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Licenziamento del dirigente pubblico dipendente: reintegra assicurata. Differenza col privato

8 aprile 2014


Licenziamento del dirigente pubblico dipendente: reintegra assicurata. Differenza col privato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 aprile 2014



Anche per i dirigenti della pubblica amministrazione è applicabile la tutela prevista dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Si applica anche al dirigente alle dipendenze di un ente pubblico (sia esso centrale che territoriale) il “famoso” articolo 18 dello Statuto dei lavoratori [1] che prevede, in caso di licenziamento illegittimo, la reintegra del suddetto lavoratore sul posto di lavoro. Con la conseguenza pratica – a differenza di quanto previso per i dirigenti privati [2] – del ripristino dell’incarico illegittimamente revocato fino alla naturale scadenza.

Lo ha stabilito ieri una sentenza della Cassazione [3].

La Corte ha rigettato la tesi avversa secondo cui ammettere la reintegra comporterebbe una tutela rafforzata del dirigente pubblico rispetto a quello privato.

L’obbligo di riammettere sul posto il dirigente illegittimamente licenziato si pone, peraltro, in coerenza con i principi, sanciti dalla Costituzione, dell’imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Ricordiamo che, poiché non è prevista, per il dirigente, l’applicazione della normativa relativa ai licenziamenti individuali, il licenziamento del dirigente è sottoposto alle norme del codice civile, che può essere integrata dal relativo CCNL di categoria.

Tuttavia, secondo la Cassazione, neanche i contratti collettivi per il personale della dirigenza del comparto Regioni-Autonomie locali ostano all’accordare la tutela reintegratoria al dirigente illegittimamente licenziato.

La questione era già stata affrontata due volte, dalla Suprema Corte, negli ultimi due anni [4].

Il dirigente privato

Il dirigente privato, come noto, è escluso dalla tutela legale contro il licenziamento ingiustificato, riservata ad operai, impiegati e quadri [5].

La disapplicazione della regola legale di giustificazione necessaria del licenziamento riguarda tutti i vari dirigenti, apicali e minori, rientranti nella definizione collettiva della categoria, mentre non si applica ai

cosiddetti pseudodirigenti, che hanno solo il nome e il trattamento, ma non la posizione del dirigente, non essendo consentita l’applicazione analogica di una tutela legale inderogabile come quella relativa al licenziamento.

La tutela del dirigente contro il licenziamento ingiustificato è, dunque, rimessa solo ai contratti collettivi, mediante l’introduzione di una regola che impone la “giustificazione necessaria”, che però non coincide con la nozione legale di “giustificato motivo”. Per i dirigenti è infatti sufficiente la veridicità, ragionevolezza e non arbitrarietà delle ragioni addotte dal datore di lavoro (leggi l’articolo: “Il licenziamento del dirigente: quando è possibile”).

La sanzione prevista dai contratti collettivi per il licenziamento ingiustificato del dirigente consiste nell’obbligo del datore di lavoro di pagare la cosiddetta indennità supplementare, di cui è fissata la misura minima, di norma rapportata all’indennità di preavviso, e quella massima espresse entrambe in un determinato numero di mensilità di retribuzione. Alcuni contratti, come noto, aumentano l’importo dell’indennità in considerazione dell’età del dirigente, che intorno ai cinquanta anni è ancora lontano dal pensionamento pur incontrando particolari difficoltà nel reperire un’altra occupazione. L’importo dell’indennità supplementare, che si aggiunge alla indennità sostitutiva del preavviso non lavorato e al trattamento di fine rapporto, oscilla, così, a seconda dei diversi contratti e della anzianità di servizio ed età del dirigente, da un minimo pari a circa dieci mensilità ad un massimo pari a circa trenta mensilità, fornendo una tutela di apprezzabile consistenza.

Dirigenti pubblici

Per i dirigenti pubblici valgono, in linea di principio, le regole sopra ricordate ma con alcune importanti eccezioni e peculiarità, tra cui quella appena detta, relativa alla possibilità di chiedere, in caso di licenziamento illegittimo, la reintegra sul posto di lavoro.

Come garanzia nei confronti del dirigente, che, in quanto pubblico impiegato, è costituzionalmente “al servizio della nazione”, la legge [6] prevede che la mancata conferma, la revoca dell’incarico, o il recesso dal rapporto di lavoro –  siano adottati previo parere di un Comitato di garanti, organo a titolarità collegiale composto da tre membri che, per le modalità di nomina e per le funzioni assegnate, si caratterizza tendenzialmente sotto il profilo dell’imparzialità e dell’indipendenza.

Tale parere è obbligatorio ma non vincolante del parere.

Il parere deve essere reso entro quarantacinque giorni dalla richiesta, altrimenti «si prescinde» da esso, il che significa che l’amministrazione può procedere al licenziamento senza attendere oltre.

Il parere, come si è detto, è necessario solo per i casi di grave responsabilità dirigenziale per mancato raggiungimento degli obiettivi o inosservanza di direttive, mentre le ipotesi di responsabilità disciplinare non coincidenti con la responsabilità dirigenziale non richiedono alcun parere.

Tuttavia, da quanto poc’anzi ricordato consegue che il licenziamento non può essere rimesso alla libera valutazione del datore di lavoro, ma, come riconosciuto dalla Cassazione, ha natura causale, in quanto soggetto ad una specifica disciplina che prevede, non solo una grave responsabilità dirigenziale, ma anche un procedimento ispirato al principio del contraddittorio per il suo accertamento, oltre all’intervento di una organo di garanzia, quale appunto il Comitato.

Va esclusa, pertanto, la possibilità di recesso dell’amministrazione, in ragione dello svolgimento dell’incarico, nelle ipotesi diverse da quella di una grave responsabilità dirigenziale accertata a seguito dei controlli interni e contestata.

La decisione dell’amministrazione di recedere dal rapporto di lavoro con il dirigente, non solo deve essere motivata, ma altresì deve risultare idonea, adeguata e proporzionata ed in questo senso può essere oggetto di sindacato giudiziale successivo.

note

[1] L. n. 300/1970.

[2] L’applicazione del regime di recesso ad nutum dei dirigenti d’azienda, nonché l’esclusione dalla tutela reale, sono desunti dall’art. 10 della l. n. 604 del 1966, norma non abrogata dalla l. n. 108 del 1990. L’esclusione dalla stabilità del rapporto di lavoro per il dirigente privato non è stata ritenuta costituzionalmente illegittima, anche in ragione del peculiare carattere fiduciario che lega il dirigente al datore di lavoro. Così, Corte cost. 6 luglio 1972, n. 121, in «Foro it.» 1972, I, 2730. Si veda, altresì, Corte cost. 26 ottobre 1992, n. 404, in «Foro it.» 1993, I, 322. In dottrina, AMOROSO , Art. 10 l. n. 604 del 1966, in «Dir. lav.», G. Amoroso-V. Di Cerbo-A. Maresca (a cura di), Milano 2001, II, 1177 e ss.

[3] Cass. sent. n. 8077/14 del 7.04.2014.

[4] Cass. sent. n. 23330/12 e sent. n. 29.07.2013.

[5] Art. 10 l. n. 604/1966; art. 2, co. 3, l. n. 190/1985.

[6] Art. 22 del d.lgs. n. 165 del 2001.

Autore immagine: 123rf.com

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