preconcetti derivanti ad esempio dal fatto che questi è legato da amicizia o parentela con una delle parti o da rapporti lavorativi.  

Quindi, anche un solo testimone può essere sufficiente per vincere una causa, così come tanti testimoni potrebbero essere addirittura controproducenti se si contraddicono tra loro. 

Come dire: ciò che conta è la qualità del testimone e non il numero. 

Il testimone deve quindi parlare in modo chiaro, semplice, dettagliato, rispondendo alle domande che gli vengono poste in modo diretto e senza giri di parole.

Alla luce di ciò, il giudice può dare massimo valore alle parole del teste, ritenendolo attendibile, oppure negargli ogni credibilità.

Chi può essere testimone?

Come anticipato in apertura, non ci sono limiti alla possibilità di chiamare come testimoni le più svariate persone, anche il marito, la moglie, il padre, la madre, il fratello o la sorella. Non deve però trattarsi di soggetti che possano avere un potenziale interesse giuridico nella vicenda, un interesse cioè a un determinato esito del giudizio. Ad esempio, in una causa contro il datore di lavoro che potrebbe riguardare più dipendenti, l’uno non può chiamare a testimoniare il collega che potrebbe comunque avvantaggiarsi da una determinata soluzione della causa, da utilizzare poi a proprio favore. 

Sicuramente, non possono testimoniare le stesse parti del giudizio, coloro cioè che partecipano al processo. Queste però possono essere sentite dal giudice in sede di «interrogatorio libero», che non serve ad acquisire prove ma comunque a chiarire i fatti al giudice.

Non possono testimoniare neanche i rispettivi avvocati.

Il testimone deve narrare fatti a cui ha assistito personalmente. Nel caso in cui il testimone deponga su fatti saputi da terzi, la sua dichiarazione avrà solo un valore di indizio ma non di prova. Se, però, il testimone dichiara che il fatto non gli è stato riferito da un terzo qualsiasi, ma da una delle parti che stanno in causa, la testimonianza indiretta non ha più alcun valore, neanche indiziario. 

Il testimone non può esprimere giudizi personali, non può fare valutazioni e congetture: deve solo descrivere i fatti storici che si sono consumati dinanzi a lui.

Chi può essere testimone in una causa di lavoro?

Per individuare il testimone più opportuno in una causa di lavoro è necessario valutare in anticipo cosa si vuol provare. Ad esempio, in una causa di lavoro in nero, per il recupero delle differenze retributive e dei contributi previdenziali, è necessario dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro, lo svolgimento delle mansioni, l’orario e i giorni di lavoro. A tal fine, bisognerà chiamare a testimoniare il collega o il fornitore che abbia visto il dipendente svolgere determinate attività; oppure un cliente (anche se dovesse trattarsi di un amico) che si sia rivolto al lavoratore vedendolo così proprio nell’atto concreto delle sue mansioni. C’è chi ricorre al familiare che abbia trasportato giornalmente il dipendente sul luogo di lavoro e lo sia andato a riprendere alla chiusura.

In una causa che abbia ad oggetto un’aggressione, verbale o fisica, o un atteggiamento mobbizzante del datore ai danni del dipendente o una dequalificazione è possibile chiamare a testimoniare i colleghi di lavoro. Le stesse registrazioni audio sono consentite negli ambienti di lavoro se servono a far valere i propri diritti. 

Anche un sindacalista può essere sentito come testimone. 

Invece, il datore di lavoro può chiamare a testimoniare degli investigatori privati cui spesso ci si affida per verificare il comportamento del dipendente fuori dall’orario lavorativo. 

Possono essere valutate anche le deposizioni testimoniali assunte in altro processo tra le stesse parti, i cui verbali sono stati acquisiti ritualmente nel processo.

Il datore di lavoro può chiamare a testimoniare un dipendente?

Secondo la Cassazione, in generale, non c’è alcun divieto per il datore di lavoro di chiamare a testimoniare un proprio dipendente: per il solo fatto di essere legato da un rapporto di lavoro non si può ritenere il teste scarsamente attendibile [1].

Non può però trattarsi di un dipendente che abbia il potere di rappresentare in giudizio la società [2], come spesso succede con l’amministratore-dipendente. 

La prova della subordinazione non può essere data per testi

È interessante citare una sentenza del tribunale di Salerno [3] secondo cui, qualora una persona voglia dimostrare di aver svolto lavoro subordinato per un’azienda, le sole testimonianze, per quanto precise e dettagliate, non sono sufficienti a dimostrare l’esistenza del vincolo della subordinazione. «È tutto evidente – sostiene il giudice – che non possa chiedersi al teste se un determinato lavoratore sia stato o meno assoggettato al vincolo della subordinazione, perché ciò equivarrebbe a chiedergli di esprimere un giudizio con riferimento alla prova della subordinazione». 

«Occorre, dunque, in prevalenza affidarsi ad elementi ulteriori, di tipo complementare e sussidiario per dimostrare l’esistenza del vincolo di soggezione del lavoratore al potere organizzativo e disciplinare del datore di lavoro il quale non sia apprezzabile in relazione al concreto atteggiarsi del rapporto esaminato. Segnatamente è necessario vagliare l’esistenza di indici sintomatici come quelli della collaborazione, della continuità delle prestazioni, dell’osservanza di un orario predeterminato, del versamento a cadenze fisse di una retribuzione prestabilita, del coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo dato dal datore di lavoro, dell’assenza in capo al lavoratore di una pur minima struttura imprenditoriale, i quali, benché privi di valore decisivo se individualmente considerati, possono, tuttavia, essere globalmente valutati, anche se con cautela, quali indizi della natura subordinata del rapporto».


note

[1] Cass. 29 gennaio 2013 n. 2075.

[2] Cass. 6 aprile 1982 n. 2125.

[3] Trib. Salerno sez. lav., 14/04/2020, n.325.

Autore immagine: depositphotos.com


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