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Assegno di mantenimento: conta la durata del matrimonio?

20 Maggio 2021 | Autore:
Assegno di mantenimento: conta la durata del matrimonio?

Come va quantificato l’importo da versare all’ex coniuge? La lunghezza della convivenza trascorsa insieme influisce o non va considerata?

Ci sono matrimoni che durano pochi mesi e altri che si prolungano per decenni: è un dato di fatto che alcuni rapporti di coppia sono più resistenti mentre diverse coppie naufragano a breve distanza dalle nozze, di fronte alle prime difficoltà della convivenza. Ma se ci si separa e si divorzia, da giovani o da anziani, per la determinazione dell’importo dell’assegno di mantenimento conta la durata del matrimonio? In caso positivo, un legame di lungo periodo potrebbe “valere” molto di più rispetto ad una convivenza molto breve. 

Il giudice, quando stabilisce la somma, tiene conto di numerosi fattori. Bisogna capire se anche la durata del matrimonio rientra tra questi parametri e dunque se in concreto essa incide oppure no nel calcolo della somma da versare all’ex coniuge. Ma occorre innanzitutto distinguere i criteri di determinazione dell’assegno riconosciuto dopo la separazione da quelli dell’assegno divorzile: sono molto diversi e, perciò, il ragionamento da fare non è lo stesso. 

Per la maggior parte dei giudici, ai fini dell’assegno di mantenimento, conta la durata del matrimonio, che viene considerata non in modo matematico bensì insieme ad altri parametri, come l’età e le capacità lavorative. In ogni caso, la valutazione non può prescindere dall’esame delle condizioni economiche delle parti, cioè di entrambi i coniugi. 

Assegno di mantenimento: quando spetta? 

L’assegno di mantenimento viene fissato d’intesa tra i coniugi – o più spesso dal giudice, in caso di disaccordo – al momento della separazione coniugale. Ha la funzione di conservare all’ex coniuge il medesimo tenore di vita di cui godeva in costanza di matrimonio. Il riconoscimento dell’assegno non è automatico, ma dipende dall’accertata difficoltà economica del coniuge più debole a mantenersi da sé dopo la separazione. Il suo presupposto è quindi l’esistenza di un divario delle rispettive condizioni patrimoniali e reddituali del marito e della moglie, che l’assegno di mantenimento va, almeno parzialmente, a colmare.

Quando viene pronunciato il divorzio, i criteri cambiano. Il tenore di vita non conta più, quando il legame tra i coniugi è cessato definitivamente. Perciò, l’assegno divorzile ha una funzione diversa: è essenzialmente una misura di sostegno economico e di assistenza verso l’ex coniuge che non dispone di entrate proprie sufficienti a mantenersi e non è in grado di procurarsele lavorando, per l’età avanzata (si considera tale quella oltre i 45-50 anni) o altre condizioni che impediscono di trovare un’occupazione, come le cattive condizioni di salute o le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro.

Assegno di mantenimento: come si determina?

L’importo dell’assegno di mantenimento (che potrebbe essere stabilito con un versamento unico, ma solitamente ha periodicità mensile) viene calcolato in base a diversi fattori che riguardano la situazione concreta della coppia: le rispettive età, le capacità lavorative, la disponibilità della casa coniugale (che ha un valore economico quando viene assegnata ad uno dei due coniugi per abitarvi con i figli minori), l’entità delle spese da sostenere ed anche la durata del matrimonio.

Nella determinazione dell’assegno divorzile, siccome non occorre più garantire lo stesso tenore di vita che si aveva durante il matrimonio, il criterio principale è quello dell’autosufficienza economica: verrà riconosciuta una somma adeguata a soddisfare in modo decoroso le esigenze di vita alle quali l’ex coniuge economicamente debole non sarebbe in grado di provvedere autonomamente. Ma anche qui la durata del matrimonio influisce quando i coniugi hanno fornito un apporto economico alla vita di coppia nel corso del tempo.

Assegno di mantenimento: la durata del matrimonio influisce?

Come abbiamo visto, la durata del matrimonio incide, sia pur indirettamente, sull’ammontare dell’assegno.

In una recente pronuncia, la Corte di Cassazione [1] ha affermato che il giudice deve quantificare l’entità dell’assegno divorzile tenendo conto della durata del matrimonio, perché essa rientra tra i parametri fissati dalla stessa Suprema Corte in una famosa sentenza emessa a Sezioni Unite [2], che aveva riconosciuto la funzione assistenziale, compensativa e perequativa dell’assegno.

Nel riconoscere l’assegno di mantenimento, il tribunale dovrà sempre valutare l’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge e l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ma dovrà considerare anche il contributo economico fornito da colui, o colei, che richiede l’assegno al menàge familiare durante il matrimonio e alla formazione del patrimonio comune.

Ecco quindi perché la durata del matrimonio ha la sua rilevanza: quanto più essa si è protratta, tanto più sarà stato possibile realizzare quel progressivo apporto economico di ciascun coniuge che nel corso del tempo ha incrementato il patrimonio della coppia raggiungendo il risultato finale, quello che viene considerato dal giudice, insieme agli altri fattori, per determinare la cifra dell’assegno.

In una precedente pronuncia [3], la Cassazione aveva chiarito che la breve durata del matrimonio non esclude il diritto alla percezione dell’assegno di mantenimento ma può ridurne l’ammontare, tranne che nei casi di «eccezionale brevità» per un periodo di tempo troppo corto a creare il legame di comunione tra i coniugi che è alla base del vincolo matrimoniale. Quindi, solo un matrimonio durato poche settimane o qualche mese rischia di far perdere il diritto a percepire l’assegno di mantenimento o divorzile. Leggi anche “Mantenimento: quanto incide il precedente tenore di vita?“.


note

[1] Cass. ord. n. 13458 del 18.05.2021.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[3] Cass. ord. n. 16405 del 19.06.2019.


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