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Caduta del figlio in parco divertimenti: chi paga?

20 Maggio 2021 | Autore:
Caduta del figlio in parco divertimenti: chi paga?

Fino a dove arriva la responsabilità del titolare della struttura e quando può essere chiamato in causa per disattenzione il genitore?

Porti il figlio al parco giochi, approfittando della bella giornata e, ad un certo punto, mentre stavi leggendo il giornale seduto su una panchina, lo senti prima gridare e poi piangere a dirotto: è caduto da uno degli attrezzi del parco ed ha riportato qualche lesione. Prima ti accerti che non sia nulla di grave, poi dai un’occhiata all’attrezzo da cui è precipitato e capisci che non è fissato bene a terra, non è messo in sicurezza. La prima cosa che pensi è chiederne conto al proprietario del parco, che in questo caso è il Comune, per un’eventuale richiesta di risarcimento. Ma forse potresti trovare qualche sorpresa: e se qualcuno chiedesse conto anche a te, per avere lasciato il bambino giocare da solo senza badare a lui? Per la caduta del figlio in un parco divertimenti, chi paga?

Non vale dare sempre e solo la colpa agli altri quanto il proprio figlio si trova al parco giochi, in una piscina pubblica o privata, in un parco divertimenti, cade e si fa male. Il proprietario della struttura avrà le sue responsabilità, come ha stabilito di recente la Cassazione. Ma sempre secondo il parere della Suprema Corte, la responsabilità ce l’ha anche il genitore: non deve perdere di vista quello che sta facendo il bambino e deve evitare ogni rischio per lui. Vediamo, allora, chi paga per la caduta del figlio in un parco divertimenti.

Caduta del figlio al parco: quando risponde il proprietario

Il proprietario di un parco divertimenti risponde delle lesioni riportate per la caduta di un bambino nella sua struttura quando il ragazzino si fa male nonostante abbia fatto un uso corretto delle attrezzature messe a disposizione del pubblico. In questo caso, è tenuto al risarcimento del danno. Così ha stabilito la Cassazione [1].

Il caso di cui si è occupata la Suprema Corte serve come esempio per capire la responsabilità del proprietario in caso di incidente nella sua struttura. Si tratta della caduta di una bambina che stava saltando su un tappeto elastico in un agriturismo. Durante il gioco, la piccola è caduta sbattendo con il braccio contro un tubo privo di protezione contro gli urti. Qualche giorno dopo, la madre ha deciso di citare in giudizio la società che gestisce l’agriturismo chiedendo il risarcimento del danno.

In un caso come questo, i giudici non hanno alcun dubbio sulla responsabilità del proprietario della struttura. Il bambino che fa un uso corretto degli attrezzi da gioco e si fa male per la mancata manutenzione degli stessi, non può essere ritenuto colpevole dell’incidente. Come non possono essere chiamati in causa i genitori, proprio perché – fa notare la Cassazione – «la bambina stava facendo un uso adeguato del gioco» ed avevano anche rispettato la regola secondo cui sul tappeto ci deve salire un bambino per volta.

Caduta del figlio al parco: quando rispondono i genitori

Non sempre la colpa è degli altri, si diceva all’inizio. Ci sono degli episodi che avvengono non solo per la mancata manutenzione di un attrezzo da gioco o per un’insidia non segnalata al parco ma anche per la disattenzione del genitore.

La mamma o il papà possono essere chiamati in causa, ad esempio, per la caduta del figlio al parco divertimenti a causa di una loro distrazione. È il caso, per esempio, di chi si porta due o tre bambini al parco acquatico e, non avendo sei occhi, il padre perde di vista uno di loro che, utilizzando uno degli attrezzi in modo improprio, cade e si fa male.

Che cosa ha stabilito la Cassazione in questo caso? La Suprema Corte non esonera la struttura dalla responsabilità del fatto e la chiama a riconoscere il risarcimento per lesioni personali colpose. Ma tira in ballo anche il genitore, la cui disattenzione fa sì che il bambino rischi di farsi male giocando come non dovrebbe.

