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Rubare oggetti privi di valore è reato?

19 Maggio 2021 | Autore:
Rubare oggetti privi di valore è reato?

Beni di scarso pregio: è reato sottrarli al proprietario? Il furto di cose dal valore simbolico è punibile? Cos’è la particolare tenuità?

Il furto è il reato per eccellenza, quello che probabilmente è stato commesso sin dalla notte dei tempi, sin da quando si è avuta una primordiale idea di proprietà. Quasi sempre, il furto è commesso per arricchirsi a danno di altri; in altre parole, si ruba per incrementare il proprio patrimonio o, comunque, per ottenere un indebito vantaggio a discapito del legittimo titolare. Il furto può anche riguardare beni diversi dal denaro o da oggetti di particolare pregio: si pensi al taccheggio nei supermercati o nei negozi di abbigliamento. Cosa succede, però, nel caso di furto di beni di poco conto, quasi inutili? Rubare oggetti privi di valore è reato?

Ha risposto a questa domanda una recente sentenza della Corte di Cassazione la quale, affrontando un caso che riguardava il furto di uno striscione da stadio ai danni della tifoseria avversaria, ha ricordato quali principi si debbano seguire nel determinare la punibilità di una condotta che, astrattamente, rientra in quella di furto (o di rapina) ma che, per il valore irrisorio del bene sottratto, sembrerebbe non costituire affatto reato. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo se è reato rubare oggetti privi di valore.

Furto: in cosa consiste?

Secondo il Codice penale [1], il furto consiste nell’impossessarsi di un bene altrui, sottraendolo a chi lo detiene legittimamente, al fine di trarne un profitto.

La condotta punibile del furto può dunque idealmente essere suddivisa in due momenti: la sottrazione e il conseguente impossessamento dell’oggetto.

Se mancasse il primo elemento perché il soggetto ne avesse già la detenzione, allora non si integrerebbe il reato di furto bensì quello di appropriazione indebita, che è il delitto che commette chi non vuole rendere una cosa altrui.

È reato rubare oggetti senza valore?

Impossessarsi di un bene altrui è reato solamente se questo oggetto ha un valore economico, seppur minimo.

Secondo la giurisprudenza [2], il delitto di furto, in quanto reato contro il patrimonio, postula pur sempre un’apprezzabile, anche se irrisoria, diminuzione patrimoniale ai danni della vittima.

Secondo i giudici, il fatto che una condotta sia astrattamente riconducibile a una fattispecie penale potrebbe non bastare a integrare il reato se, in concreto, il comportamento non è idoneo a mettere in pericolo il bene giuridico protetto dalla norma (nel caso del furto, il patrimonio).

Cosicché, perché si realizzi il reato è necessario non solo che la condotta dell’agente sia conforme al comportamento previsto dalla norma penale, ma deve necessariamente realizzarsi anche l’effettiva lesione del bene protetto.

Nel caso in cui il fatto non sia capace di offendere il bene tutelato dalla norma, esso dovrà considerarsi solo in apparenza conforme al tipo di reato; in realtà, tale conformità manca.

Bisogna dunque distinguere tra un’antigiuridicità formale (l’apparente lesione della norma) e un’antigiuridicità sostanziale che, a differenza della prima, dà rilievo all’effettiva lesione dei beni giuridici protetti.

Di conseguenza, chi ruba un chiodo arrugginito, un sasso o anche solo un centesimo, non potrà essere accusato di furto perché l’oggetto di cui si impossessa è sostanzialmente privo di valore e, dunque, non può dirsi che vi è stato un danno patrimoniale per la vittima né un ingiusto profitto per l’autore della condotta.

Furto: conta il valore simbolico del bene rubato?

Quanto appena detto nel precedente paragrafo è stato parzialmente confermato da una recente sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato un uomo che, insieme ad altre persone, ha avvicinato alcuni tifosi avversari, li ha aggrediti e, alla fine, gli ha strappato di mano uno striscione. Secondo la Suprema Corte, infatti, Il valore dell’oggetto è sì economico ma anche simbolico [3].

Per la Corte di Cassazione, sottrarre con forza lo striscione esposto dalla tifoseria avversaria vale una condanna per rapina. Il profitto ingiusto ottenuto è identificabile, secondo i giudici, non solo nel valore economico dello striscione ma anche in quello simbolico legato alla contrapposizione tra supporters di squadre differenti.

A nulla è valsa la difesa dell’imputato, secondo il quale lo striscione oggetto della condotta non aveva alcun valore economico e, pertanto, nessun profitto era stato ricavato dalla sua sottrazione, che era avvenuta solamente per rivalità tra tifoserie.

Per la Corte di Cassazione, però, ciò che conta è che «lo striscione, oggetto di discussione prima e colluttazione poi, è suscettibile di valutazione economica, trattandosi di bene frutto di materiale acquistato e oggetto di normale compravendita anche al di fuori degli stadi, con la conseguenza che la sua sottrazione può essere valutata in termini di danno ingiusto».

