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I testimoni nel processo tributario

12 Maggio 2021
I testimoni nel processo tributario

Cause contro il Fisco, Agenzia Entrate, cartelle esattoriali: il divieto di prove testimoniali e le dichiarazioni scritte di terzi con valore indiziario. 

Il processo tributario è essenzialmente “cartolare”: significa che non sono ammessi testimoni. Tutto il giudizio si deve basare solo sui documenti o, comunque, su atti scritti. Non è possibile, ad esempio, dimostrare il ricevimento di una somma a titolo di donazione con la sola deposizione del donante. 

Questi principi sono stati più volte ribaditi dalla giurisprudenza. Da ultimo, la Cassazione [1] è tornata sul tema dei testimoni nel processo tributario, quello cioè nei confronti del Fisco (ad es. Agenzia Entrate, Agenzia Entrate Riscossione, Agenzia delle Dogane) che si svolge dinanzi alle Commissioni Tributarie ed ha ad oggetto avvisi di accertamento, intimazioni di pagamento, cartelle esattoriali e così via. 

Nella pronuncia in commento, la Corte ha ribadito un principio ormai stabile nel nostro ordinamento: niente prova testimoniale nel processo tributario. Al più, possono essere valutate le dichiarazioni di terzi, che valgono tuttavia come elementi indiziari: possono cioè convincere il giudice, ma non devono figurare nella sentenza. 

Ecco cosa è stato precisato nella pronuncia in commento.

Da dove deriva il divieto alla prova testimoniale nel processo tributario?

A stabilire il divieto della prova testimoniale nel processo tributario è l’articolo 7 del decreto legislativo n. 546/1992. Il quarto comma di tale norma, disciplinante i «poteri delle Commissioni Tributarie» (ossia i giudici nelle liti contro il Fisco) stabilisce che «Non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale».

Il divieto di ammissione della prova testimoniale nel giudizio davanti alle Commissioni tributarie si riferisce alla prova testimoniale da assumere nel processo. 

La prova testimoniale, che è una tipica prova del processo civile e penale, non ha quindi alcun valore nel processo contro il Fisco. 

La ragione di un tale divieto è facilmente comprensibile: posta la rilevanza delle vertenze contro l’amministrazione finanziaria, sarebbe fin troppo facile trovare un testimone compiacente che consenta di scavallare gli obblighi tributari (non c’è persona che non ritenga ingiusto pagare le tasse!).

Quando i testimoni sono ammessi nel processo tributario

Nel contenzioso fiscale, invece, sono ammesse le semplici dichiarazioni raccolte dall’Amministrazione nel procedimento interno di accertamento e rese da soggetti terzi rispetto al rapporto tra il contribuente e l’Erario. Tanto per fare un esempio, se la Guardia di Finanza dovesse eseguire un accesso in azienda e, in quell’occasione, dovesse sentire le persone ivi presenti, riportando le relative dichiarazioni nel verbale ispettivo, tali dichiarazioni – racchiuse in forma documentale – possono entrare nel processo tributario. Esse tuttavia devono essere necessariamente supportate da riscontri oggettivi – come chiarito dalla Corte costituzionale [2] – ed in più non avranno mai valore di prova ma di semplici indizi.

Come vincere una causa contro il Fisco senza testimoni

Da quanto appena detto, l’unico modo per vincere una causa contro il Fisco è di avvalersi di documenti. Peraltro, difficilmente, le scritture private possono servire a convincere i giudici se non sono dotate di data certa. Posta infatti la facile retrodatabilità di un documento da parte dei firmatari, affinché lo stesso possa assumere un valore certo e vincere le pretese tributarie, è necessario che sia autenticato dal notaio o altro pubblico ufficiale oppure che sia stato registrato presso l’Agenzia delle Entrate. Solo in tal modo si conferisce alla data un valore probatorio sicuro che la semplice apposizione delle parti non potrebbe mai certificare. 

