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Atti osceni in pubblico: spetta il risarcimento danni?

20 Maggio 2021 | Autore:
Atti osceni in pubblico: spetta il risarcimento danni?

Chi assiste all’episodio o alla scena ha diritto ad essere risarcito per il turbamento che ha riportato?

Se camminando per strada ti capita di assistere ad un episodio sgradevole, come un uomo che ti esibisce i suoi organi genitali e si masturba in tua presenza, probabilmente avrai una sensazione di disagio e potresti riportare un turbamento psichico che permane e si ripercuote a distanza di tempo. Per gli atti osceni in pubblico spetta il risarcimento danni? 

Il reato di atti osceni in luogo pubblico è stato costruito per proteggere la collettività e non l’individuo: la norma tutela il comune sentimento del pudore. Oltretutto, esso è stato recentemente depenalizzato, tranne quando viene compiuto in presenza di minori. Questo però non vuol dire che i danneggiati rimangano senza tutela. La condotta rimane sempre illecita e questo consente di ottenere un ristoro economico per i danni morali riportati in conseguenza della vicenda. 

La Corte di Cassazione, in una nuova sentenza [1], ha stabilito che per gli atti osceni in luogo pubblico al danneggiato spetta il risarcimento, se si costituisce parte civile nel processo a carico del responsabile del reato.

Il reato di atti osceni in luogo pubblico 

Il reato di atti osceni in luogo pubblico era previsto fino a pochi anni fa dal Codice penale [2] ma nel 2016 è stato depenalizzato, tranne nel caso in cui venga commesso contro minori, e precisamente «all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati» da bambini o ragazzi con meno di 18 anni di età, come le scuole.  

Negli altri casi, la condotta è punita con una sanzione amministrativa da 5.000 a 30.000 euro. Se il fatto avviene per colpa, e non intenzionalmente, la sanzione è ridotta e va da un minimo di 51 euro ad un massimo di 309 euro.

Atti osceni in pubblico: quando sono reato? 

La legge penale [3] considera «atti osceni» quelli che «secondo il comune sentimento, offendono il pudore». La nozione del comune sentimento del pudore è variabile nel corso del tempo e delle epoche storiche. Molti atti sessuali che in passato offendevano la morale sociale, come un bacio in pubblico o un’esibizione di una donna a seno nudo, oggi non sono considerati più tali.

L’oscenità deve suscitare una sensazione di repulsione, o di disgusto, nella maggior parte dei cittadini. Così la sfera sessuale rimane ancora circondata da un alone di riservatezza, che deve preservare determinate condotte dalla possibilità della loro visione pubblica.

Inoltre, per realizzare la condotta illecita occorre che gli atti osceni vengano compiuti «in luogo pubblico» o comunque «aperto o esposto al pubblico» e non in luoghi chiusi: sono luoghi pubblici quelli accessibili a tutti indistintamente, come le piazze cittadine, mentre sono aperti al pubblico quei locali dove si può entrare rispettando determinate condizioni, come un bar o ristorante pagando il prezzo della consumazione, o un cinema e un teatro acquistando il biglietto d’ingresso.

Abbiamo visto che il reato di atti osceni in luogo pubblico è ancora vigente quando riguarda i minorenni e c’è il pericolo che essi possano assistervi. Se questa possibilità sussiste – non è necessario che si verifichi realmente – la pena prevista è la reclusione con un minimo di quattro mesi ed un massimo di quattro anni e sei mesi.

Atti osceni in pubblico: il danneggiato può essere risarcito?

La sentenza della Suprema Corte cui abbiamo accennato all’inizio [1] ha riconosciuto al danneggiato il diritto al risarcimento dei danni morali subiti in conseguenza del reato di atti osceni in luogo pubblico.

La condizione essenziale è che la sofferenza riportata, cioè il patema d’animo derivante dalla visione della scena, sia dimostrata e risulti riconducibile all’azione di colui che ha commesso il reato. Inoltre, è necessaria la costituzione di parte civile nel processo penale [4]: con questo atto il danneggiato chiederà formalmente il risarcimento dei danni nei confronti di colui che sarà riconosciuto dal giudice come responsabile e condannato.

La questione portata all’attenzione dei giudici di piazza Cavour riguardava proprio la possibilità di costituirsi parte civile in un processo per atti osceni in luogo pubblico: la Corte, nella sentenza che puoi leggere per esteso al termine di questo articolo, ha stabilito che, al di là del fatto che il reato può essere commesso solo verso minorenni, l’offesa del pudore mantiene penalmente rilevante la fattispecie quando il soggetto passivo del reato, cioè la vittima, è un minore ma gli altri danneggiati sono persone adulte.

Perciò, anche i maggiorenni sono legittimati ad inserirsi nel processo penale e a costituirsi parte civile al fine di ottenere il risarcimento dei danni morali provocati dall’illecito costituente reato. Nei casi in cui la condotta sia punita solo in via amministrativa il risarcimento è ammesso trattandosi comunque di un «fatto illecito» [5] ma in tal caso non vi sarà un processo penale a carico dell’autore e il danneggiato dovrà proporre autonomamente un’azione in sede giudiziaria civile (leggi “Fare causa per danni morali“).


note

[1] Cass. sent. n. 18936 del 14.05.2021.

[2] Art. 527 Cod. pen.

[3] Art. 529 Cod. pen.

[4] Art. 76 Cod. proc. pen.

