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Sms all’amante: basta per chiedere l’addebito?

16 Maggio 2021
Sms all’amante: basta per chiedere l’addebito?

Il messaggio in chat basta per dimostrare il tradimento: i messaggi vanno disconosciuti con elementi che provano come la realtà dei fatti non è quella riprodotta.  

Un sms all’amante basta per chiedere l’addebito? Se la moglie (o il marito) dovesse scoprire sul cellulare del coniuge un messaggino compromettente, basterebbe questo per chiedere la separazione con colpa a suo carico? La questione è stata di recente affrontata dalla Cassazione [1].

I punti da affrontare sono diversi: una chat è sufficiente a dimostrare una relazione extraconiugale se non c’è però prova di un contatto fisico o di una effettiva liaison tra i relativi partecipanti? Come fare a portare, sul banco del giudice, un messaggio pervenuto sul cellulare altrui senza perciò violare la privacy? Ecco come stanno le cose. 

L’sms è prova di tradimento?

La giurisprudenza ha più volte spiegato che basta un sms all’amante o dall’amante per provare il tradimento. Il tradimento, infatti, non è solo quello fisico ma anche quello virtuale. Il rapporto platonico potrebbe essere sufficiente a chiedere l’addebito nella separazione se dovesse dimostrare che c’è un effettivo coinvolgimento carnale o affettivo tra il coniuge e una terza persona. E questo quindi a prescindere dal fatto che i due abbiano o meno consumato un rapporto sessuale o che si siano soltanto baciati.

A questo punto, risulta del tutto ininfluente la prova dell’esistenza di una relazione stabile tra le parti: anche un messaggino occasionale può bastare per portare alla separazione. 

Cosa comporta l’addebito nella separazione per tradimento? 

Il tradimento costituisce una violazione dei doveri del matrimonio. Da esso però non derivano particolari sanzioni, né risarcimenti. L’unico effetto dell’infedeltà è che il giudice addebita la separazione al coniuge fedifrago e, in conseguenza di ciò, quest’ultimo perde la possibilità di chiedere l’assegno di mantenimento (se mai ne avesse avuto diritto, in presenza di un reddito più basso) e i diritti successori (in caso di morte del coniuge prima del divorzio).

Solo eccezionalmente è possibile chiedere, in apposito e separato giudizio, il risarcimento del danno: ciò succede quando il tradimento si manifesta in modo plateale e pubblico, tale cioè da ledere l’onore e la reputazione dell’altro coniuge.

Come dimostrare l’sms dell’amante: la privacy

Il problema principale per chi voglia chiedere l’addebito in capo al coniuge in caso di tradimento rivelato da una chat è la prova. Prova che potrebbe, ad esempio, ben essere costituita dallo screenshot del telefonino se non fosse che la legge sulla privacy lo vieta. Non è cioè possibile impossessarsi del dispositivo altrui, neanche se ciò serve per acquisire le prove di un comportamento illecito. Diversamente, non solo la prova così acquisita non potrebbe essere prodotta in giudizio e il giudice non ne potrebbe tenere conto, ma si rischierebbe una querela per violazione della riservatezza.

Del resto, la nostra Costituzione vieta la violazione dell’altrui corrispondenza e i messaggi sul cellulare non sono che l’evoluzione della tradizionale lettera.

Risultato: o c’è un’ammissione di responsabilità da parte dell’interessato (ossia una confessione, fatta anche prima della causa) oppure si chiamano a deporre dei testimoni, visto peraltro che le dichiarazioni della parte in causa non possono entrare nel processo civile. 

I testimoni potrebbero cioè rivelare di aver visto il coniuge con l’amante o di aver letto i messaggi.

Secondo una recente sentenza della Cassazione, strappare di mano il telefono, anche se del coniuge, per vedere cosa c’è scritto integra il reato di rapina. 

La pronuncia della Suprema Corte qui in commento ha deciso il caso di un uomo beccato a chattare con l’amante e che, pertanto, ha subìto l’addebito della separazione. La moglie ha portato in giudizio gli sms, ma non è dato sapere come abbia fatto e se poi l’ex marito l’abbia per ciò querelata. Di certo quest’ultimo, nella causa di separazione, non è riuscito a disconoscere la veridicità dei messaggini: per escludere l’efficacia probatoria bisogna allegare elementi che attestano come la realtà dei fatti non corrisponda a quella riprodotta. 