Nel caso specifico della vicenda affrontata dalla Cassazione, gli Ermellini ritengono responsabile il padre che entra in una struttura accompagnando tre figli bisognosi di controllo e che, pertanto, è impossibilitato a seguire i movimenti di tutti e tre «in una struttura solo parzialmente custodita e potenzialmente fonte di pericolo». Proprio il fatto di decidere di andarci con più minori – conclude l’ordinanza che riportiamo in basso – «non può essere un elemento che sgrava il genitore di ogni responsabilità, anzi, al contrario, conferma la sua colpevolezza».


note

[1] Cass. sent. n. 8873/2021 del 31.02.2021.

[2] Cass. ord. n. 13503/2021 del 18.05.2021.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 2 marzo – 18 maggio 2021, n. 13503

Presidente Amendola – Relatore Cirillo

Fatti di causa

  1. F.A. , in qualità di esercente la potestà sulla figlia minore F.E. , convenne in giudizio P.L. , davanti al Tribunale di Asti, chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni patiti dalla figlia minore a seguito di una caduta avvenuta in uno scivolo d’acqua all’interno del complesso sportivo gestito dal convenuto, cui aveva fatto seguito la rottura degli incisivi superiori.

A sostegno della domanda espose, tra l’altro, che il convenuto era stato condannato per il delitto di cui all’art. 590 c.p., in relazione all’episodio per cui è causa, con sentenza definitiva cui si era accompagnata la condanna al pagamento di una provvisionale di Euro 8.000.

Si costituì in giudizio il convenuto, chiedendo il rigetto della domanda; a suo dire, infatti, il sinistro era da ricondurre alla condotta impropria della bambina, la quale era caduta mentre stava risalendo in senso contrario lo scivolo sito nella piscina, ed alla disattenzione del padre.

Il Tribunale accolse in parte la domanda e, riconosciuta la responsabilità del convenuto e del padre della bambina in pari misura, condannò il convenuto al pagamento della somma di Euro 8.000, peraltro già riconosciuta in sede di giudizio penale a titolo di provvisionale, con compensazione delle spese di lite.

  1. La pronuncia è stata appellata in via principale da F.E. , nel frattempo divenuta maggiorenne, e in via incidentale da P.L. e la Corte d’appello di Torino, con sentenza del 7 novembre 2018, in parziale accoglimento di entrambi gli appelli, ha accertato che il danno patito dalla F. era da liquidare nella misura di Euro 4.269,30, somma superata da quella già corrisposta dal P. a titolo di provvisionale, ha rigettato ogni ulteriore domanda risarcitoria ed ha compensato integralmente tra le parti le spese del giudizio di appello.

Ribadita la pari responsabilità delle parti nell’incidente in questione, la Corte territoriale ha rilevato che la F. non aveva fornito alcuna prova dell’effettiva esistenza di un danno patrimoniale, posto che le spese indicate dalla c.t. di parte non erano supportate da alcuna documentazione, per cui quel danno non doveva essere risarcito. Era invece da accogliere la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, posto che la vittima aveva dimostrato che in conseguenza del sinistro aveva patito l’avulsione di uno degli incisivi superiori e la parziale frattura coronale dell’altro incisivo; danno questo, tale da comportare un’invalidità permanente nella misura del 3 per cento.

  1. Contro la sentenza della Corte d’appello di Torino ricorre F.E. con atto affidato a due motivi.

P.L. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di Consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c., e non sono state depositate memorie.

Ragioni della decisione

  1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto, in riferimento agli artt. 115 e 132 c.p.c. ed all’art. 118 disp. att. c.p.c..

Sostiene la ricorrente che la sentenza sarebbe errata sia nella parte in cui ha ridotto la percentuale di invalidità permanente dal 4 per cento riconosciuta dal c.t. di parte al 3 per cento, sia in quella in cui ha del tutto rigettato la domanda di risarcimento del danno patrimoniale. A tal proposito, la censura rileva che il danno ai denti richiederà la sostituzione periodica delle protesi, le cui ricevute non potevano essere prodotte in anticipo, e che i documenti contabili attestanti le spese erano nella disponibilità della madre della ricorrente, deceduta, per cui la parte era stata nell’impossibilità di produrli.

