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Maltrattamenti in famiglia: è reato anche tra ex conviventi?

15 Maggio 2021 | Autore:
Maltrattamenti in famiglia: è reato anche tra ex conviventi?

Se c’è un figlio, gli abusi nei confronti dell’ex partner costituiscono maltrattamenti anche se non coabitano più? Quando c’è convivenza?

Il Codice penale italiano prevede uno specifico reato per i soprusi commessi ai danni di un familiare o di una persona comunque convivente: si tratta del delitto di maltrattamenti, punito più severamente delle semplici lesioni personali o delle percosse per via del legame tra vittima e carnefice e del contesto in cui gli abusi si realizzano. Questo particolare reato presuppone una coabitazione tra colpevole e persona offesa. Col tempo, tuttavia, questo requisito è stato interpretato dalla giurisprudenza in maniera sempre più estensiva, tanto che oggi è giusto chiedersi se i maltrattamenti in famiglia sono reato anche tra ex conviventi.

A questa domanda ha dato risposta una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] che, ponendosi nel solco di altre pronunce dello stesso tenore, sembra aver introdotto un nuovo concetto di famiglia rilevante in ambito penale. Posto che, com’è noto a tutti, anche il convivente non sposato può essere vittima di maltrattamenti, la Suprema Corte, con la sentenza in commento, si è spinta oltre, ritenendo che il delitto sussista anche tra persone oramai separate, cioè che non coabitano più. Dunque, è reato di maltrattamenti in famiglia anche tra ex conviventi? Scopriamolo insieme.

Reato di maltrattamenti: cosa dice la legge?

Secondo il Codice penale [2], è punito con la reclusione da tre a sette anni chi maltratta una persona della famiglia o comunque convivente. È sanzionato con la stessa pena anche chi maltratta una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte.

Per legge, quindi, il reato di maltrattamenti si integra alternativamente:

  • all’interno di un contesto familiare, purché vi sia coabitazione;
  • nell’ambito di un rapporto di istruzione o custodia. È il caso degli abusi degli insegnanti, delle badanti, ecc.

Le pene sopra indicate sono aumentate se i maltrattamenti sono commessi in presenza o in danno di un minorenne, di una donna in stato di gravidanza o di una persona portatrice di handicap, ovvero se il fatto è commesso con armi.

Ulteriori aumenti di pena sono previsti se dai maltrattamenti sono derivate lesioni personali o, addirittura, la morte della vittima.

Maltrattamenti: cosa sono?

Cosa intende la legge per maltrattamenti? Sicuramente, in tale nozione sono ricompresi i classici abusi fisici (percosse, schiaffi, pugni, ecc.).

Per giurisprudenza pacifica, costituiscono maltrattamenti anche tutte le condotte che, pur non implicando l’uso della forza fisica, costringono la vittima a esser sottoposta a violenza psicologica: si pensi agli insulti, alle umiliazioni e a tutte le vessazioni capaci di umiliare la persona offesa.

Ad esempio, secondo la giurisprudenza [3], le continue discussioni in presenza della prole integrano il reato di maltrattamenti in famiglia poiché, a causa dei conflitti ricorrenti, i minori potrebbero riportare danni psicologici irreversibili che si ripercuoterebbero inevitabilmente nell’arco della loro crescita.

Integra il reato di maltrattamenti in famiglia anche il comportamento indirizzato contro l’amante anziché contro il proprio coniuge [4]. In questa circostanza, però, è necessario che il colpevole abbia con la vittima una relazione duratura simile a quella familiare.

La stabilità della relazione, secondo i giudici, determinerebbe una serie di obblighi nei confronti dell’amante, paragonabili agli obblighi di solidarietà e assistenza tipici della comunità familiare.

Maltrattamenti: quando non è reato?

Secondo la Corte di Cassazione [5], se la relazione è cominciata da poco e la coabitazione è saltuaria, allora è difficile qualificare i soprusi dell’uomo verso la compagna come maltrattamenti in famiglia.

Insomma: una coabitazione occasionale inserita in una relazione sentimentale recente non è sufficiente per ritenere dimostrata l’effettiva sussistenza di un rapporto di convivenza caratterizzato da stabilità e da reciproca solidarietà, necessaria per integrare il reato di maltrattamenti.

Secondo la Corte di Cassazione [6], non scatta il reato di maltrattamenti in caso di percosse all’amante anche se lui le ha preso un appartamento in affitto.

Secondo i giudici, l’appartamento destinato alla relazione clandestina e non a un progetto di vita fondato su solidarietà e assistenza non permette di configurare quella “convivenza” che è elemento indispensabile perché si integri il delitto di maltrattamenti.

In altre parole: la casa presa in affitto per incontrare l’amante non costituisce elemento sufficiente per far scattare il reato di maltrattamenti, per il quale è necessario la stabilità della relazione, e cioè che dalla stessa possa nascere un nucleo familiare vero e proprio, a prescindere dal matrimonio e dai figli.

Maltrattamenti contro ex convivente: è reato?

Da quanto detto sinora, si sarebbe portati ad escludere la sussistenza del reato di maltrattamenti se gli abusi sono commessi nei riguardi di una persona con cui non si convive più. Non è così.

Secondo la Suprema Corte, il delitto di maltrattamenti si integra anche quando la vittima, pur non coabitando più, continua a mantenere un rapporto con l’autore delle condotte violente per via della prole.

In pratica, nonostante la fine della convivenza, il rapporto tra due persone non deve ritenersi reciso se esse sono unite da un figlio. Finita la relazione sentimentale, infatti, i due partner rimangono sempre e comunque genitori, con la conseguente necessità di relazionarsi per le quotidiane esigenze dei figli.

Ebbene, per la Corte di Cassazione (sentenza citata in apertura), pur mancando vincoli nascenti dal matrimonio, il delitto di maltrattamenti in famiglia è configurabile nei confronti di persona non più convivente con l’agente quando questi conserva con la vittima una stabilità di rapporti «dipendente dai doveri connessi alla filiazione per la perdurante necessità di adempiere gli obblighi di cooperazione nel mantenimento, nell’educazione, nell’istruzione e nell’assistenza del figlio minore, derivanti dall’esercizio congiunto della potestà genitoriale»

Da qui è derivata la condanna per l’uomo che aveva maltrattato la sua ex convivente, anche in presenza dei loro figli minorenni, con ingiurie, percosse e lesioni, sino a costringerla ad allontanarsi da casa e poi perseguitandola e minacciandola. A nulla è valso obiettare che parte della condotta era avvenuta a convivenza terminata.

Questa sentenza non è completamente innovativa: già qualche anno fa, la Corte di Cassazione [7] aveva affermato che la cessazione della convivenza non determina necessariamente il venir meno di vincoli e obblighi tra i componenti del nucleo familiare.

La presenza di figli, imponendo la necessaria frequentazione tra i genitori, fa sì che quel vincolo sorto durante la convivenza non cessi nemmeno a coabitazione terminata. Pertanto, il reato di maltrattamenti in famiglia si configura anche se la vittima oramai non convive più con il reo.


Il delitto di maltrattamenti si integra anche quando la vittima, pur non coabitando più, continua a mantenere un rapporto con l’autore delle condotte violente per via della prole.

note

[1] Cass., sent. n. 17885 del 7 maggio 2021.

[2] Art. 572 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 18833/2018.

[4] Cass., sent. n. 7929 dell’1 marzo 2011.

[5] Cass., sent. n. 2911 del 25 gennaio 2021.

[6] Cass., sent. n. 34086 dell’1 dicembre 2020.

[7] Cass., sent. n. 25498/2017.

Autore immagine: canva.com/


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