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Aborto e obiezione di coscienza del medico

16 Maggio 2021
Aborto e obiezione di coscienza del medico

Interruzione della gravidanza e obbligo del medico di prestare soccorso alla donna e di effettuare le indagini radiologiche necessarie: il reato di rifiuto di atti d’ufficio. 

La legge consente al medico l’obiezione di coscienza in caso di richiesta di aborto da parte della gestante. Ma entro determinati limiti: il sanitario, infatti, non può rifiutarsi di prestare assistenza alla donna che necessiti, ad esempio, di effettuare un’ecografia. E questo perché è necessario tutelare il diritto alla salute di quest’ultima.

La Cassazione ha di recente tracciato i confini tra aborto e obiezione di coscienza del medico. Ecco quali sono i punti essenziali di tale pronuncia [1].

Aborto: il diritto del medico all’obiezione di coscienza

L’art. 9, comma 3 della legge n. 194 del 1978 stabilisce quanto segue: «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento».

Quando non si può esercitare l’obiezione di coscienza per aborto

Il comma 5 del citato articolo 9 stabilisce che «L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo».

I limiti dell’obiezione di coscienza del medico

Come chiarito dalla Cassazione [2], la legge tutela il diritto di obiezione di coscienza entro lo stretto limite delle attività mediche dirette all’interruzione della gravidanza, esaurite le quali il medico obiettore non può opporre alcun rifiuto dal prestare assistenza alla donna. Se si oppone, infatti, si configura il reato di rifiuto di atti di ufficio e può essere denunciato. 

Quando l’interruzione, poi, è stata indotta per via farmacologica e non chirurgica, l’esonero è limitato alle sole pratiche di predisposizione e somministrazione di farmaci abortivi, coincidenti con quelle procedure e attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione. Il medico, pertanto, deve prestare la propria assistenza in tutte la fasi successive all’intervento, a prescindere dall’imminente pericolo di vita della paziente.

Il rifiuto di prestare assistenza alla donna che abortisce

Come anticipato, il diritto del medico di astenersi nel praticare l’aborto alla donna trova un limite nella tutela della salute. Pertanto, va incontro alla condanna penale per «rifiuto d’atti d’ufficio» il medico obiettore che rifiuta di praticare l’ecografia alla donna nell’ambito della procedura farmacologica d’interruzione della gravidanza in corso nell’ospedale. Il professionista, dunque, può rifiutarsi di causare l’aborto, per via chirurgica o con la pillola, ma non anche di prestare assistenza. 

Un medico si era rifiutato di effettuare l’ecografia a una ragazza che aveva praticato l’aborto. Pertanto, il padre aveva chiamato i carabinieri, non volendo firmare il foglio delle dimissioni dall’ospedale prima del controllo finale. I giudici hanno così condannato penalmente il dottore. L’esame rifiutato dal medico era doveroso: serviva ad accertare se l’embrione fosse vivo o no, dunque a stabilire se l’interruzione della gravidanza si fosse verificata. In caso contrario, l’interruzione poteva essere cagionata non a seguito dell’opera del sanitario che aveva praticato l’ecografia ma di ulteriori attività compiute dalla paziente e da un medico non obiettore.  

Il diritto all’aborto è ricompreso nella sfera di autodeterminazione della donna e se l’obiettore di coscienza può legittimamente rifiutarsi di intervenire nel rendere concreto tale diritto, tuttavia non può rifiutarsi di intervenire per garantire il diritto alla salute della donna, non solo nella fase conseguente all’intervento di interruzione della gravidanza, ma in tutti i casi in cui vi sia un imminente pericolo di vita.


note

[1] Cass. sent. n. 18901/21.

[2] Cass. sent. n.14979/2012.

Autore immagine: depositphotos.com


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