Peraltro, la Suprema Corte ha ricordato il principio secondo cui «il concetto di profitto va inteso in senso ampio, così da comprendervi non solo il vantaggio di natura puramente economica, ma anche quello di natura non patrimoniale, realizzabile con l’impossessamento della cosa mobile altrui commesso con coscienza e volontà in danno della persona offesa».

Insomma: può costituire furto (o rapina) anche l’impossessamento di un bene che, sebbene di per sé privo di valore economico, abbia tuttavia una particolare valenza simbolica per la persona offesa.

Si pensi, ad esempio, all’illecita sottrazione di un oggetto di famiglia che, sebbene del tutto privo di valore economico, rappresenti per la vittima un ricordo dei suoi avi e, pertanto, abbia per lui un valore inestimabile.

Furto di beni di scarso valore: quando non è punibile?

A proposito del furto di una melanzana, la Corte di Cassazione ha in passato stabilito che, pur trattandosi di reato, il ladro può evitare la condanna grazie all’istituto dell’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto [4].

In pratica, anche quando il furto di un bene senza valore è reato, è possibile evitare la pena se il fatto è talmente lieve da non meritare una sanzione.

Secondo il Codice penale [5], nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

In parole semplici, la legge rinuncia a punire colui che, pur avendo commesso un reato, dall’esame dei fatti emerge chiaramente che trattasi di crimine di poco conto che non ha cagionato importanti danni ad altre persone e che risulta essere il frutto di una condotta meramente occasionale dell’autore.

Per legge, l’offesa non può però essere ritenuta di particolare tenuità quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o ha adoperato sevizie o, ancora, ha profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all’età della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato o da essa sono derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona.

L’offesa non può altresì essere ritenuta di particolare tenuità quando si procede per delitti, puniti con una pena superiore nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione, commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive.

Il comportamento è abituale (e dunque non può procedersi ad applicare l’esclusione della punibilità per particolare tenuità) nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.

In sintesi: il furto di lieve entità, pur costituendo reato, può non essere punito se il giudice ritiene che il fatto sia particolarmente tenue.


note

[1] Art. 624 cod. pen.

[2] App. Trento, sent. n. 563 del 12 dicembre 2003.

[3] Cass., sent. n. 18977 del 14 maggio 2021.

[4] Cass. sent. n. 12823/18.

[5] Art. 131-bis cod. pen.

Autore immagine: canva.com/

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 15 gennaio – 14 maggio 2021, n. 18977
Presidente Diotallevi – Relatore Tutinelli

