HOME Articoli

Lo sai che? Le parolacce non sono più ingiuria se diffuse nel linguaggio corrente

Lo sai che? Pubblicato il 8 aprile 2014

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 8 aprile 2014

Linguaggio scurrile: l’espressione volgare in sé non è punita se non ha la capacità di ferire l’onore della persona offesa, ma rientra nell’uso comune di un linguaggio sempre più decadente a causa del cinema e della tv.

Dire una parolaccia non ha più lo stesso significato offensivo che aveva una volta: a sottolinearlo è stata più volte la Cassazione che ha preso, via via, atto dell’involgarimento del lessico comune, “soprattutto nei ceti medio-bassi”.

Così, con un’ultima sentenza di poche ore fa, la Suprema Corte [1] ha ritenuto che dire “Oggi mi hai cacato il c…”, per quanto si tratti di un’espressione colorita e di indubbia decadenza lessicale, non può considerarsi reato di ingiuria.

La presa di coscienza, da parte dei giudici, di tale involuzione del costume è stata, a più riprese, ricordata in questo portale. Non molti giorni fa avevamo riportato la massima di una pronuncia della stessa Corte secondo cui dire “Vaffa…” non costituisce ingiuria (leggi l’articolo “Dire “vaffa” non è ingiuria tranne al vicino di casa”).

Stessa considerazione dicasi per le espressioni “me ne fotto”, “è un gran casino”. Finanche “testa di ca…”, se generato da una provocazione [2].

Sembra però che accompagnare le parole coi gesti (in particolare, il dito medio alzato) costituisce un rafforzamento del disprezzo tale da far scattare l’illecito penale. Così almeno, nel 2010, ha sentenziato la Cassazione [3].

Con riferimento alla sentenza odierna, secondo la Corte, la locuzione “mi hai cacato il c…” è un’espressione di fastidio e non di disprezzo per la persona in sé. Non è punibile, infatti, il linguaggio volgare in sé, ma solo l’offesa: ossia quando la volgarità viene usata per ledere l’onore di un’altra persona.

Bisogna, poi, sempre valutare il contesto nel quale la parolaccia viene pronunciata. L’eventuale lesione dell’altrui onore dipende dall’uso che se ne fa della parola e dal contesto comunicativo in cui la stessa è inserita. Se è vero infatti che, in linea di principio, l’uso abituale di espressioni volgari non può togliere alle stesse l’obiettiva capacità di ledere l’altrui prestigio, ve ne sono alcune di uso talmente diffuso, anche quali intercalari, che in relazione proprio al contesto comunicativo, perdono la loro potenzialità lesiva.

Vale la pena, a riguardo, leggere le stesse parole della Cassazione che, questa volta, sono molto chiare. “L’evoluzione del costume e la progressiva decadenza del lessico adoperato dai consociati nei rapporti interpersonali, unitamente a una sempre maggiore valorizzazione delle espressioni scurrili come forme di realismo nelle arti contemporanee (si pensi soprattutto al cinema) e tradizionali (quali ad esempio la letteratura o il teatro) ha reso alcune parolacce di uso sempre più frequente, soprattutto negli strati sociali a più bassa scolarizzazione, attenuandone fortemente la portata offensiva, con riferimento alla sensibilità dell’uomo medio”.

Quando la parolaccia incriminata non si traduce in un giudizio di disvalore sulle qualità personali dell’offesa, ma costituisce solo una reazione, sicuramente scomposta, volgare e maleducata, non può scattare il reato di ingiuria.

note

[1] Cass. sent. n. 15710 dell’8.04.2014.

[2] Cass. sent. del 9.06.2011.

[3] Cass. sent. n. 26171/2010.

Autore immagine: 123rf.com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI