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Quante ore di lavoro provocano la morte?

17 Maggio 2021 | Autore:
Quante ore di lavoro provocano la morte?

Secondo la Scienza, tre ore in più al giorno oltre l’orario possono essere letali. Si può chiedere il risarcimento?

Dice un proverbio che «chi più lavora, meno mangia». Non è, invece, la saggezza popolare ma l’Organizzazione mondiale della sanità a dire che «chi più lavora meno vive». Se è vero, come si dice spesso, che il lavoro nobilita l’uomo (il che, da qualche decennio, riduce notevolmente la percentuale di italiani nobili, visto l’andamento del mercato dell’occupazione) pare altrettanto vero che è anche in grado di distruggerlo: secondo la Scienza, quando si supera un certo limite, quando si passa dal «lavorare per vivere» al «vivere per lavorare», la vita si accorcia ed il lavoro uccide. Letteralmente. Quante ore di lavoro provocano la morte?

L’Organizzazione mondiale della sanità, insieme all’Organizzazione internazionale del lavoro, lo ha stabilito analizzando le statistiche. Basta una quindicina di ore in più alla settimana rispetto a quanto stabilito mediamente dai contratti nazionali di categoria di qualsiasi settore; cioè, tre ore in più al giorno oltre il normale orario. Ecco quante ore di lavoro provocano la morte o, nel migliore dei casi (sempre che ci si possa accontentare di una simile situazione) un ictus: bastano 11 ore al giorno per 5 giorni la settimana. Probabilmente, molti di quanti stanno leggendo questo articolo diranno che 11 ore per loro sono la norma e che, di solito, riescono a farne di più. A voi, soprattutto a voi, le spiegazioni dell’Oms.

Troppo lavoro: quando si rischia?

Stando alle stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, chi si vanta di lavorare 11 o 12 ore al giorno, se non di più, è un autentico kamikaze, un aspirante suicida. I dati pubblicati dall’Oms e dall’Oil (l’Organizzazione internazionale del lavoro) su una ricerca chiamata Environment International (Ambiente internazionale), dicono che lavorare 55 ore o più a settimana aumenta il rischio di ictus del 35% ed il pericolo di morte del 17% rispetto alle canoniche 35-40 ore di lavoro che di solito sono fissate dai contratti nazionali di categoria.

Dati alla mano, si diceva. Eccone qualcuno: tra il 2000 e il 2016, il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%. La percentuale di persone che hanno avuto un ictus dopo aver lavorato per almeno 55 ore la settimana è cresciuta di quasi il 20%. Solo in un anno, tra ictus e problemi di cuore, sono morte nel mondo quasi 750mila persone che avevano superato l’orario di lavoro di almeno 15 ore settimanali, il che vuol dire mediamente, appunto, tre ore al giorno.

Troppo lavoro: chi muore di più?

I dati ci dicono che tre vittime su quattro del troppo lavoro sono uomini over 60. Che, però, avevano lavorato almeno 55 ore alla settimana dai 45 anni in su. E il fenomeno continua ad aumentare, con un maggior rischio di handicap e di decessi prematuri legati al lavoro. A peggiorare le cose, secondo gli esperti, la recente diffusione dello smart working «cha ha considerevolmente cambiato il modo in cui molte persone lavorano», osserva il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus. «Il telelavoro – continua l’alto dirigente dell’Oms – è diventato una norma in numerosi settori di attività facendo scomparire i confini tra casa e lavoro. D’altronde, numerose aziende sono state costrette a ridurre o interrompere le loro attività per risparmiare soldi e le persone che continuano a lavorare finiscono per avere un orario di lavoro prolungato».

Ne vale la pena? «Nessun lavoro vale la pena di un rischio di ictus o di una malattia cardiaca – avverte il Dg Oms –. I governi, i datori di lavoro e i lavoratori devono collaborare per mettere a punto dei limiti che proteggano la salute dei lavoratori».

Troppo lavoro: c’è il diritto di risarcimento del danno?

C’è chi lavora troppo perché la sua natura glielo impone, perché fa parte della sua mentalità. E chi lo fa perché non ha il coraggio o la possibilità di dire di no al proprio datore, temendo di restare disoccupato o di compromettere la propria situazione all’interno dell’azienda. Quando il troppo lavoro è un obbligo dettato dall’alto (il classico «o così o quella è la porta»), si ha diritto al risarcimento di un eventuale danno?

Bisogna premettere che la legge [1] costringe i datori di lavoro ad adottare nell’esercizio dell’impresa tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica. Misure che comprendono (o che devono comprendere) il divieto di adottare dei comportamenti lesivi dell’integrità psico-fisica del lavoratore all’interno dell’azienda. Come, appunto, obbligare un dipendente a lavorare sistematicamente oltre il suo orario.

Secondo la Cassazione, l’usura psico-fisica provocata dall’eccesso di attività lavorativa deve essere considerata un danno non patrimoniale che dà diritto al risarcimento nel caso in cui il datore non abbia fatto il possibile per tutelare l’integrità del dipendente [2]. L’onere di provare la violazione degli obblighi contrattuali in tal senso ed il nesso di causalità tra lo stress da lavoro e la malattia spetta al dipendente. Quest’ultimo può avvalersi di presunzioni semplici, ovvero di quelle lasciate alla prudenza del giudice e che hanno valore giuridico quando gli elementi presi in considerazione dal lavoratore sono gravi, precisi e concordanti. Al datore di lavoro l’onere di fornire prova contraria.

Non basterà dimostrare che il lavoratore era d’accordo sul prolungamento giornaliero e sistematico del suo orario: dovrà provare che il dipendente ha avuto un comportamento doloso o ha generato un particolare rischio a causa del compimento di un’attività non rientrante o collocato al di là dei doveri lavorativi.


note

[1] Art. 2087 cod. civ.

[2] Art. 2059 cod. civ.


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3 Commenti

  1. Che angoscia! Certo, c’è chi lavora tanto non solo per necessità economica ma anche perché è talmente appassionato che il tempo scorre velocemente. Ci si augura di riuscire a vivere sempre il più a lungo possibile anche trascorrendo qualche ora i più del solito a lavorare

  2. Da un lato c’è chi lavora tanto e dall’altro ci sono i fannulloni. Il dolce far niente non gli causa alcun effetto psicologico negativo? Ah, no, perché loro restano belli riposati spaparanzati su un letto o sul divano a lamentarsi che c’è crisi, che i datori sono esigenti, che la paga è bassa quindi è meglio prendersi il reddito di cittadinanza. Insomma, questi soggetti sono agli estremi di chi invece si impegna ogni giorno per fare qualcosa di buono e imparare nuove cose

  3. A posto, il necrologio è stato fatto. Tuttavia, sono poche le persone che dedicano tanto tempo al lavoro. C’è chi perde le giornate davanti alla tv spazzatura, a navigare ore ed ore sui social e girare da un bar all’altro e poi, nel tempo restante, lavorano…

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