Ritenuto in fatto

1. Con il provvedimento impugnato, la Corte di appello di Firenze ha confermato la dichiarazione di penale responsabilità dell’odierno ricorrente già pronunciata con sentenza 18/12/2013 dal Tribunale di Firenze in relazione a fattispecie di rapina e altro;
2. Propone ricorso per cassazione l’imputato articolando i seguenti motivi.
2.1. Manifesta illogicità della motivazione in relazione ai capi a) e b) dell’imputazione;
Il ricorrente ritiene che la motivazione della denunciata Sentenza si collochi alle soglie della mera apparenza e non avrebbe valutato le questioni specificamente devoluti dall’appellante.
La prima questione devoluta e non valutata riguarderebbe il profilo afferente la possibilità di un errore circa la certa individuazione al momento dei fatti dell’odierno ricorrente e del coimputato da parte degli operatori di P.G. anche in ragione delle incertezze dei due testi sul numero degli aggressori.
Secondo profilo specificamente devoluto e che – secondo il ricorrente risulterebbe fatto oggetto di totale pretermissione nell’ambito della denunciata sentenza è quello afferente la qualificazione giuridica della fattispecie concreta alla stregua degli artt. 56 e 635 c.p., (danneggiamento tentato).
Più in generale, la motivazione del provvedimento impugnato risulterebbe assolutamente illogica e incerta in presenza di non rilevate incongruenze tra le dichiarazioni dell’operante di PG e delle persone offese sul numero degli aggressori.
Vi sarebbero plurimi passaggi meramente congetturali in particolare in ordine al riconoscimento del ricorrente come aggressore “sulla scorta della sola premessa secondo la quale lo stesso si sarebbe avvicinato alle persone offese per richiedere che venisse abbassato lo striscione oggetto dell’imputazione. A rendere congetturale tale asserto sarebbe, a detta del ricorrente, la pluralità di soggetti presenti.
2.2. violazione dell’art. 628 c.p., con riferimento alla sussistenza dell’elemento materiale del reato.
Secondo il ricorrente lo striscione oggetto della condotta non rivestirebbe alcun valore economico e quindi mancherebbe sia l’ingiusto profitto che l’altrui danno.
2.3. Violazione dell’art. 56 c.p., con riferimento al requisito della univocità degli atti.
Secondo il ricorrente, i passaggi motivazionali (…) ove viene fatto riferimento alla circostanza per cui “il gesto di strappare lo stendardo ai tifosi avversari avrebbe, nella simbologia violenta delle tifoserie più aggressive, il significato di “stanare”, cioè sopraffare l’avversario”, consentirebbe di comprendere come gli atti posti in essere, avuto riguardo al contesto interpersonale (quello delle tifoserie e del particolare significato delle condotte reciprocamente poste in essere), non fossero dotati dell’attitudine di rendere manifesto in maniera univoca che il proposito criminoso fosse quello dell’impossessamento dello striscione.
2.4. Violazione degli artt. 56 e 628 c.p. e vizio di motivazione con riferimento alla sussistenza dell’elemento soggettivo in difetto della effettiva prova della volontà di impossessamento come contestata nel precedente motivo.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.
1.1. Le deduzioni operate dal ricorrente non individuano un effettivo vizio motivazionale, posto che la valutazione realizzata in sede di merito non omette alcuno dei dati informativi rilevanti, nè risulta formulata in modo contraddittorio o parcellizzante dovendosi ritenere correttamente valorizzati una serie di elementi contenuti nel fascicolo processuale e segnatamente:
– la presenza di una pluralità di dichiarazioni convergenti che confermavano la ricostruzione per cui più persone – con fare minaccioso – avevano avvicinato le persone offese intimando di non esporre lo striscione della propria squadra e – di fronte a un rifiuto avevano poi ingaggiato una colluttazione per impossessarsene (dichiarazioni F.G. e M. , CO. );
– la presenza di plurime dichiarazioni (F.G. e M. ) che riconoscevano con certezza il C. tra gli aggressori;
– il fatto che costituiva particolare trascurabile la questione se il ricorrente indossasse o meno un cappellino verde;
– il fatto che il bene oggetto di discussione prima e colluttazione poi (per quanto si trattasse di uno striscione) fosse suscettibile di valutazione economica (trattandosi di bene frutto di materiale acquistato e oggetto di normale compravendita anche al di fuori degli stadi) con la conseguenza che la sottrazione dello stesso potesse essere valutato in termini di danno ingiusto;
– il fatto che tale sottrazione fosse valutata dall’agente in termini di utilità non patrimoniale (peraltro emergente dalla stessa formulazione del ricorso).
Tali elementi risultano essere legittimamente valutati alla luce del principio di diritto per cui il concetto di profitto va inteso in senso ampio, così da comprendervi non solo il vantaggio di natura puramente economica, ma anche quello di natura non patrimoniale, realizzabile con l’impossessamento della cosa mobile altrui commesso con coscienza e volontà in danno della persona offesa (Sez. 4 -, Sentenza n. 13842 del 26/11/2019 Rv. 278865 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 15680 del 22/03/2016 Rv. 266516 – 01).
1.2. Deve quindi darsi atto del fatto che l’iter argomentativo del provvedimento impugnato appare esente da vizi, fondandosi esso su di una compiuta analisi critica degli elementi in atti e sulla loro coordinazione in un organico quadro interpretativo; di conseguenza, appare dotata di adeguata plausibilità logica e giuridica l’attribuzione a detti elementi del requisito della univocità, in quanto conducenti all’affermazione della sussistenza della gravità indiziaria in ragione di una valutazione globale e completa in ordine a tutti gli elementi rilevanti del giudizio, scevra da errori nell’applicazione delle regole della logica e nella articolazione del giudizio in quanto condotta sulla base di una corretta attribuzione di significato dimostrativo agli elementi valorizzati nell’ambito del percorso seguito tenendo conto l’assenza di incompatibilità di detto significato con specifici atti del procedimento indicati ed allegati in sede di ricorso.
1.3. Del resto, nemmeno è possibile ritenere insussistente il requisito della gravità degli indizi di colpevolezza sulla base di una inammissibile valutazione separata ed atomistica dei vari dati probatori, dovendosi invece verificare se gli stessi, coordinati ed apprezzati globalmente secondo logica comune, assumano la valenza richiesta dall’art. 192 c.p.p., atteso che essi, in considerazione della loro natura, sono idonei a dimostrare il fatto se coordinati organicamente (Sez. 2, Sent. n. 9269 del 05/12/2012, dep. 27/02/2013, Rv. 254871).
2. Alle suesposte considerazioni consegue il rigetto del ricorso e, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle parti civili, F.M. e F.G. , da liquidarsi in complessivi Euro 2900,00 oltre CPA ed I.V.A..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle parti civili F.M. e F.G. che liquida in complessivi Euro 2900,00 oltre CPA ed I.V.A..


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