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Prova testimoniale nel processo del lavoro: Cassazione

12 Maggio 2021
Prova testimoniale nel processo del lavoro: Cassazione

Rito del lavoro e testimoni: ammissibilità, richiesta, decadenza. 

Indice

Rapporto subordinato e rispetto dell’orario di lavoro da parte del prestatore

Nel rito del lavoro, è corretto l’operato del giudice che, nell’ambito di una controversia promossa per accertare la natura subordinata di un rapporto di lavoro, chieda al testimone di precisare, al di fuori delle circostanze capitolate, se venisse rispettato un orario di lavoro, quali fossero le mansioni svolte dal prestatore nonché in quale posizione materiale la prestazione fosse effettuata, dovendosi ritenere che la possibilità di porre tali domande sia consentita, se non anche imposta, dall’art. 421 c.p.c., e ciò tanto più ove al ricorso siano stati allegati conteggi elaborati sul presupposto dello svolgimento di determinate mansioni e orari e la controparte abbia contestato, oltre alla natura subordinata del rapporto, anche lo svolgimento di un orario a tempo pieno.

Cassazione civile sez. lav., 14/04/2021, n.9823

Richieste istruttorie e indicazione delle generalità dei testimoni nel rito del lavoro

Nel rito del lavoro, qualora nell’atto introduttivo del giudizio la parte abbia richiesto una prova testimoniale, articolando i relativi capitoli senza indicare le generalità dei testi, l’omissione non determina decadenza dalla relativa istanza istruttoria, ma concreta mera irregolarità, che, ai sensi dell’art. 421, comma 1, c.p.c., consente al giudice ad assegnare alla parte un termine perentorio per porre rimedio alla riscontrata irregolarità, nell’esercizio dei poteri officiosi riconosciutigli dalla disposizione citata, in funzione dell’esigenza di contemperamento del principio dispositivo con la ricerca della verità, cui è ispirato il rito del lavoro per il carattere costituzionale delle situazioni soggettive implicate.

Cassazione civile sez. VI, 25/06/2020, n.12573

Nel giudizio tra datore di lavoro ed ente previdenziale, il giudice può interrogare, in sede d’interrogatorio libero o non formale, il lavoratore.

Nel giudizio tra datore di lavoro ed ente previdenziale, avente ad oggetto il mancato pagamento di contributi, qualora sorga contestazione sull’esistenza del rapporto di lavoro subordinato, presupposto dell’obbligo contributivo, sussiste l’incapacità a testimoniare del lavoratore i cui contributi siano stati omessi; ciò non esclude, tuttavia, che il giudice, avvalendosi dei poteri conferitigli dall’art. 421 c.p.c., possa interrogarlo liberamente sui fatti di causa. Tali dichiarazioni, rese in sede d’interrogatorio libero o non formale non possono avere valore di confessione giudiziale ai sensi dell’art. 229 c.p.c., ma possono fornire al giudice elementi sussidiari di convincimento utilizzabili ai fini del riscontro e della valutazione delle prove già acquisite; ne consegue che rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la scelta relativa alla concreta utilizzazione di tale strumento processuale. Tale valutazione non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità.

Cassazione civile sez. lav., 03/02/2020, n.2357

Decadenza dalla prova testimoniale

Nel rito del lavoro, per effetto del combinato disposto degli artt. 202, comma 1, 420, commi 5 e 6, e 250 c.p.c., vige il principio che il giudice provvede nella stessa udienza di ammissione della prova testimoniale alla audizione dei testi, comunque presenti, ma non può dichiarare decaduta la parte dalla prova per la loro mancata presentazione, essendone consentita la citazione solo a seguito del provvedimento di ammissione, con la conseguenza che il giudice dovrà fissare altra udienza per la prosecuzione della prova; tali considerazioni valgono anche per il rito cd. “Fornero”, caratterizzato – nella fase sommaria – dal principio di libertà delle prove, in relazione al quale non è possibile ipotizzare decadenze, e – nella fase a cognizione piena – dalle disposizioni dettate per il processo del lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 29/11/2019, n.31293

Dequalificazione professionale: sulla risarcibilità danno non patrimoniale

In tema di dequalificazione professionale, è risarcibile il danno non patrimoniale ogni qual volta si verifichi una grave violazione dei diritti del lavoratore, che costituiscono oggetto di tutela costituzionale, da accertarsi in base alla persistenza del comportamento lesivo, alla durata e alla reiterazione delle situazioni di disagio professionale e personale, all’inerzia del datore di lavoro rispetto alle istanze del prestatore di lavoro, anche a prescindere da uno specifico intento di declassarlo o svilirne i compiti. La relativa prova spetta al lavoratore, il quale tuttavia non deve necessariamente fornirla per testimoni, potendo anche allegare elementi indiziari gravi, precisi e concordanti, quali, ad esempio, la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, la natura e il tipo della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento o la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione impugnata, che aveva omesso qualsiasi indagine in ordine al prospettato danno non patrimoniale, astenendosi dal fare cenno alle circostanze di fatto dedotte dal lavoratore, anche solo al fine di escluderne la sussistenza o il valore sintomatico).

Cassazione civile sez. I, 02/10/2019, n.24585

Tutela contro le molestie sessuali nel rapporto di lavoro

In tema di tutela contro le molestie sessuali nel rapporto di lavoro, l’equiparazione alle discriminazioni di genere enunciata nell’art. 26, comma 2, del d.lgs. n. 198 del 2006, secondo l’interpretazione più conforme alle finalità proprie del diritto comunitario, si estende al regime probatorio presuntivo ex art. 40 del medesimo decreto, sia per l’assenza di deroghe al principio generale, sia per la configurabilità del “tertium comparationis” nel trattamento differenziale negativo rispetto ai lavoratori del diverso genere che non patiscono le medesime condotte.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito che aveva valorizzato le deposizioni testimoniali corroborate dalla prova statistica, individuata nel serrato “turn over” tra le giovani dipendenti che, dopo breve tempo dall’assunzione, si dimettevano senza apparente ragione).

Cassazione civile sez. lav., 15/11/2016, n.23286

Sulla prova testimoniale nel rito del lavoro

In materia di prova testimoniale, poiché nel rito del lavoro i fatti da allegare devono essere indicati in maniera specifica negli atti introduttivi, affinché le richieste probatorie rispondano al requisito di specificità è sufficiente indicare, quale oggetto dei mezzi di prova, i fatti inizialmente allegati, senza necessità di riformulazione in capitoli separati, fermo che il giudice di merito, nell’esercizio dei poteri di cui all’art. 421 c.p.c., può assegnare alle parti un termine per rimediare alle irregolarità rilevate nella suddetta capitolazione, sicché la parte decade dal diritto di assumere la prova solo nell’ipotesi di mancata ottemperanza a tale invito nel termine fissato.

Cassazione civile sez. lav., 05/10/2016, n.19915

L’incapacità a testimoniare nel processo del lavoro

L’incapacità a testimoniare è correlabile soltanto a un diretto coinvolgimento della persona chiamata a deporre nel rapporto controverso, tale da legittimare una sua assunzione della qualità di parte in senso sostanziale o processuale nel giudizio, e non già alla ravvisata sussistenza di un qualche interesse di detta persona in relazione a situazioni e a rapporti diversi da quello oggetto della vertenza, anche in qualche modo connessi (nella specie, è stato ritenuto capace di testimoniare il lavoratore che aveva querelato il ricorrente, quale autore dell’aggressione subita).

Cassazione civile sez. lav., 22/04/2016, n.8180

Rito del lavoro e mancata indicazione dei testimoni nel ricorso 

Nel rito del lavoro, qualora la parte abbia, con l’atto introduttivo del giudizio, proposto capitoli di prova testimoniale mediante indicazione specifica dei fatti, formulati in articoli separati, ma omettendo la enunciazione delle generalità delle persone da interrogare, la stessa incorre nella decadenza della relativa istanza istruttoria, con la conseguenza che il giudice non può fissare un termine, ai sensi dell’art. 421 c.p.c., per sanare la carente formulazione.

Cassazione civile sez. III, 18/04/2016, n.7631

Prova testimoniale generica e rigetto

Nel giudizio avente ad oggetto l’accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro, il rigetto dell’istanza di prova testimoniale per asserita genericità è illegittimo, ponendosi in contrasto con il diritto a dimostrare in sede giudiziaria il fondamento delle proprie pretese, ove i capitoli di prova siano specificamente diretti a dimostrare la ricorrenza degli indici più significativi della subordinazione.

(In applicazione dell’anzidetto principio, la S.C. ha cassato la decisione impugnata in quanto nei capitoli di prova erano puntualmente indicate le circostanze di fatto su periodo di lavoro, mansioni svolte, istruzioni ricevute, retribuzione percepita).