1.1. Il motivo, quando non inammissibile, non è comunque fondato. Osserva il Collegio che la censura relativa alla riduzione della percentuale di invalidità permanente ai fini del danno non patrimoniale si risolve in una sollecitazione indebita al riesame del merito. Il ricorso sostiene, infatti, che la Corte d’appello avrebbe dovuto seguire le indicazioni del c.t. di parte, senza considerare che la sentenza impugnata ha affrontato la questione e, dopo aver evidenziato la lacunosità della documentazione prodotta, ha ritenuto superflua la richiesta di una c.t.u. ed ha ridotto la percentuale di invalidità dal 4 al 3 per cento in considerazione del fatto che tale invalidità tende, col trascorrere del tempo, ad assestarsi in riduzione. Ragionamento che è convincente tanto più in quanto si fa riferimento ad un danno limitato a due denti, dei quali uno danneggiato in parte.

Quanto, poi, al rigetto della domanda volta al risarcimento del danno patrimoniale, nessuna violazione delle norme invocate è ravvisabile nella sentenza, la quale si è limitata a constatare, con un accertamento di merito non sindacabile in questa sede, che la F. aveva prodotto una documentazione frammentaria, lacunosa e tale da non fornire alcun riscontro degli esborsi sopportati; particolare che, sia pure indirettamente, lo stesso ricorso conferma là dove osserva che i documenti contabili relativi ai trattamenti odontoiatrici subiti erano in possesso della madre della ricorrente, separata dal marito e poi deceduta.

  1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto, in riferimento all’art. 1341 c.c. ed all’art. 115 c.p.c..

Sostiene la ricorrente che suo padre era entrato nel centro sportivo accompagnando contemporaneamente tre figli, per cui era nell’impossibilità di seguire i movimenti di tutti. Sarebbe errata, perciò, la decisione anche nella parte in cui ha riconosciuto a suo carico l’esistenza di una concorrente responsabilità; ogni eventuale clausola limitativa di tale responsabilità, ove anche prevista, avrebbe dovuto essere approvata per iscritto ai sensi dell’art. 1341 c.c. citato.

2.1. Il motivo non è fondato.

Osserva la Corte che la sentenza impugnata ha accertato che il padre della F. non era presente al momento del fatto, che la piscina dov’è avvenuta la caduta non era del tutto priva di custodia ed ha osservato che, ove tale custodia fosse mancata del tutto, la responsabilità del genitore avrebbe dovuto essere valutata con maggior rigore. Tali argomenti sono condivisibili, perché il fatto di accompagnare contemporaneamente tre figli minori, tutti bisognosi di controllo, in una struttura solo parzialmente custodita e potenzialmente fonte di pericolo non può essere un elemento che sgrava il genitore di ogni responsabilità; anzi, al contrario, conferma la sussistenza di una sua colpevolezza.

Evidentemente infondata, se non addirittura inammissibile per probabile novità, è la censura avente ad oggetto l’art. 1341 c.c.; nel caso di specie, infatti, non si tratta di una clausola di esonero della responsabilità che il gestore della struttura acquatica avrebbe predisposto a suo favore, ma, al contrario, di un accertamento ben motivato in ordine alla sussistenza di un concorso di colpa, in pari misura, del gestore e del padre dell’odierna ricorrente.

  1. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

Non occorre provvedere sulle spese, atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato.

Sussistono, tuttavia, le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.


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2 Commenti

  1. Un genitore che accompagna un bambino al parco giochi deve sempre considerare i rischi ed i possibili pericoli a cui può andare incontro il bambino. Ho letto e sentito spesso parlare di bimbi caduti dal cavallo a dondolo e sbattuti con la faccia a terra riportando lesioni più o meno gravi. Di piccoli che sono caduti dall’altalena e si sono sfregiati mano e ginocchia. Di altri che si sono ribaltati dopo essere scesi dalle giostre, Insomma, bisogna avere mille occhi puntati sui bambini e non fare pubbliche relazioni con gli altri genitori dimenticandosi del proprio figlio

  2. Sapete quante volte mi è capitato di vedere altri genitori mentre stavano al telefono seduti sulla panchina oppure a fumare la sigaretta senza preoccuparsi di nulla? E magari il piccolo cercava attenzioni e si metteva anche in pericolo. Per fortuna che poi non è successo nulla, ma in alcuni casi sarebbe potuto accadere il peggio nell’indifferenza dei genitori

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