Inutile per l’interessato contestare di non essere l’autore dei messaggi: in base all’articolo 2712 del Codice civile, il disconoscimento fa perdere qualità di prova alle riproduzioni informatiche, degradandole a presunzioni semplici, soltanto se è chiaro, circostanziato ed esplicito; nella specie, il marito si è limitato a dedurre di «non aver mai dato inizio ad alcuna relazione affettiva in costanza di matrimonio».  


note

[1] Cass. ord. n. 12794/21.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 12 gennaio – 13 maggio 2021, n. 12794

Presidente Di Marzio – Relatore Falabella

Fatti di causa

1. – Con sentenza pubblicata il 16 novembre 2018 la Corte di appello di Firenze riformava per un profilo che qui non interessa, afferente la determinazione dell’assegno di mantenimento dei figli, la pronuncia resa in primo grado dal Tribunale di Pistoia nel giudizio avente ad oggetto la separazione personale dei coniugi N.S. e M.E. . La stessa Corte rigettava, per contro, i motivi di impugnazione svolti dal predetto N. con riguardo all’addebito della separazione in questione.

Osservava la Corte fiorentina che in primo grado N. non aveva mai contraddetto la riferibilità alla sua persona delle emergenze telematiche relative a frasi dimostrative di una relazione sentimentale; rilevava, inoltre, che la circostanza relativa all’intrattenimento, da parte del marito, di una relazione extraconiugale, era stata oggetto di una confessione stragiudiziale resa da N. e che quanto dallo stesso dichiarato trovava conferma sia nel contenuto inequivoco dei messaggi acquisiti al giudizio, sia nel percorso di mediazione coniugale avviato dei coniugi, non pervenuto a buon fine. Da ultimo, la Corte di merito precisava che il prelievo di denaro da parte di M.E. e l’abbandono della casa coniugale nel corso dell’anno 2014 non assumevano rilievo, ai fini del giudizio di addebito della separazione “atteso il loro logico collegamento con la condotta fedifraga del marito e il difetto di prova in ordine alla già avvenuta compromissione dell’unità matrimoniale all’epoca del tradimento, che i testi affermano ammesso nel febbraio 2013 per i fatti di fine anno 2012”.

2. – N.S. ha impugnato la pronuncia d’appello con un ricorso per cassazione articolato in due motivi. Resiste con controricorso M.E. . Il ricorrente ha depositato memoria.

3. – Il Collegio ha autorizzato la redazione della presente ordinanza in forma semplificata.

Ragioni della decisione

1. – Con il primo motivo il ricorrente oppone la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in punto di valutazione della prova rappresentata dalla corrispondenza telematica prodotta in giudizio e dalle prove orali dei testi indotti dalla controparte, in combinato disposto con gli artt. 2727 e 2729 c.c., oltre che la violazione dell’art. 2712 c.c.. Viene dedotto che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice del gravame, il ricorrente aveva in più occasioni smentito di essere l’autore dei messaggi inoltrati per via telematica i quali attesterebbero l’esistenza della relazione extraconiugale. L’istante lamenta, inoltre, che la Corte territoriale, confermando l’operato del giudice di primo grado, abbia ritenuto che dalle comunicazioni telematiche fosse possibile risalire, attraverso un procedimento induttivo al fatto ignoto, costituito dalla relazione extraconiugale. Viene osservato, al riguardo, che l’esame degli indizi emersi nel corso del procedimento non avevano i connotati della gravità della precisione e della concordanza, tenuto conto anche del rapporto di parentela intercorrente tra i testi escussi ed M.E. . Il ricorrente contesta, infine, il rilievo che potrebbe assumere, nel quadro dell’indagine circa la prova della detta relazione, il percorso di mediazione coniugale avviato dai coniugi.

Il motivo, che prospetta plurime censure, è nel complesso infondato.

In tema di efficacia probatoria delle riproduzioni informatiche di cui all’art. 2712 c.c. il disconoscimento idoneo a farne perdere la qualità di prova, degradandole a presunzioni semplici, deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito, dovendosi concretizzare nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta (Cass. 2 settembre 2016, n. 17526; Cass. 17 febbraio 2015, n. 3122). In tal senso, non possono quindi ritenersi espressive del dedotto disconoscimento le deduzioni, richiamate dal ricorrente (pag. 9 del ricorso), secondo cui lo stesso “non aveva mai dato inizio ad alcuna relazione affettiva in costanza di matrimonio” o in cui si è assunto “l’infondatezza delle affermazioni della M. circa la supposta esistenza di una relazione extraconiugale del sig. N. “.

