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La bit tax sulle imprese: la tassazione entra nel mondo internet

3 Marzo 2015 | Autore:
La bit tax sulle imprese: la tassazione entra nel mondo internet

Parrebbe allo studio dei tecnici del Ministero delle Finanze una nuova forma di imposizione sulla economia digitale, per poter collegare ed adeguare al sistema fiscale anche il mondo del web.

In effetti ce lo potevamo aspettare, anche se con importanti differenze rispetto agli studi dell’Autorità fiscale americana, che sta introducendo una tassa sui bitcoin, cioè sulle transazioni che avvengono in internet e che servono a scambiare moneta virtuale (i bitcoins), utilizzata per acquistare servizi o programmi in rete, in cambio di valuta reale (i dollari).

Sicuramente l’economia digitale comporta lo spostamento di flussi enormi di scambio di prodotti e di servizi, che conducono alla creazione di flussi finanziari e reddituali che, a loro volta, fanno gola alle amministrazioni fiscali di ogni Stato.

Tuttavia, mentre negli altri Paesi ci si concentra sulla tassazione delle grandi multinazionali che offrono prodotti o servizi e di coloro che di questi ultimi usufruiscono, in Italia sembra che le misure in corso di approfondimento graveranno esclusivamente sulle imprese.

Dunque lo studio riguarda l’introduzione della cosiddetta bit tax, cioè una imposta che colpirà la quantità di dati scaricati e trasmessi via internet dai soggetti che usano il web per lo svolgimento della propria attività di impresa.

Al momento sembra che la bit tax colpirà le trasmissioni digitali di informazioni e verrà calcolata in misura proporzionale alla quantità dei dati scambiati in rete, applicando aliquote differenti, probabilmente in base al fatturato dell’impresa che li utilizza.

La proposta in realtà era stata già avanzata oltre oceano parecchio tempo fa, negli anni ’90, e negli USA. In Italia pare l’idea è stata ripresa dalla Commissione che si occupa del testo della delega fiscale, con l’intenzione di ampliare la platea degli utenti, cambiando il presupposto soggettivo (le imprese invece che le grandi multinazionali del web ed i privati) ed introducendo l’imposta sulla quantità dei dati digitali scambiati in rete invece che sulle transazioni in moneta virtuale o reale.

Effettivamente, sotto il profilo della scienza delle finanze, la motivazione non fa una piega: infatti la bit tax è un’imposta che sarà facile da calcolare e da riscuotere perché si tasserebbero le quantità di dati scambiate come comunicate dagli operatori del traffico digitale e, dunque, con una specie di contatore elettronico sempre aggiornato e verificabile in qualsiasi momento.

Il concetto è quello di cominciare a tassare la ricchezza prodotta ogni anno dalla rete internet, in modo da non far sfuggire alle sempre affamate casse erariali il beneficio economico derivante dalla economia digitale: economia che permette agli utenti di realizzare transazioni finanziarie e commerciali e di scambiare prodotti e servizi, sinora esclusi da tassazione sullo spostamento dei flussi di reddito che ne derivano.

L’Italia, secondo i dati Eurostat, è in fondo alla classifica dei Paesi europei per l’accesso alla rete: infatti il 34% della popolazione non usa internet e solo il 21% degli utenti usa il digitale per accedere ai servizi pubblici (con buona pace dei progetti del governo per portare la PA nelle casi di tutti).

Invece il nostro Paese è in testa alle classifiche europee per il numero di imprese operative (3,9 milioni circa, contro i 2,5 della Francia ed i 2,1 della Germania).

Emerge così chiaramente per quale motivo si sta pensando di tassare ancora una volta le imprese italiane, il 95% delle quali è rappresentato da micro-imprese, che, ancora una volta, pagheranno lo scotto maggiore della introduzione della nuova tassazione.


note

Autore immagine: 123rf com


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