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Rimprovero davanti ai colleghi

12 Maggio 2021
Rimprovero davanti ai colleghi

Mobbing, ingiuria, diffamazione e risarcimento del danno a carico del datore di lavoro che offende il dipendente in pubblico. I limiti al diritto di critica. 

Come ci si comporta dinanzi ad un feroce rimprovero davanti ai colleghi da parte del datore di lavoro? È possibile parlare di mobbing o comunque di un reato passibile di querela? E che potrebbe succedere nell’ipotesi in cui il dipendente, per reazione, non dovesse più presentarsi sul luogo di lavoro? A tali domande ha più volte fornito una soluzione la giurisprudenza. 

Esiste un labile confine tra il rimprovero lecito e quello illecito. A influire, però, non è il fatto che il rimprovero avvenga davanti ai colleghi o comunque in pubblico, ma i toni aspri e pesanti, che esorbitano dal potere sanzionatorio che la legge attribuisce al datore di lavoro. In alcuni casi, il comportamento reiterato può integrare un reato.

Di tanto parleremo meglio a breve. 

Quando il rimprovero al dipendente è legittimo 

Il rimprovero verbale è una delle sanzioni disciplinari che la legge consente di irrogare al dipendente nel caso in cui questi commetta errori o violazioni nell’espletamento delle proprie mansioni. 

Il rimprovero è la sanzione più lieve tra tutte quante: consiste nella tradizionale “sgridata”. Pertanto, non necessita del rispetto della procedura prevista dallo Statuto dei Lavoratori, procedura che richiede, nelle altre ipotesi, la previa lettera scritta di contestazione.

Proprio per tale ragione, dell’applicazione del rimprovero non rimane alcuna traccia. Esso cioè non influisce ai fini della recidiva. Non c’è quindi teoricamente alcun limite al numero di rimproveri verbali che si possono infliggere al dipendente, sempre che siano chiaramente giustificati da un comportamento negligente o doloso di questi.

Di norma, sono i contratti collettivi a individuare le sanzioni disciplinari, graduandole a seconda della gravità del comportamento punito. 

Il rimprovero deve essere indirizzato al dipendente e, possibilmente, effettuato non in pubblico. Il che significa che un rimprovero fatto davanti ai colleghi potrebbe essere indice di un atteggiamento doloso da parte del datore di lavoro, indirizzato più all’offesa che non alla contestazione dell’illecito. In tal caso, laddove l’offesa sia proferita con toni aspri, è legittimo contestare il comportamento del datore di lavoro secondo quanto diremo di seguito.

Quando il rimprovero al dipendente è illegittimo: mobbing

Secondo la Cassazione [1], i rimproveri orali da parte del datore di lavoro o del superiore gerarchico, adottati con «toni pesanti» e davanti ad altri colleghi, possono integrare il mobbing. 

Si può parlare di mobbing solo a patto che i rimproveri siano eccessivi rispetto alle mancanze del lavoratore e che tale condotta si ripeta più volte nel tempo. 

Scopo del datore non deve essere quello di redarguire il dipendente, ma di umiliarlo in pubblico, davanti agli altri dipendenti o ai superiori. Il mobbing infatti si definisce per un fine unitario che caratterizza e unisce tutte le condotte: quello dell’emarginazione del lavoratore e del suo allontanamento dal contesto aziendale.

Il mobbing consente al dipendente di chiedere il risarcimento se dimostra un danno morale come quello alla professionalità o alla salute psicofisica. Egli potrebbe anche dimettersi per giusta causa, avanzando – oltre al risarcimento – la richiesta di assegno di disoccupazione da parte dell’Inps.

Rimprovero al dipendente: quando è reato di maltrattamenti

Nei piccoli contesti aziendali, quelli caratterizzati da relazioni dirette tra datore e dipendente, il mobbing integra il reato di maltrattamenti. Quindi, il dipendente può procedere ad una querela e, nel processo penale, costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento.

Rimprovero al dipendente e ingiuria

Il singolo rimprovero verbale può anche sfociare nell’ingiuria, quando vengano utilizzate parole forti, rivolte ad attaccare l’onore e la reputazione del dipendente e non già a muovergli semplici addebiti disciplinari. Se il datore attacca la personalità e il decoro professionale del dipendente commette illecito; se invece ne critica le opere e le condotte non commette illecito.

Attenzione però: l’ingiuria è stata depenalizzata ed oggi costituisce solo un illecito civile. Questo significa che, se il rimprovero è isolato – e non integra quindi il mobbing – è possibile tutt’al più chiedere il risarcimento dei danni.

Rimproveri, offese e risarcimento del danno

Per chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale, anche nel caso di lesione di diritti inviolabili, bisogna comunque dimostrare di aver subito un danno. La prova può essere però fornita anche attraverso il ricorso a presunzioni semplici. In questo senso, l’aver pronunciato le offese in presenza dei colleghi di lavoro può certamente assumere un maggior rilievo proprio per l’ampiezza del danno arrecato all’onore e alla reputazione.

In un precedente [2], la Cassazione ha desunto il danno non patrimoniale subito dal lavoratore dagli elementi probatori raccolti sul contenuto delle offese, sulla reiterazione, sulle modalità e sui contesti in cui le stesse venivano arrecate, sulla difficoltà di reazione per essere il destinatario un lavoratore subordinato. I giudici hanno inoltre ritenuto che le offese, ripetute nel tempo, avessero arrecato un concreto e grave pregiudizio alla dignità del lavoratore nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione, per il fatto che gli epiteti spregiativi erano ripetuti alla presenza dei colleghi e in situazioni nelle quali il destinatario non era in condizioni di reagire.

Rimprovero e diritto di critica

Per comprendere meglio il confine tra il rimprovero illecito e il diritto di critica bisogna individuare la linea di demarcazione tra questi due concetti. 

Il diritto di critica è legittimo solo se esercitato nel rispetto dei canoni di pertinenza e continenza. In particolare, la critica deve rispondere ad un interesse meritevole di tutela del datore di lavoro (ossia l’esercizio del potere disciplinare); deve inoltre conformarsi nell’esposizione a canoni di correttezza, misura e civile rispetto della dignità del lavoratore senza eccedere nell’attribuzione di qualità apertamente disonorevoli, in affermazioni ingiuriose ovvero in offese meramente personali. Ove consista nell’attribuzione al lavoratore di determinati fatti, deve rispondere a verità. Il superamento di tali limiti, anche uno solo di essi, rende la condotta lesiva dell’onore del dipendente.

Rimprovero al dipendente e diffamazione

Il reato di diffamazione scatta quando l’offesa viene proferita in assenza del lavoratore e alla presenza di altre persone (almeno due). In tal caso, però, non si può neanche parlare di «rimprovero», atteso che la sanzione disciplinare si caratterizza per essere comunicata al dipendente e non ai terzi. Pertanto, se il datore di lavoro dovesse parlare male del dipendente alle sue spalle potrebbe essere denunciato. 


note

[1] Cass. sent. n. 6907/2009. 

[2] Cass. sent. n. 4815/2019.

Autore immagine: depositphotos.com


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