Cassazione civile sez. lav., 14/10/2015, n.20693

Perdita incolpevole del documento e prova testimoniale: lettera di licenziamento

La prova testimoniale è inammissibile, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2725 c.c., allorquando abbia ad oggetto la comunicazione – controversa – del licenziamento, per la quale è richiesta la forma scritta a pena di nullità, ex art. 2 l. 15 luglio 1966 n. 604. Il ricorso alla testimonianza è pertanto ammesso nei casi di specie con esclusivo riferimento all’ipotesi in cui sussista una comprovata causa, non imputabile al comportamento del datore di lavoro (smarrimento della lettera senza colpa, ai sensi dell’art. 2724 n. 3, c.c.). Più in particolare, l’inammissibilità della prova per testi è sancita con riferimento alle ipotesi in cui sia controversa tra le parti la tempestiva redazione in forma scritta (e, dunque, la stessa esistenza) della lettera di licenziamento, risultando invece la testimonianza ammissibile, allorquando essa abbia ad oggetto la materiale consegna a mani della lettera di licenziamento e, più in generale, le modalità di concreta trasmissione dell’atto.

Cassazione civile sez. lav., 03/06/2015, n.11479

Licenziamento: il requisito della forma scritta non può essere provato per testimoni

Il licenziamento non può avvenire oralmente, posto che la legge ne prescrive la forma scritta a pena di nullità. Non è dunque ammissibile la prova testimoniale della esistenza della lettera di licenziamento, considerato che l’art. 2725, comma 2, c.c. , norma di ordine pubblico, non consente la prova per testi di un contratto (o di un atto unilaterale ex art. 1324 c.c.) per il quale la legge prevede la forma scritta a pena di nullità, ad eccezione del caso in cui il datore di lavoro dimostri di aver smarrito, senza colpa, il documento.

Cassazione civile sez. lav., 03/06/2015, n.11479

Addebito disciplinare, licenziamento e prova testimoniale 

Deve essere confermata la decisione dei giudici del merito circa la legittimità del licenziamento irrogato ad un lavoratore per diverbio oltraggioso con un collega, con ricorso alle vie di fatto, in presenza della clientela, atteso che l’attendibilità delle testimonianze, che avevano confermato i fatti di cui all’incolpazione, non poteva essere posta in dubbio per il solo fatto che i testi erano dipendenti dalla società datrice di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 26/05/2015, n.10842

Ammissione della prova testimoniale nel processo del lavoro

La richiesta di provare per testimoni un fatto esige non solo che questo sia dedotto in un capitolo specifico e determinato, ma anche che sia collocato univocamente nel tempo e nello spazio, al duplice scopo di consentire al giudice la valutazione della concludenza della prova ed alla controparte la preparazione di un’adeguata difesa. Ne consegue che è inammissibile il capitolo di prova volto a dimostrare la sussistenza degli elementi sintomatici della subordinazione, mediante apprezzamenti e valutazioni del teste, cui il giudice non può legare il suo convincimento.

(In applicazione di tale principio, la S.C. ha dichiarato inammissibile l’impugnazione avverso la sentenza d’appello che aveva ritenuto generica la deduzione del ricorrente di aver lavorato per un certo numero di giornate e di ore giornaliere “alle dipendenze” dell’impresa).

Cassazione civile sez. VI, 02/02/2015, n.1808

Ricorso in Cassazione per rigetto prova testimoniale 

La mancata ammissione della prova testimoniale può essere denunciata in sede di legittimità per vizio di motivazione in ordine all’attitudine dimostrativa di circostanze rilevanti ai fini del decidere.

(In applicazione dell’anzidetto principio, la S.C. ha statuito che erroneamente la corte territoriale – con riguardo da una domanda di condanna al pagamento di differenze retributive avanzata da un’addetta al “call center” – non aveva ammesso la prova testimoniale sulla natura subordinata del rapporto di lavoro, ritenendo i relativi capitoli vertenti su circostanze oggetto di prova documentale, ovvero inidonei alla prova e generici nonostante l’indicazione delle mansioni espletate, del numero di ore lavorate e delle circostanze della cessazione del rapporto, senza esaminare i documenti ed esercitare i poteri istruttori ex art. 421 cod. proc. civ.).

Cassazione civile sez. lav., 08/01/2015, n.66

Indicazione dei testimoni 

Nel rito del lavoro, qualora la parte abbia, con l’atto introduttivo del giudizio, proposto capitoli di prova testimoniale mediante indicazione specifica dei fatti, formulati in articoli separati, ma omettendo l’enunciazione delle generalità delle persone da interrogare, incorre nella decadenza della relativa istanza istruttoria, con la conseguenza che il giudice non può fissare un termine, ai sensi dell’art. 421 cod. proc. civ., per sanare la carente formulazione.

