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Dare dell’omosessuale: cosa si rischia?

18 Maggio 2021
Dare dell’omosessuale: cosa si rischia?

È reato di diffamazione rivelare l’orientamento sessuale di una persona?

Cosa si rischia a dare dell’omosessuale a una persona se lo si fa in pubblico, ad esempio attraverso un post su un social network? Rivelare l’orientamento sessuale altrui, attribuendo la qualità di gay – o, in senso dispregiativo, di “frocio” – può essere considerato reato? Di tanto si è occupata, proprio di recente, la Cassazione [1]. 

Nella sentenza in commento, la Corte sembra spiegare quando dare dell’omosessuale a qualcuno è reato e quando invece non lo è. In gioco, vi è un’incriminazione per diffamazione che, come noto, comporta la pena della reclusione fino a un anno o la multa fino a 1.032 euro. 

Per comprendere però il pensiero dei giudici sarà bene fare un passo indietro e osservare attentamente quali sono stati i precedenti della stessa Corte.

Quando dare dell’omosessuale a qualcuno non è reato

L’orientamento tradizionale della giurisprudenza è quello di ritenere che dare dell’omosessuale a qualcuno non possa essere considerato reato. Questo perché, se è vero che l’essere gay è una condizione normale, non suscettibile di discriminazioni, è anche vero che tale qualità non può essere considerata offensiva al pari dell’essere eterosessuale. 

Secondo la Cassazione, dunque [2], la sola attribuzione della qualità di omosessuale – e sottolineiamo la parola “sola” – non ha di per sé un carattere lesivo della reputazione, tenendo conto dell’evoluzione della percezione sociale e dell’evoluzione dei costumi. Questa parola – ha già ripetuto diverse volte la Cassazione – non ha pertanto carattere denigratorio ed è oggi nell’uso corrente; essa attiene alle preferenze sessuali dell’individuo, assumendo un carattere neutro anche nel caso in cui sia rivolta a una persona eterosessuale.

Quindi, dire semplicemente di una persona che è un gay, un omosessuale, non può essere considerato reato. Tale parola, nel linguaggio comune, ha perso qualsiasi carattere lesivo, sicché il suo intrinseco significato non può costituire un insulto.

Il fatto stesso di rivelare l’orientamento sessuale altrui non può neanche considerarsi un’illecita rivelazione dei dati sensibili altrui, non essendo qualcosa da tenere per forza nascosto.

Quando dare dell’omosessuale a qualcuno è reato

La Cassazione ha specificato più volte che, per valutare l’eventuale sussistenza del reato di diffamazione è sempre necessario valutare il contesto in cui è stato utilizzato il termine in questione e, dunque, le finalità del soggetto agente. Sicché, in questa clausola, sembrerebbero aprirsi scenari in cui dare del gay a una persona potrebbe essere considerato reato. E difatti, con la più recente sentenza, la Suprema Corte ha condannato un uomo che aveva chiamato un altro “frocio schifoso”. 

Qui, è chiaro che il contesto e lo stesso tenore delle parole assume una valenza completamente diversa. Non si tratta solo di attribuire un diverso orientamento sessuale a una persona – condotta che, come abbiamo visto, non integra reato – ma di volerne ledere esplicitamente l’onore e la reputazione andando ben oltre l’attribuzione dell’omosessualità. 

Quindi, dire frocio resta ancora reato, quello di diffamazione (se proferito in assenza della vittima o con un post o un commento su un social network). Tale espressione costituisce una chiara lesione dell’identità personale, un avvilimento dell’altrui personalità: così infatti è ancora percepita dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana, come dimostrato dalle liti furibonde innescate – in ogni dove – dall’attribuzione di tali qualità e dal fatto che, nella prassi, molti ricorrono proprio a tale termine per recare offesa a una persona. 

In più, se tale messaggio diffamatorio viene pubblicato sulla bacheca di Facebook o comunque su Internet ricorre un’ipotesi di diffamazione aggravata, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone. 


note

[1] Cass. sent. n. 19359/21.

[2] Cass. sent. n. 50659 del 29.11.2016.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 25 marzo – 17 maggio 2021, n. 19359

Presidente Catena – Relatore Settembre

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, che aveva condannato B.E. per diffamazione in danno di R.M. . L’imputato, transessuale esercente la prostituzione, aveva, comunicando con più persone attraverso Facebook, sostenuto la presunta omosessualità del R. , nonché di aver intrattenuto con un lui un rapporto sessuale; inoltre, lo aveva apostrofato come “frocio” e “schifoso”.

