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Lo sai che? Studi di settore: accertamento valido solo per scostamenti elevati

Lo sai che? Pubblicato il 13 aprile 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 aprile 2014

Lo scostamento dagli standard da solo non è sufficiente per accertare l’evasione: necessario il contraddittorio con l’amministrazione e verificare la presenza di scostamenti elevati; inoltre, il fisco è tenuto a utilizzare tutte le prove raccolte dai verificatori in sede di controllo e ispezione.

Un minimo scostamento dagli studi di settore non legittima l’accertamento fiscale nei confronti del contribuente.

Perché, infatti, si possa procedere ad accertare il maggior reddito del contribuente, il fisco deve attivare, con quest’ultimo, un necessario contraddittorio. A seguito di tale ineliminabile passaggio, inoltre,  devono risultate presunzioni di “colpevolezza” gravi, precise e concordanti.

Ma ciò, ancora, non è sufficiente. È, infatti, altresì necessario che lo scostamento del contribuente, rispetto al reddito dichiarato, sia particolarmente elevato, tanto da mostrare un’evidente incongruenza.

È con tale motivazione che una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale Puglia, sezione staccata di Lecce [1], ha spezzato una lancia in favore di quei contribuenti che presentano minimi scostamenti dagli studi di settore, scostamenti che, in questo periodo, risultano ancora più probabili proprio per via del calo del fatturato dovuto alla congiuntura economica. Facile è, quindi – nonostante i correttivi al ribasso annunciati dal Governo – cadere in divergenze rispetto agli “standard” fiscali.

Per quanto gli studi di settore – afferma la citata sentenza – siano il frutto di rigorosi studi economici e culturali e soprattutto elaborati con la fondamentale collaborazione delle categorie produttive, sono comunque insufficienti, da soli, a sorreggere un avviso di accertamento: essi, infatti, vanno corroborati con altri elementi convergenti acquisiti dall’amministrazione finanziaria, come, per esempio, la documentazione bancaria del contribuente relativa all’annualità accertata.

In altre parole, l’Agenzia delle Entrate è sempre tenuta a valutare ogni documentazione acquisita.

Dunque, ribadiscono i giudici, per legittimare un’azione di accertamento da parte del Fisco, gli studi di settore devono rivelare una grave incongruenza rispetto ai dati dichiarati dal contribuente: solo in questo modo si può spostare su quest’ultimo l’onere della cosiddetta “prova contraria” ossia la necessità di dimostrare di essere “congruo”.

La Commissione non fa che applicare la legge [2] che, appunto, prevede che gli accertamenti analitico-induttivi possono essere fondati anche sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli indicati dagli studi di settore.

Ma cosa si intende per “gravi incongruenze”?

Per gravi incongruenze si intendono quei dati contabili e quei risultati di bilancio contrari ai canoni della ragionevolezza e di una sana gestione aziendale.

Non possono essere tali certamente quelle differenze contabili che – come nel caso che ha dato origine alla sentenza in commento – comportano uno scostamento di diverse decine di migliaia di euro (in cifre assolute), ma che, in termini percentuali, implicano uno scostamento solamente del 2,2%.

Che dicono gli altri giudici?

La pronuncia della CTR Puglia è certamente importante, ma fortunatamente non isolata. Chiunque, infatti, sia oggetto di accertamento per scostamenti di piccolo importo potrà far riferimento, nel proprio ricorso al giudice tributario, a numerose altre sentenze della Cassazione a Sezioni Unite [3], sentenze che hanno messo i paletti all’uso indiscriminato degli studi di settore, stabilendo quando il loro utilizzo sia corretto o meno.

Cosa sono gli studi di settore?

Gli studi di settore sono una serie di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza nasce solo in seguito al contraddittorio col contribuente da attivare obbligatoriamente.

In questa sede il contribuente deve riuscire a giustificare la propria posizione e la ragione dello scostamento, senza limitazione di mezzi e contenuto.

L’ufficio, dal canto suo, nelle motivazioni dell’avviso di accertamento, non solo deve dare dimostrazione della concreta applicabilità al caso concreto dello “standard” prescelto, ma deve anche chiarire le ragioni per le quali ritiene non condivisibili le contestazioni sollevate dal contribuente.

In altri termini è necessaria una personalizzazione dei risultati dello studio di settore da attuarsi attraverso il contraddittorio (obbligatorio) con il contribuente.

Pertanto, perché l’uso degli studi possa considerarsi legittimo sono necessarie due condizioni:

 

1) la personalizzazione dei risultati attraverso il preventivo contraddittorio con il contribuente i cui esiti vanno poi trasfusi nella motivazione dell’atto impositivo;

 

2) la necessità di appurare una grave incongruenza, ossia un risultato fuori dalla logica imprenditoriale.

note

[1] CTR Puglia, sez. Lecce, sent. n. 739/23/14.

[2] Art. 62 sexies del D.L. n. 331 del 1993, nel suo combinato disposto con l’articolo 39, comma 1, lettera d), del Dpr 600/1973.

[3] Cass. S.U. sentt. n. 26635, 26636, 26637 e 26638 del 2009; cfr. anche Cass. sent. n. 10778/2011; Cass. sent. n. 19710/2013.

Autore immagine: 123rf.com


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