Diritto e Fisco | Articoli

Fatture troppo basse: cosa si rischia con il Fisco?

18 Maggio 2021 | Autore:
Fatture troppo basse: cosa si rischia con il Fisco?

La sottofatturazione fa scattare l’accertamento induttivo, che prescinde dalla contabilità ritenendola inattendibile e ricostruisce i ricavi attraverso presunzioni. 

Se sei un imprenditore, un professionista o un commerciante sai bene quanto sia importante la contabilità ai fini fiscali per calcolare «ufficialmente» i guadagni imponibili della tua attività. A qualcuno, però, viene la tentazione di ridurre gli importi indicati nei documenti rilasciati ai clienti, abbassando le cifre rispetto al prezzo realmente praticato. Ma emettendo fatture troppo basse cosa si rischia con il Fisco? 

Le conseguenze sono piuttosto pesanti e molto simili a quelle previste a carico di chi non rilascia affatto le fatture: l’importo più basso del reale, e ovviamente non veritiero, è equiparato all’omissione anche quando non è minimo. Infatti, chi opera in questo modo realizza un occultamento consistente di somme incassate. C’è quindi un imponibile non dichiarato e un’autoriduzione, del tutto illegittima, dell’ammontare delle imposte da pagare.

In buona sostanza, si tratta comunque di evasione fiscale e l’Amministrazione reagisce con i poteri consentiti dalla legge. Per capire cosa si rischia con il Fisco per le fatture troppo basse devi sapere che l’Agenzia delle Entrate potrà determinare il reddito in via induttiva, cioè senza doversi attenere alle risultanze della contabilità dell’imprenditore o del professionista. Ricostruirà i redditi attraverso presunzioni semplici, come le medie di redditività del settore economico di appartenenza. E per il contribuente sarà molto difficile smentire queste circostanze. 

Sottofatturazione: cos’è e cosa comporta 

La sottofatturazione è l’indicazione dei ricavi o dei corrispettivi in misura inferiore a quella realmente chiesta al cliente e percepita dall’imprenditore o dal professionista per i beni ceduti o per i servizi forniti. 

È una condotta sicuramente preordinata all’evasione fiscale, perché consente di occultare i ricavi incassati che, essendo spariti sin dall’inizio, non verranno riportati in contabilità e nella dichiarazione dei redditi. 

È importante notare che il fenomeno della sottofatturazione si realizza quando il contribuente emette il documento fiscale – la fattura o lo scontrino – riportando un ammontare più basso di quello reale: ho incassato 100 euro, ma in fattura riporto la cifra di 80, o di 50, o di 30 euro. 

Marco è un dentista che rilascia sistematicamente ai suoi clienti fatture troppo basse, con un importo di circa la metà rispetto alle tariffe medie dei suoi colleghi di zona per prestazioni analoghe. Subirà un accertamento dell’Agenzia delle Entrate, che gli chiederà conto di questi scostamenti. Se non saprà giustificarli, i maggiori importi non fatturati saranno calcolati con il metodo induttivo e verranno recuperati a tassazione.

Sottofatturazione: quando è reato 

Nei casi più gravi, la sottofatturazione può concretizzare il reato di dichiarazione dei redditi infedele [1], punito con la reclusione da uno a tre anni, commesso da parte di «chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica nelle dichiarazioni annuali elementi attivi inferiori a quelli effettivi». 

Perché la condotta di sottofatturazione costituisca reato occorrono però queste due condizioni, che costituiscono la soglia di punibilità penale:

  • imposta evasa superiore a 100 mila euro (fino all’anno 2019 compreso era di 150mila euro); 
  • ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione superiore al 10% della somma complessiva degli elementi attivi dichiarati, o comunque, superiore a 2 milioni di euro (in precedenza era di 3 milioni di euro). 

Si può avere una sottofatturazione anche in fase di importazione di merci, quando vengono rese alla Dogana dichiarazioni non veritiere sul loro valore, al fine di non pagare i dazi dovuti o l’Iva. 

Sottofatturazione e accertamento analitico induttivo 

Anche quando non costituisce reato, la sottofatturazione ostacola in maniera rilevante gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate sull’effettivo ammontare dei redditi prodotti dai contribuenti. 

Per questo motivo, la legge tributaria [2] prevede un rimedio molto forte in favore dell’Amministrazione finanziaria: la possibilità di ricorrere all’accertamento analitico induttivo dei redditi dichiarati, per rettificarli in aumento. Questo metodo si chiama analitico induttivo perché parte dalla contabilità e la presuppone, ma non è vincolato ad essa (e in ciò si differenzia dall’accertamento induttivo “puro” che avviene quando la contabilità manca o è tenuta in modo gravemente lacunoso).

La Cassazione ritiene pienamente legittimo, come conferma l’ultima pronuncia intervenuta sul tema [3], l’utilizzo della metodologia di accertamento analitico induttivo «quando, pur in presenza di scritture contabili formalmente corrette, la contabilità dell’impresa possa considerarsi complessivamente inattendibile, perché configgente con i criteri di ragionevolezza, sotto il profilo dell’antieconomicità del comportamento del contribuente». 

Accertamento induttivo per fatture basse: come difendersi

Per l’Amministrazione finanziaria – sostenuta, come abbiamo appena visto, dalla giurisprudenza – non conta il fatto formale, che le fatture siano state emesse e regolarmente conservate: si bada al loro contenuto sostanziale e, dunque, all’importo in esse indicato come prezzo praticato per la vendita. Questo dato non deve risultare irragionevole e antieconomico, perché non sarebbe credibile: un imprenditore, o un professionista, opera di regola per conseguire un profitto dalla propria attività, e non per vendere prodotti o servizi conseguendo una perdita sistematica. 

Così attraverso l’accertamento induttivo l’Ufficio «corregge» questi errori ricorrendo a criteri medi e valori presuntivi, come le medie di ricarico del settore economico, dalle quali l’impresa verificata si è ingiustificatamente discostata (per i professionisti si potranno utilizzare i valori medi delle tariffe dell’Ordine di appartenenza).

A quel punto, spetterà al contribuente fornire la prova contraria, e cioè dimostrare che quei maggiori ricavi ed i relativi redditi non si sono realizzati e, dunque, il dato riportato nelle fatture è veritiero. Poiché il ragionamento del Fisco si basa su presunzioni, l’imprenditore, o il professionista, accertato potrà esporre risultanze di diverso segno e tali da comprovare che il prezzo di vendita indicato in fattura non è stato falsamente ridotto; ad esempio, perché ha praticato una politica commerciale di ampi sconti alla clientela in un determinato periodo, per incrementare il giro di affari.

Per ulteriori informazioni leggi l’articolo “Accertamento induttivo: come difendersi” e consulta l’ampia rassegna di sentenze in “Accertamento fiscale e presunzione di evasione: Cassazione“.


note

[1] Art. 4 D.Lgs. n.74/2000, come modificato dal D.L. 26.10.2019, n.124 convertito in Legge n. 157 del 19.12.2019.

[2] Art. 39, co. 1, lett. d) D.P.R. n. 600/1973.

[3] Cass. ord. n. 13085 del 14.05.2021.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube