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Trasferire un lavoratore è mobbing?

14 Maggio 2021 | Autore:
Trasferire un lavoratore è mobbing?

Quando il datore sposta il dipendente ad altra sede o reparto può esserci un intento persecutorio. Come dimostrarlo?

L’ambiente di lavoro può essere ostile. Talvolta, un lavoratore diventa bersaglio di persecuzioni e vessazioni poste in essere nei suoi confronti dal capo o dagli stessi colleghi. Viene a poco a poco emarginato, isolato, lasciato senza incarichi o spostato in un’altra sede, per allontanarlo anche fisicamente. Ma trasferire un lavoratore è mobbing?

Il datore di lavoro ha il potere di trasferire i dipendenti ad un altro reparto o anche presso una diversa unità produttiva dell’azienda, ma solo se ci sono validi motivi che giustificano questa decisione. Le ripercussioni sul lavoratore trasferito, infatti, sono evidenti: c’è un forzato cambiamento di ambiente, di abitudini di vita e a volte di abitazione, quando la nuova sede è distante dalla precedente. Per questo, la legge pone dei precisi limiti al potere datoriale di trasferimento dei lavoratori.

Per capire se trasferire un lavoratore è mobbing occorre esaminare anche un altro aspetto: l’intento persecutorio. Questo atteggiamento è illecito e concorre ad integrare il fenomeno del mobbing. Perciò, se l’intento persecutorio è escluso, il provvedimento di trasferimento del dipendente è legittimo, come ha affermato di recente la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione [1].

Mobbing sul lavoro: cos’è

Il mobbing non è un illecito espressamente tipizzato dalla legge, ma è una figura di creazione giurisprudenziale: consiste in una serie prolungata di comportamenti ostili e vessatori, accomunati da un intento persecutorio nei confronti della vittima.

Il mobbing sul lavoro si realizza in presenza di due elementi:

  • una pluralità di comportamenti persecutori del datore di lavoro o dei colleghi, che isolatamente considerati non sarebbero illeciti ma complessivamente lo diventano;
  • un intento persecutorio dell’autore delle condotte mobbizzanti, in modo da renderle mirate e sistematiche contro il lavoratore che ne costituisce il bersaglio.  

Ai fini del mobbing sul lavoro non conta la qualifica di assunzione o le mansioni svolte: possono esserne vittima tutte le categorie di lavoratori, a tempo indeterminato o parziale, e così può verificarsi anche il mobbing sui dirigenti.

Mobbing sul lavoro: come tutelarsi?

Nella sentenza che abbiamo menzionato all’inizio, la Cassazione [1] ha sottolineato che «l’elemento qualificante la condotta di mobbing non è da ricercarsi nella legittimità o illegittimità dei singoli atti, bensì nell’intento persecutorio che li unifica».

La prova degli elementi costitutivi del mobbing deve essere fornita dal lavoratore che ne è vittima. Perciò, in concreto, non è facile tutelarsi dal mobbing sul lavoro: bisogna dimostrare, da un lato, le plurime condotte che lo integrano e, dall’altro lato, l’intento vessatorio che le rende illecite. Il primo elemento è più semplice; il secondo può essere desunto da una serie di comportamenti ingiustificati realizzati contro il lavoratore, ma non è implicito in essi. Leggi “Come dimostrare di essere vittima di mobbing”.

Tieni presente che i risultati del mobbing sono la progressiva emarginazione del dipendente e la sua mortificazione. Tutto questo provoca una sofferenza psicologica, e a volte anche fisica, che rappresenta un danno risarcibile. Per avere diritto al risarcimento occorre dimostrare la sussistenza e l’entità delle lesioni della propria integrità psicofisica, avvenute a causa delle condotte illecite.

Un lavoratore può essere trasferito senza il suo consenso?

La legge [2] dispone che il lavoratore «non può essere trasferito da una unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive»Il potere datoriale di disporre il trasferimento dei lavoratori non è dunque arbitrario e indiscriminato, ma può prescindere dal consenso del lavoratore stesso.

Tra i motivi più frequenti di trasferimento del lavoratore dipendente che possono rilevare ai fini del mobbing c’è quello della ritenuta incompatibilità aziendale di un soggetto presso una determinata sede o nell’unità produttiva dove presta servizio.

Il datore di lavoro, però, se intende trasferire il dipendente senza il suo consenso, deve fornire in modo rigoroso la prova che la sua permanenza comporterebbe disorganizzazioni e disfunzioni; altrimenti, il lavoratore trasferito potrà impugnare il provvedimento davanti al giudice del lavoro per farlo annullare, in quanto illegittimo, ed essere reintegrato nella precedente sede.

Trasferimento del lavoratore: quando è mobbing?

In base a quanto ti abbiamo spiegato, anche il trasferimento del lavoratore può integrare il mobbing, se arriva a coronamento di precedenti e plurimi atti vessatori che risultino caratterizzati da un preciso intento persecutorio, anziché da oggettive ragioni aziendali che rendono necessario lo spostamento del dipendente ad un’altra sede.

Leggi qui le principali e più recenti sentenze di mobbing sul lavoro.


note

[1] Cass. sent. n. 12632 del 12.05.2021.

[2] Art. 2103, comma 2, Cod. civ.


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