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Annullamento dimissioni: Cassazione

21 Maggio 2021
Annullamento dimissioni: Cassazione

Decorrenza, conseguenze e risarcimento a seguito dell’annullamento delle dimissioni per vizio della volontà. 

L’annullamento delle dimissioni dà diritto alle retribuzioni solo dalla data della sentenza

Nell’ipotesi di annullamento delle dimissioni presentate da un lavoratore, le retribuzioni spettano dalla data della sentenza che dichiara l’illegittimità delle dimissioni, in quanto il principio secondo cui l’annullamento di un negozio giuridico ha efficacia retroattiva non comporta anche il diritto del lavoratore alle retribuzioni maturate dalla data delle dimissioni a quella della riammissione al lavoro, le quali, salvo espressa previsione di legge, non sono dovute in mancanza della prestazione lavorativa.

Cassazione civile sez. VI, 08/05/2019, n.12195

Annullamento delle dimissioni presentate dal lavoratore in stato d’incapacità naturale: decorrenza 

In caso di annullamento, ex art. 428 c.c., delle dimissioni presentate dal lavoratore in stato di incapacità naturale, le conseguenze risarcitorie decorrono dalla data della domanda giudiziaria, secondo il principio generale per cui la durata del processo non deve andare a detrimento della parte vincitrice.

Cassazione civile sez. lav., 13/02/2019, n.4232

Ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive

Ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall’art. 428 c.c.), costituente causa di annullamento del negozio, non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere.

Peraltro, laddove si controverta della sussistenza di una simile situazione in riferimento alle dimissioni del lavoratore subordinato, il relativo accertamento deve essere particolarmente rigoroso, in quanto le dimissioni comportano la rinuncia al posto di lavoro — bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost. — sicché occorre accertare che da parte del lavoratore sia stata manifestata in modo univoco l’incondizionata e genuina volontà di porre fine al rapporto stesso.

Cassazione civile sez. lav., 21/11/2018, n.30126

Dimissioni per stress lavorativo

Le dimissioni date dal dipendente pubblico in un momento di forte stress lavorativo e di insoddisfazione sono annullabili. Lo stato di temporanea alterazione dell’equilibrio psichico in cui versa il lavoratore, infatti, è condizione sufficiente per l’annullamento dell’atto delle dimissioni, senza che a tal fine sia necessaria l’esistenza di un conclamato stato di incapacità di intendere e volere. Ad affermarlo è la Cassazione in relazione alla vicenda di un lavoratore dimessosi per via del contesto ambientale connotato da forte stress e insoddisfazione e tornato sulla sua decisione per via del disagio susseguente per la sua famiglia.

Per la Corte, ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e volere come causa di annullamento delle dimissioni, non occorre una totale privazione delle capacità intellettive e volitive, bensì basta un grave turbamento psichico tale da impedire il formarsi di una volontà cosciente.

Cassazione civile sez. lav., 21/11/2018, n.30126

Annullamento delle dimissioni presentate da un lavoratore subordinato e diritto alle retribuzioni precedenti

Nell’ipotesi di annullamento delle dimissioni presentate da un lavoratore subordinato (nella specie, perché in stato di incapacità naturale), le retribuzioni spettano dalla data della sentenza che dichiara l’illegittimità delle dimissioni, in quanto il principio secondo cui l’annullamento di un negozio giuridico ha efficacia retroattiva non comporta anche il diritto del lavoratore alle retribuzioni maturate dalla data delle dimissioni a quella della riammissione al lavoro, che, stante la natura sinallagmatica del rapporto di lavoro, non sono dovute in mancanza della prestazione, salvo espressa previsione di legge.

Nell’ipotesi di annullamento delle dimissioni presentate da un lavoratore subordinato (nella specie, perché in stato di incapacità naturale) le retribuzioni spettano dalla data della sentenza che dichiara l’illegittimità delle dimissioni, in quanto il principio secondo cui l’annullamento di un negozio giuridico ha efficacia retroattiva non comporta anche il diritto del lavoratore alle retribuzioni maturate dalla data delle dimissioni a quella della riammissione al lavoro, che, salvo espressa previsione di legge, non sono dovute in mancanza della prestazione lavorativa.

Cassazione civile sez. lav., 06/09/2018, n.21701

Incapacità naturale del dipendente e dimissioni volontarie: limiti di applicazione

Perché l’incapacità naturale del dipendente possa rilevare come causa di annullamento delle sue dimissioni, non è necessario che si abbia la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente che tali facoltà risultino diminuite in modo tale da impedire od ostacolare una seria valutazione dell’atto e la formazione di una volontà cosciente, facendo quindi venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’atto che sta per compiere; la valutazione in ordine alla gravità della diminuzione di tali capacità è riservata al giudice di merito e non è censurabile in cassazione se adeguatamente motivata (confermata la legittimità delle dimissioni presentate dalla dipendente, atteso che non erano state allegate né dimostrate situazioni abnormi, tali da determinare un parziale annullamento della capacità di intendere e di volere della lavoratrice al momento della sottoscrizione dell’atto).

Cassazione civile sez. lav., 28/11/2016, n.24122

Annullabilità delle dimissioni per incapacità naturale: accertamento giudiziale e CTU

Ai fini dell’annullamento delle dimissioni per incapacità naturale, benché occorra la prova che l’incapacità sussista al momento del compimento dell’atto, non può comunque prescindersi – specie ove si tratti di una patologia psichiatrica grave – dal complessivo quadro psichico dell’agente, precedente e successivo all’atto stesso, al fine di verificare l’incidenza causale tra l’alterazione mentale del lavoratore e le ragioni soggettive che lo hanno spinto alle dimissioni.

Pertanto, deve ritenersi insufficiente la motivazione della sentenza in cui il giudice di merito ha respinto la domanda di annullamento delle dimissioni limitandosi a ritenere non provata l’incapacità naturale al momento dell’atto, pur avendo rilevato nel lavoratore una patologia psichiatrica grave, circostanza quest’ultima che rendeva necessaria l’ammissione della richiesta c.t.u. al fine di verificare se le dimissioni fossero state rese in un momento di alterata percezione della situazione di fatto e delle conseguenze dell’atto che poneva in essere.

Cassazione civile sez. lav., 21/01/2016, n.1070

Ai fini dell’annullamento delle dimissioni per incapacità naturale, occorre accertare il nesso causale tra l’alterazione mentale e le ragioni soggettive

L’annullamento delle dimissioni del lavoratore, perché presentate in stato di incapacità naturale, presuppone non solo la sussistenza di un quadro psichico connotato da aspetti patologici ma anche l’incidenza causale tra l’alterazione mentale e le ragioni soggettive che hanno spinto il lavoratore al recesso.

(Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza di appello che non aveva ammesso la consulenza tecnica di ufficio richiesta dal dipendente di una ASL, non valutando adeguatamente un certificato medico, di poco precedente le dimissioni, rilasciato da altra ASL, dal quale risultava che il dimissionario era affetto da patologia psicotica con marcata disabilità neurologica e relazionale).

Cassazione civile sez. lav., 21/01/2016, n.1070



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