[5] Art. 2043 Cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 17 marzo – 14 maggio 2021, n. 18936
Presidente Ramacci – Relatore Di Stasi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 14.09.2020 pronunciata ex art. 444 c.p.p., il Tribunale di Venezia ha applicato all’attuale ricorrente la pena da questi richiesta per i reati di cui all’art. 572 c.p., comma 2 e art. 635 c.p., comma 2, n. 1 e art. 61 c.p., n. 2.
2. Avverso la sentenza, l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del difensore di fiducia, chiedendone l’annullamento ed articolando due motivi.
Con il primo motivo deduce erronea ammissione della costituzione di parte civile in relazione al reato di atti osceni delle due persone maggiorenni, quali persone danneggiate dal reato, e conseguente illegittima liquidazione delle spese di assistenza in favore delle medesime.
Argomenta che l’offesa del pudore che mantiene penalmente rilevante un atto osceno in luogo pubblico è unicamente quella riferibile al sentimento comune dei minori; pertanto, non sarebbero legittimate alla costituzione di parte civile le due persone maggiorenni, difettando il danno risarcibile quale conseguenza diretta ed immediata dal fatto illecito.
Con il secondo motivo deduce erronea configurazione del reato di atti osceni e correlato difetto di motivazione, chiedendo l’annullamento ex art. 129 c.p.p., difettando la prova che il luogo ove si era svolto il fatto era abitualmente frequentato da minori.
3. Con requisitoria scritta del 21.02.2021, il P.G. presso questa Suprema Corte ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso perché proposto con motivi non proponibili avverso la sentenza di patteggiamento.
Il difensore delle parti civili ha trasmesso in data 01.03.2021 memoria ex art. 611 c.p.p. nella quale ha chiesto il rigetto del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile.
Va premesso che, secondo l’orientamento condiviso dal Collegio, è ammissibile il ricorso per cassazione avverso la statuizione di condanna alla refusione delle spese di parte civile, trattandosi di questione sottratta all’accordo delle parti, rispetto alla quale non operano le limitazioni all’impugnabilità previste dall’art. 448 c.p.p., comma 2-bis, (Sez. 4 – n. 3756 del 12/12/2019, dep. 29/01/2020, Rv. 278286 – 02; Sez. 3, n. 3176 del 10/10/2019, dep. 27/01/2020, Rv. 278023 – 01; Sez. 5, n. 29394 del 10/05/2019, Rv. 276900 – 01; Sez. 6, n. 28013 del 21/03/2019, Rv. 276225 – 01).
Ciò posto, va osservato che costituisce ius receptum che legittimato a costituirsi parte civile al fine di ottenere il risarcimento del danno morale subito in conseguenza del reato non è solo colui che è soggetto passivo del reato (il titolare dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice) ma anche il danneggiato, cioè, colui che abbia riportato un danno eziologicamente riferibile all’azione od omissione del soggetto attivo del reato (Sez.2, n. 4380 del 13/01/2015,Rv.262371 – 01; Sez.1, n. 46084 del 21/10/2014,Rv.261482 – 01;Cfr Sez.2,n. 4816 del 15/01/2010, Rv.246280 – 01; Sez.1,n. 4060 del 08/11/2007,dep.25/01/2008, Rv.239189 – 01).
Il Tribunale, facendo buon governo del suesposto principio, ha correttamente ammesso la costituzione sia della persona offesa che delle persone danneggiate dal reato, risultando, quindi, la censura proposta del tutto destituita di fondamento.
2. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile.
Ai sensi dell’art. 448 c.p.p., comma 2-bis, introdotto dalla L. n. 103 del 2017, in vigore dal 3 agosto 2017, il ricorso avverso la sentenza di patteggiamento è proponibile solo per motivi attinenti all’espressione della volontà dell’imputato, al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, all’erronea qualificazione giuridica del fatto e all’illegalità della pena o della misura di sicurezza.
Tra questi non figura la censura mossa dal ricorrente, che attiene, invece, alla verifica della motivazione in relazione alla sussistenza delle condizioni per una pronuncia ex art. 129 c.p.p., comma 2.
È stato, infatti, osservato che il giudice nel pronunciare sentenza di patteggiamento resta sempre tenuto ad accertare l’insussistenza delle cause di proscioglimento ai sensi dell’art. 129 c.p.p., ma l’eventuale vizio di motivazione non è più censurabile con il ricorso per cassazione, nel chiaro intento del legislatore della novella di evitare ogni scrutinio della motivazione sulla colpevolezza valorizzando, per converso, il consenso prestato dall’imputato, rispetto al quale si apprezza come superfluo e contraddittorio un motivo di impugnazione sullo svolgimento dei fatti (così testualmente, tra le altre, Sez. 6, n. 3819 del 19/12/2018, dep. 2019, Boutamara; nello stesso senso, tra le molte, Sez. 6, n. 6136 del 19/12/2018, dep. 2019, Xhemalaj; Sez. 4, n. 24514 del 09/05/2018, Murati, Sez. 2, n. 4727 del 11/01/2018, Oboroceanu, Rv. 272014).
3. Consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
4. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 c.p.p., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.
5. Non può accogliersi la richiesta di liquidazione delle spese richieste dal difensore delle parti civili, non avendo la relativa memoria difensiva fornito un contributo utile alla decisione (cfr. Sez. 7, n. 44280 del 13/09/2016, Rv. 268139) Rv. 265974 – 01), che è stata fondata sul diverso rilievo di inammissibilità dei motivi, conformemente alle deduzioni già svolte dal P.G. nelle sue richieste scritte.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.


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