In alternativa, si può utilizzare il metodo della raccomandata senza busta, facendo in modo che il documento, ripiegato su sé stesso, riporti il timbro postale: l’addetto all’ufficio di Poste Italiane, infatti, è considerato un pubblico ufficiale e, dunque, anche il timbro con la data da questi apposto ha valore probatorio certo.

La Cassazione e il divieto di prova testimoniale nel processo tributario

Nella pronuncia citata in apertura, la Cassazione ribadisce i principi appena esposti ed avverte: nel processo tributario è ammessa la possibilità che le dichiarazioni rese da terzi agli organi dell’amministrazione finanziaria trovino ingresso a carico del contribuente, fermo il divieto di ammissione della prova testimoniale, con il valore probatorio proprio degli elementi indiziari. Questi, mentre possono concorrere a formare il convincimento del giudice, non sono idonei da soli a costituire il fondamento della decisione. Se dunque da un lato è vero che è consentito nel processo tributario, a entrambe le parti, di introdurre in giudizio anche le dichiarazioni rese da un terzo, con valore di prova indiziaria, per le quali è quindi necessaria la valutazione di idoneità probatoria, dall’altro lato, ciò non può comportare il superamento del limite del divieto della prova testimoniale, non essendo consentito né alle parti, né al giudice di introdurre una prova orale, procedendo all’assunzione della prova in giudizio.


note

[1] Cass. ord. n. 12406/21.

[2] C. Cost. sent. n. 18/2000: Non è fondata, con riferimento agli art. 3 e 24 cost., la q.l.c. dell’art. 7 commi 1 e 4 d.lg. n. 546 del 1992, (che deve essere) interpretato nel senso di non ricomprendere, nella previsione del diritto di prova testimoniale, anche l’inammissibilità delle dichiarazioni di terzi, eventualmente raccolte dall’amministrazione nella fase procedimentale, tenuto conto che le dichiarazioni in questione sono essenzialmente diverse dalla prova testimoniale, che è necessariamente orale e di solito ad iniziativa di parte, richiede la formulazione di specifici capitoli, comporta il giuramento dei testi e riveste, conseguentemente, un particolare valore probatorio. Infatti, la possibilità che le dichiarazioni rese da terzi agli organi dell’amministrazione finanziaria trovino ingresso, a carico del contribuente, in un processo nel quale quest’ultimo non può avvalersi, per contestarne l’efficacia probatoria, della prova testimoniale non collide nè con il principio di eguaglianza, nè con il diritto di difesa del contribuente medesimo. Con il principio di eguaglianza, perché il valore probatorio di dichiarazioni siffatte è solamente quello proprio degli elementi indiziari, che, mentre possono concorrere a formare il convincimento del giudice, non sono idonei a costituire, da soli, il fondamento della decisione; sicché, trattandosi di un ‘efficacia ben diversa da quella che deve riconoscersi alla prova testimoniale, tale rilievo è sufficiente ad escludere che l’ammissione di un mezzo di prova (le dichiarazioni dei terzi) e l’esclusione dell’altro (la prova testimoniale) possa comportare la violazione del principio di “parità delle armi”. Con il diritto di difesa del contribuente, perché questi, nell’esercizio del proprio diritto di difesa, può contestare la veridicità delle dichiarazioni di terzi, raccolte dall’amministrazione nella fase procedimentale; sicché, ove ciò avvenga, il giudice tributario – se non ritenga che l’accertamento sia adeguatamente sorretto da altri mezzi di prova, anche a prescindere dalle predette dichiarazioni – potrà e dovrà far uso degli ampi poteri inquisitori riconosciutigli dal comma 1 dell’art. 7, rinnovando e, eventualmente, integrando, secondo le indicazioni delle parti e con garanzia di imparzialità, l’attività istruttoria svolta dall’ufficio, tenuto soprattutto conto che, in presenza di una specifica richiesta di parte, le ragioni del mancato esercizio di tale potere-dovere sono soggette al generale sindacato di congruità e sufficienza della motivazione, proprio delle decisioni giurisdizionali.


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