Cassazione civile sez. III, 14/03/2014, n.5950

Valutabili le deposizioni testimoniali assunte in altro processo tra le stesse parti

In tema di prova possono essere valutate anche le deposizioni testimoniali assunte in altro processo tra le stesse parti, i cui verbali sono stati acquisiti ritualmente nel processo, anche se il giudizio in cui sono state acquisite si è concluso con sentenza dichiarata nulla ovvero il procedimento dichiarato estinto, essendo essenziale soltanto che la prova sia stata acquisita nel contraddittorio delle parti.

(Nel caso di specie, non era emerso dagli atti acquisiti che vi fossero stati atti persecutori o vessatori del datore di lavoro nei confronti della dipendente integranti mobbing non essendovi stato alcun demansionamento).

Corte appello Catania sez. lav., 07/10/2020, n.611

Danno da dequalificazione ed onere probatorio incombente sul lavoratore

In tema di dequalificazione professionale, è risarcibile il danno non patrimoniale ogni qual volta si verifichi una grave violazione dei diritti del lavoratore, che costituiscono oggetto di tutela costituzionale, da accertarsi in base alla persistenza del comportamento lesivo, alla durata e alla reiterazione delle situazioni di disagio professionale e personale, all’inerzia del datore di lavoro rispetto alle istanze del prestatore di lavoro, anche a prescindere da uno specifico intento di declassarlo o svilirne i compiti. La relativa prova spetta al lavoratore, il quale tuttavia non deve necessariamente fornirla per testimoni, potendo anche allegare elementi indiziari gravi, precisi e concordanti, quali, ad esempio, la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, la natura e il tipo della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento o la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione.

Corte appello Roma sez. I, 27/05/2020, n.1086

La prova della subordinazione non può essere data per testi

Con riferimento alla prova della subordinazione, essa non può quasi mai essere raggiunta in via diretta, poiché nemmeno le testimonianze, per quanto precise e dettagliate, possono assurgere a tale dignità, essendo del tutto evidente che non possa chiedersi al teste se un determinato lavoratore sia stato o meno assoggettato al vincolo della subordinazione, perché ciò equivarrebbe a chiedergli di esprimere una dichiarazione di giudizio e non di scienza. con riferimento alla prova della subordinazione, che essa non può quasi mai essere raggiunta in via diretta, poiché nemmeno le testimonianze, per quanto precise e dettagliate, possono assurgere a tale dignità, essendo del tutto evidente che non possa chiedersi al teste se un determinato lavoratore sia stato o meno assoggettato al vincolo della subordinazione, perché ciò equivarrebbe a chiedergli di esprimere una dichiarazione di giudizio e non di scienza.

Occorre, dunque, in prevalenza affidarsi ad elementi ulteriori, di tipo complementare e sussidiario per dimostrare l’esistenza del vincolo di soggezione del lavoratore al potere organizzativo e disciplinare del datore di lavoro il quale non sia apprezzabile in relazione al concreto atteggiarsi del rapporto esaminato. Segnatamente è necessario vagliare l’esistenza di indici sintomatici come quelli della collaborazione, della continuità delle prestazioni, dell’osservanza di un orario predeterminato, del versamento a cadenze fisse di una retribuzione prestabilita, del coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo dato dal datore di lavoro, dell’assenza in capo al lavoratore di una pur minima struttura imprenditoriale, i quali, benché privi di valore decisivo se individualmente considerati, possono, tuttavia, essere globalmente valutati, anche se con cautela, quali indizi della natura subordinata del rapporto.

Tribunale Salerno sez. lav., 14/04/2020, n.325

Efficacia probatoria dei verbali ispettivi: ambito e limiti

In ordine all’efficacia probatoria dei verbali ispettivi, deve rilevarsi che l’esclusione di un’efficacia diretta fino a querela di falso del contenuto intrinseco delle dichiarazioni rese agli ispettori dai lavoratori non implica che le stesse siano prive di qualsivoglia efficacia probatoria in difetto di una loro conferma in giudizio; ove le dichiarazioni dei lavoratori siano univoche, infatti, il giudice può ben ritenere superflua l’escussione dei lavoratori in giudizio mediante prova testimoniale, tanto più se il datore di lavoro non alleghi e dimostri eventuali contraddizioni delle dichiarazioni rese agli ispettori in grado di inficiarne l’attendibilità. Infatti, i verbali redatti dai funzionari degli enti previdenziali e assistenziali o dell’ispettorato del lavoro fanno piena prova dei fatti che i funzionari stessi attestino essere avvenuti in loro presenza, mentre per le altre circostanze di fatto che i verbalizzanti segnalino di avere accertato, il materiale probatorio è liberamente valutabile ed apprezzabile dal Giudice, il quale può anche considerarlo prova sufficiente delle circostanze riferite al pubblico ufficiale, qualora il loro specifico contenuto probatorio, o il concorso di altri elementi renda superfluo l’espletamento di ulteriori mezzi istruttori.