D’altro canto, il rilievo per cui l’odierno istante, a fronte della produzione in giudizio delle evidenze telematiche, avrebbe smentito che quanto rappresentato nella documentazione corrispondesse alla realtà dei fatti in essa descritta (sempre pag. 9 del ricorso) appare del tutto generico e carente di autosufficienza: infatti, sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (Cass. Sez. U. 27 dicembre 2019, n. 34469).

Analoghe considerazioni andrebbero svolte con riferimento al richiamo, operato dallo stesso ricorrente, alle deduzioni da lui svolte nella memoria ex art. 190 c.p.c. (ove si sarebbe fatta menzione della possibile artificiosa realizzazione del messaggio: pagg. 9 s. del ricorso): ma sul punto è assorbente l’osservazione per cui il disconoscimento soggiace a precise preclusioni processuali (Cass. 19 gennaio 2018, n. 1250, che menziona, in proposito, quelle desumibili dagli artt. 167 e 183 c.p.c.), onde non può essere certamente svolto con gli scritti conclusionali.

La doglianza incentrata sull’uso, asseritamente scorretto, delle presunzioni non è, poi, concludente. L’accertamento del giudice del merito poggia, difatti, su elementi di prova non indiziaria: non solo sulle comunicazioni telematiche (che comunque, secondo l’insindacabile giudizio della Corte di appello, contenevano espressioni dal significato in,,equivoco, e cioè “frasi amorose e dimostrative della relazione sentimentale”: pag. 4 della sentenza impugnata), ma anche sulla confessione stragiudiziale di N.S. , che è stata liberamente apprezzata dal giudice, a cui competeva, con valutazione non sindacabile in cassazione, in quanto adeguatamente motivata, stabilire la portata della dichiarazione rispetto al diritto fatto valere in giudizio (Cass. 16 dicembre 2010, n. 25468; Cass. 15 dicembre 2008, n. 29316): sul punto la Corte ha ricordato che N. aveva ammesso la propria relazione extraconiugale e di non poterla interrompere (pagg. 4 s. della sentenza impugnata) e che quanto dichiarato dal ricorrente trovava conferma nel contenuto dei messaggi acquisiti al giudizio e nel percorso di mediazione che i coniugi avevano intrapreso (elemento, quest’ultimo, che la Corte evidentemente correla alla insorta crisi del rapporto, attraverso un giudizio che, per inerire a circostanze di fatto, sfugge al sindacato di legittimità). Non possono trovare ingresso, nella presente sede, nemmeno le riserve espresse dal ricorrente circa l’attendibilità dei testi escussi, visto che la valutazione relativa compete al giudice del merito (Cass. 31 luglio 2017, n. 19011; Cass. 2 agosto 2016, n. 16056).

2. – Col secondo mezzo è formulata una censura di violazione o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., con riguardo alla valutazione della prova circa il prelievo non autorizzato di somme di denaro da parte della controricorrente odierna dal conto corrente intestato a N.S. . La contestazione investe il profilo attinente alla successione temporale che fosse possibile stabilire tra la scoperta nella relazione extraconiugale e l’operazione consistita nell’attuato prelievo.

Il motivo è inammissibile.

Esso adombra la supposizione che la scoperta della relazione extraconiugale di N. sia successiva al prelievo operato dalla controricorrente sul conto dello stesso istante e quindi ininfluente sul piano della addebitabilità della separazione. La Corte di appello ha tuttavia accertato – come si è detto – che l’operazione posta in atto da M.E. e l’abbandono della casa coniugale non possano essere considerati causa della compromissione dell’unione matrimoniale, valorizzandone il “dogico collegamento con la condotta fedifrega del marito” (che ha quindi ritenuto la vera e propria origine, sul piano eziologico, delle nominate condotte): tale accertamento è insindacabile in questa sede. Mette conto di aggiungere che l’istante svolge il motivo di impugnazione sulla scorta delle risultanze istruttorie, reputate idonee a suffragare l’opinione espressa col ricorso: tuttavia il non corretto apprezzamento delle risultanze probatorie non può essere denunciato per cassazione lamentandosi la violazione dell’art. 115 c.p.c. (Cass. 28 febbraio 2018, n. 4699) o quella dell’art. 116 c.p.c. (Cass. Sez. U. 30 settembre 2020, n. 20867).

3. – Il ricorso è dunque respinto.

4. – Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello stabilito per il ricorso, se dovuto.

 


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