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Ex socio accomandatario: risponde dei debiti della Sas?

5 Giugno 2021
Ex socio accomandatario: risponde dei debiti della Sas?

Fino al 2017, ero socio accomandatario di una Sas che ha contratto vari debiti, di cui uno azionato con decreto ingiuntivo. I creditori possono agire anche contro di me senza un decreto ingiuntivo nei miei confronti?  Oppure doveva fare prima, anche a me, un decreto ingiuntivo? Rischio il fallimento in proprio?

Il lettore, in qualità di ex socio accomandatario, risponde illimitatamente e in via solidale dei debiti contratti dalla società fino al momento in cui faceva parte della compagine sociale, fermo restando l’obbligo dei creditori di escutere preventivamente il patrimonio della società, e, solo in ipotesi di incapienza, aggredire il patrimonio personale del socio.

Trattandosi di responsabilità solidale, non è necessario che il creditore si procuri un titolo giudiziale anche nei confronti dei singoli soci, essendo sufficiente che il titolo sia emesso nei confronti della Sas. Ciò significa che, tanto nelle ipotesi delle sentenze di condanna, quanto in quelle di decreto ingiuntivo, il titolo giudiziale estende automaticamente i propri effetti anche nei confronti dei soci accomandatari illimitatamente responsabili, restando fermo, ovviamente, il loro diritto di impugnazione e di opposizione.

Nel caso descritto, il decreto ingiuntivo ottenuto dal creditore nei confronti della Sas, produce i propri effetti anche nei confronti del lettore, nei limiti dell’importo maturato fino alla data in cui era socio.

Secondo quanto prescritto dall’art. 2290 del Codice civile, nei casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio, questi o i suoi eredi sono responsabili verso i terzi per le obbligazioni sociali fino al giorno in cui si verifica lo scioglimento.

Affinché la cessione della quota sociale sia opponibile ai creditori occorre che ne sia data pubblicità mediante iscrizione nel registro delle imprese: «Lo scioglimento deve essere portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei; in mancanza non è opponibile ai terzi che lo hanno senza colpa ignorato» (art. 2290, c. 2, c.c.).

In ogni caso, affinché il creditore possa procedere esecutivamente nei confronti dell’ex socio, è necessario che prima abbia tentato, invano, di soddisfarsi sul patrimonio della società. Solo in caso di mancata o incompleta soddisfazione del credito, egli potrà agire contro il socio. In ogni caso, dovrà essere preventivamente notificato l’atto di precetto fondato sul decreto ingiuntivo.

In sintesi, con riferimento alle azioni esecutive potenzialmente discendenti dal decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, il lettore potrebbe rispondere con il suo patrimonio personale, solo previa escussione del patrimonio della società, e comunque nei limiti delle somme maturate sino alla data in cui la cessione della sua quota è stata iscritta nel registro delle imprese e, dunque, è divenuta opponibile ai terzi (creditori compresi).

Non esiste, infatti, alcuna disposizione che liberi il socio accomandatario receduto, per il solo fatto che il titolo esecutivo sia venuto ad esistere dopo il recesso. L’unico limite è quello sopra citato secondo cui la responsabilità dell’ex socio sussiste solo per le obbligazioni sociali sorte fino al giorno in cui si verifica lo scioglimento.

Diversamente, con riferimento al fallimento, esiste una disposizione specifica a tutela dell’ex socio illimitatamente responsabile. In particolare, l’art. 47 L.F., dopo aver statuito che la sentenza di fallimento estende automaticamente i propri effetti anche ai soci illimitatamente responsabili, prevede un’eccezione: «Il fallimento dei soci di cui al comma primo non può essere dichiarato decorso un anno dallo scioglimento del rapporto sociale o dalla cessazione della responsabilità illimitata anche in caso di trasformazione, fusione o scissione, se sono state osservate le formalità per rendere noti ai terzi i fatti indicati».

Dunque, nel caso del lettore, in cui è decorso oltre un anno dalla cessione della quota, l’eventuale fallimento della società non potrà mai produrre effetto automatico anche nei suoi confronti (ma solo nei confronti del cessionario), a condizione che la cessione della quota sia stata adeguatamente resa nota ai terzi e, cioè, iscritta nel registro delle imprese.

Secondo la Cassazione, lo scioglimento del singolo rapporto sociale per alienazione della partecipazione del socio, di cui non sia stata data adeguata pubblicità ai sensi dell’art. 2290, comma 2, c.c., mediante iscrizione nel registro delle imprese, è inopponibile ai terzi, producendo i suoi effetti solo in ambito societario, né preclude l’estensione del fallimento al socio stesso, ex art. 147 l.fall., malgrado l’essere avvenuta la vendita della quota oltre un anno prima della sentenza dichiarativa di fallimento, atteso che il rapporto societario, per quanto concerne i terzi, a quel momento deve considerarsi ancora in essere.

L’adempimento pubblicitario rappresenta, dunque, l’elemento essenziale per escludere l’estensione del fallimento della società al socio receduto da oltre un anno.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Maria Monteleone



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