Tribunale Trapani sez. lav., 03/03/2020, n.167

Prova della durata del rapporto di lavoro

La durata del rapporto di lavoro può essere provata con ogni mezzo, ma soltanto se il documento comprova l’avvenuta costituzione di un rapporto a partire dalla medesima epoca, sicché solo da tale momento è consentita la prova, con ogni mezzo, della relativa durata e della retribuzione; nel contempo si è precisato che deve escludersi che la prova testimoniale “alternativa”, di cui è onerato il datore di lavoro (o il lavoratore, nell’ipotesi di cui all’art. 1, quinto comma, della legge n. 1338 del 1962), possa investire anche i fatti da cui desumere la qualificazione del rapporto e l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato, in contrasto con la regola della prova scritta dell’esistenza del rapporto di lavoro.

Corte appello Roma sez. lav., 15/07/2019, n.2733

Capacità a deporre in qualità di teste del lavoratore oggetto di contestazione

Nei giudizi di opposizione ad ordinanza ingiunzione adottata nei confronti del datore di lavoro deve ritenersi sussistere la capacità a deporre in qualità di teste del lavoratore oggetto di contestazione. Dispone difatti l’art. 246 c.p.c. che non possono essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio, così richiamando la norma di cui all’art. 100 c.p.c., ai cui sensi per proporre una domanda o per contraddire alla stessa, è necessario avervi interesse”.

Ora: è noto che l'”interesse a proporre domanda o a contraddirla non si sostanzia in senso economico e, tantomeno, nel senso di una generica convenienza, che è implicita in ogni atto umano consapevole, per il solo fatto che lo si compie. Al contrario, esso assume specifico significato in ragione del suo riferimento alla tutela giurisdizionale che si attua nel processo, quale “interesse” (o “bisogno”) non già per quel bene che è riconosciuto od attribuito dal diritto sostanziale, del quale è comunque pur sempre alla base, bensì per quell’ulteriore diverso bene (ossia la tutela giurisdizionale) che può conseguirsi attraverso l’attività giurisdizionale stessa.

Tribunale Alessandria, 04/03/2019, n.180

Dichiarazioni testimoniali contrastanti: criteri di valutazione da parte del giudice

Nel caso in cui all’esito dell’assunzione della prova orale vi sia un contrasto fra le dichiarazioni rese sulla situazione controversa dai testi escussi si deve escludere che le deposizioni testimoniali possano essere considerate “di pari attendibilità e spessore” e il giudice è piuttosto tenuto a porre a confronto le deposizioni raccolte, valutando la credibilità dell’uno o dell’altro teste sulla scorta di elementi soggettivi ed oggettivi (quali la qualità dei testi, la loro vicinanza alle parti, l’intrinseca congruenza delle loro dichiarazioni, la convergenza delle stesse con gli eventuali elementi di prova documentale acquisiti), per poi compiutamente esporre le ragioni che lo hanno indotto ad attribuire maggiore attendibilità ad una testimonianza rispetto all’altra o, al limite, ad escludere l’attendibilità di entrambe (nella specie: a fronte di un quadro probatorio caratterizzato dalla presenza di tre deposizioni testimoniali favorevoli al ricorrente e tre sfavorevoli, ciascuna delle quali ritenuta priva di intrinseci aspetti di contraddittorietà, il Giudice ha ritenuto di valorizzare gli elementi di natura soggettiva, accordando maggiore credibilità alle convergenti dichiarazioni rese da ben due testi di parte ricorrente che, alla data delle rispettive deposizioni testimoniali, avevano cessato ogni rapporto con la società datrice di lavoro ed avevano definito transattivamente le controversie giudiziali di impugnazione del licenziamento precedentemente instaurate, per cui non potevano avere alcun interesse, nemmeno di mero fatto, rispetto all’esito del giudizio, in luogo della deposizione di segno contrario resa dall’unico teste di parte resistente che risultava altrettanto affidabile quanto i testi di controparte, avendo parimenti cessato ogni rapporto di lavoro con la società alla data dell’escussione testimoniale).

Corte appello Bari sez. lav., 25/01/2019, n.207



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