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Danno parentale: quanto prendono i familiari?

18 Maggio 2021 | Autore:
Danno parentale: quanto prendono i familiari?

Il risarcimento agli eredi viene calcolato in base alle tabelle milanesi, con alcuni correttivi, ma occorre sempre provare il legame con la vittima.

Ogni tipo di danno ha il suo metodo di calcolo. Nei danni non patrimoniali (che non partono da una cifra prestabilita, come un debito non pagato) è difficile quantificare in termini monetari l’ammontare del pregiudizio sofferto dalla vittima. Quando poi la liquidazione viene attribuita non al danneggiato stesso, ma ai suoi parenti ed eredi, le cose si complicano ancor di più. Nel caso del danno parentale, quanto prendono i familiari? 

La risposta, chiaramente, non è univoca. La cifra che verrà riconosciuta dal giudice dipenderà, essenzialmente, dal grado di parentela e dall’intensità del legame. Sull’entità del ristoro pesa anche l’età della vittima e quella dei superstiti.  Ma questo non vuol dire che i criteri non siano omogenei. I criteri di valutazione sono, necessariamente, equitativi, ma si fondano su alcuni parametri misurabili, individuati dalla giurisprudenza.

Per stabilire nei casi di danno parentale quanto prendono i familiari i giudici di quasi tutta Italia ricorrono alle cosiddette “tabelle milanesi” (chiamate così perché adottate per la prima volta dal tribunale di Milano), che prevedono un metodo di classificazione a punti e a fasce, con alcuni correttivi per adattarle alle vicende concrete, evitando un’applicazione automatica o forfettaria. 

Danno parentale: cos’è?

Il danno parentale consiste nella sofferenza provocata dal decesso di un familiare e nel vuoto esistenziale che ne deriva. È un danno non patrimoniale, dove il pregiudizio sofferto consiste in questa perdita incolmabile, che diventa risarcibile poiché la morte dovuta ad un fatto illecito altrui ha troncato la relazione affettiva con la vittima e ha determinato l’impossibilità di proseguirla per il futuro.

L’intensità del legame affettivo non dipende solo dal grado di parentela: quando si tratta di prossimi congiunti, come il coniuge, i genitori ed i figli, esso è presunto, ma quanto più si allontana, tanto più diventa necessario fornire la prova della sua stabilità e profondità, valorizzando i momenti di vita vissuti insieme e producendo nel processo tutti gli elementi che possono dimostrarlo.

Il risarcimento del danno parentale

La giurisprudenza più recente ammette il risarcimento del danno parentale non solo nei casi di parentela stretta, ma anche nei casi di perdita di familiari ascendenti di secondo grado o congiunti in linea collaterale, come nel caso della morte del nonno e della morte dello zio. 

La prova del danno parentale richiede la dimostrazione del vincolo affettivo e di frequentazione che esisteva con il familiare scomparso. La giurisprudenza adotta un criterio di liquidazione equitativa, previsto dalla legge [1] quando il danno non può essere «provato nel suo preciso ammontare». 

Il patema d’animo non richiede la coabitazione della vittima con i parenti nella stessa casa, ma la dimostrazione di un rapporto affettivo profondo e costante. Dunque, la convivenza può favorire il riconoscimento del danno parentale, ma non è un elemento indispensabile (per approfondire questo aspetto leggi “Danno parentale: come si dimostra“).

Le tabelle milanesi nel calcolo del danno parentale 

Le tabelle create dall’Osservatorio per la giustizia civile del tribunale di Milano, e periodicamente aggiornate (qui trovi le tabelle milanesi 2021), hanno avuto il via libera anche dalla Corte di Cassazione e sono oggi riconosciute a livello nazionale come punto di riferimento per il calcolo del danno parentale spettante ai familiari delle vittime di un fatto illecito, come un incidente stradale o una responsabilità medica. 

Le tabelle consistono in una “griglia” di classificazione dell’entità del danno non patrimoniale in base al grado di parentela (ad esempio, a favore del genitore per la morte di un figlio, o viceversa), con una “forbice” di valori minimi, medi e massimi per ciascuna voce. 

È previsto che il giudice possa riconoscere il danno da perdita del rapporto parentale anche a soggetti diversi dai familiari stretti. Così, come abbiamo visto, è stata riconosciuta la risarcibilità anche per la morte del nonno o di uno zio, a condizione, però, che venga fornita la prova di un intenso legame affettivo intercorrente tra la vittima e i parenti che chiedono il risarcimento. 

In concreto, la versione attuale della tabella prevede il riconoscimento delle seguenti somme: 

  • al genitore per la morte di un figlio, o al figlio per la morte del genitore, da 165.960 a 331.920 euro; 
  • a favore del coniuge non separato, o del convivente in un’unione civile, la medesima cifra di cui sopra; 
  • al fratello per morte di un fratello, un minimo di 24.020 ed un massimo di 144.130 euro. 

Per i nonni, gli zii e le altre categorie di familiari si applicano, per analogia, le corrispondenti voci previste per la perdita di un fratello.

La personalizzazione del danno parentale

La personalizzazione del danno parentale entro l’ampia forbice di valori prevista dalle tabelle milanesi dipende dal «prudente apprezzamento» del giudice, che dovrà stabilire l’entità del pregiudizio sofferto dal danneggiato e decidere a quanto ammonta la sofferenza risarcibile. Dunque, non esiste un minimo garantito o applicato in modo meccanico semplicemente scorrendo le tabelle. Dovrà, invece, essere sempre il richiedente a dover fornire un’adeguata prova del danno non patrimoniale subìto e il giudice provvederà alla sua quantificazione. 

La Corte di Cassazione, in una recente sentenza [2], ha affermato che quando il giudice decide in via equitativa ed applica i parametri delle tabelle predisposte dal tribunale di Milano «la personalizzazione del risarcimento non può discostarsi dalla misura minima ivi prevista senza dar conto nella motivazione di una specifica situazione, diversa da quelle già considerate come fattori determinanti la divergenza tra il minimo e il massimo, che giustifichi la decurtazione».

In un altro recentissimo caso, la Suprema Corte [3] ha riconosciuto agli eredi di un paziente deceduto in conseguenza di un’operazione chirurgica errata il massimo previsto dalle tabelle del tribunale di Milano, perché il decesso aveva provocato «profondi e gravi danni» alla qualità della vita per i superstiti: la vittima aveva lasciato il coniuge e i figli minori, che avevano subito un profondo sconvolgimento.

Approfondimenti

Per approfondire leggi:


note

[1] Art. 1226 e art. 2056 Cod. Civ.

[2] Cass. sent. n. 7770 del 18.03.2021.

[3] Cass. sent. n. 13158 del 14.03.2021.


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