2. Contro la sentenza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato con tre motivi.

2.1. Col primo lamenta la violazione degli artt. 8 c.p.p. e segg. per il fatto che il giudizio si è celebrato a Milano, ritenuto luogo di domicilio dell’imputato, sebbene quest’ultimo non abbia mai dichiarato di essere domiciliato nel capoluogo lombardo. Secondo il ricorrente, siccome il reato è stato commesso con l’ausilio di Internet, riconducibile ad un provider italiano, la competenza sarebbe stata dell’Autorità giudiziaria di Roma.

2.2. Col secondo contesta il carattere diffamatorio delle espressioni indirizzate a R. , che avrebbero perso, per “l’evoluzione” della coscienza sociale, il carattere dispregiativo ad esse attribuito dal giudicante. Con lo stesso motivo contesta che la comunicazione a mezzo Internet integri l’aggravante di cui all’art. 595 c.p., comma 3, atteso che la messaggistica di Facebook sarebbe riconducibile alla sfera privata.

2.3. Col terzo motivo si duole della mancata assunzione di una prova decisiva, rappresentata dall’audizione del conduttore della trasmissione “(OMISSIS) “, sebbene fosse stata acquisita a dibattimento la registrazione radiofonica del 30 giugno 2016 effettuata dall’emittente suddetta.

2.4. Col quarto motivo si duole del fatto che la Corte di merito abbia considerato diffamatoria l’ulteriore espressione a lui attribuita: “se un uomo sta con un altro uomo a letto cosa è? In gergo è un frocio. Mi Sbaglio?”.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.

1. In base alla consolidata giurisprudenza di questa Corte – ostentatamente ignorata dal ricorrente – la competenza per territorio per il reato di diffamazione, commesso mediante la diffusione di notizie lesive dell’altrui reputazione allocate in un sito della rete “Internet”, va determinata in forza del criterio del luogo di domicilio dell’imputato, in applicazione della regola suppletiva stabilita dall’art. 9 c.p.p., comma 2, (cass., n. 16307 del 15/3/2011). Immune da censure, pertanto, è la decisione del giudicante, che ha tenuto conto, per valutare la competenza, del domicilio dell’imputato, che vive stabilmente a Milano e ivi esercita la propria attività.

2. Destituita di ogni fondamento è l’affermazione, contenuta in ricorso, che le espressioni imputate a B.E. abbiano perso il carattere dispregiativo ad esse attribuito dal giudicante, per una presunta “evoluzione” della coscienza sociale (motivi 2 e 4). Le suddette espressioni costituiscono invece, oltre che chiara lesione dell’identità personale, veicolo di avvilimento dell’altrui personalità e tali sono percepite dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana, come dimostrato dalle liti furibonde innescate – in ogni dove – dall’attribuzione delle qualità sottese alle espressioni di cui si discute e dal fatto che, nella prassi, molti ricorrono – per recare offesa alla persona – proprio ai termini utilizzati dall’imputato.

3. La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone, anche se non può dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico (cass., n. 4873 del 14/11/2016). Correttamente, pertanto, è stata ritenuta integrata, nella specie, l’ipotesi aggravata di cui all’art. 595 c.p., comma 3, trattandosi di comunicazione avvenuta con un social di ampia diffusione.

4. L’acquisizione della registrazione della trasmissione radiofonica di “XXXXXXX” non aveva bisogno del consenso della difesa dell’imputato. Si tratta di prova ai sensi dell’art. 234 c.p.p. che può essere acquisita senza consenso e può essere liberamente apprezzata dal giudicante, come è in effetti avvenuto. Peraltro, il ricorrente non deduce nemmeno di essersi opposto, a suo tempo, all’acquisizione della prova suddetta e non deduce nemmeno la difformità della registrazione acquisita rispetto alla trasmissione originaria, sicché non è dato apprezzare la rilevanza della questione. Quanto alla rinnovazione dell’istruttoria, finalizzata a esaminare il conduttore della trasmissione televisiva, trattasi, anche in questo caso, di deduzione manifestamente infondata, dal momento che l’imputato non ha mai contestato il proferimento delle frasi a lui attribuite, essendosi sempre limitato, nel merito, a dedurre la liceità del suo operato. Logicamente e correttamente, pertanto, i giudici hanno ritenuto irrilevante l’allargamento della piattaforma probatoria.

5. Alla declaratoria di inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento a favore della Cassa delle Ammende della somma di Euro tremila, commisurata all’effettivo grado di colpa dello stresso ricorrente nella determinazione della causa di inammissibilità

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000 a favore della Cassa delle ammende.

 


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