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Clausola di durata minima garantita: cos’è?

28 Agosto 2021
Clausola di durata minima garantita: cos’è?

Il datore di lavoro e il lavoratore possono decidere di inserire un patto di stabilità nel rapporto di lavoro.

Stai cercando un lavoro come direttore commerciale. Hai ricevuto una proposta di assunzione nella quale, però, è prevista anche una clausola di stabilità del rapporto di lavoro in base alla quale ti impegni a non dimetterti per i primi tre anni a partire dalla data di assunzione. Vuoi sapere come funziona un simile accordo e cosa rischi se non lo rispetti.

Assumere un dipendente significa, in molti casi, sostenere dei costi di formazione iniziali. Per questo, molte aziende inseriscono nella lettera di assunzione una clausola di durata minima garantita: cos’è?

Si tratta di un accordo con cui le parti si impegnano a non recedere dal rapporto di lavoro per un certo periodo di tempo minimo concordato. Tale accordo è pienamente efficace e vincolante e, se viene violato, l’altra parte ha diritto ad ottenere il risarcimento del danno. Ma entriamo nel merito della questione.

Clausola di durata minima garantita: cos’è?

Leggendo i contratti di lavoro capita spesso di imbattersi in un patto di stabilità o in una clausola di durata minima garantita. Si tratta di clausole del contratto o accordi approvati separatamente con cui il datore di lavoro e il lavoratore si impegnano a non esercitare il recesso dal rapporto di lavoro per un determinato periodo di tempo. Tali patti, in sostanza, servono a dare alla relazione di lavoro una certa stabilità nel tempo.

Il patto di stabilità obbedisce, generalmente, a tre funzioni fondamentali:

  1. garantire all’azienda di non perdere l’investimento formativo effettuato sul dipendente;
  2. assicurare al datore di lavoro una certa fidelizzazione nel tempo del personale;
  3. garantire al lavoratore di non essere licenziato per un certo periodo.

Clausola di durata minima garantita: come funziona?

Il patto di stabilità del rapporto di lavoro può impegnare una sola parte o entrambe. Nel primo caso, è solo uno dei due soggetti che si vincola a non recedere dal rapporto di lavoro; nel secondo caso, invece, entrambe le parti limitano il proprio potere di recesso.

Secondo la giurisprudenza, la clausola di durata minima garantita con cui il lavoratore si impegna a non dimettersi per un dato periodo di tempo deve essere remunerata con un’apposita somma di denaro che compensa il dipendente per il vincolo assunto.

Resta inteso che l’obbligo non può durare troppo a lungo né, tantomeno, può essere a tempo indeterminato. Nel nostro ordinamento, infatti, la regola generale è la libertà di recesso dal contratto che non può essere compressa per un tempo eccessivo.

Patto di stabilità: quale corrispettivo?

Come abbiamo detto, il vincolo di non dimettersi assunto dal dipendente deve essere remunerato. Ma in che modo? Secondo la Cassazione [1], il compenso per tale clausola non può essere compreso nello stipendio pattuito dalle parti se la retribuzione concordata è pari al minimo contrattuale previsto dal Ccnl.

Il compenso per la clausola di durata minima può, dunque, consistere in:

  • reciprocità dell’impegno di stabilità;
  • diversa prestazione a carico del datore di lavoro, come, ad esempio, una maggiorazione dello stipendio oppure un’obbligazione non monetaria, a condizione che si tratti di un compenso non simbolico e proporzionato al sacrificio assunto dal dipendente.

Violazione del patto di stabilità: quali conseguenze?

La clausola di durata minima del rapporto di lavoro determina un vincolo contrattuale tra le parti. Ne consegue che la parte che esercita il recesso durante il periodo minimo garantito è responsabile di inadempimento contrattuale e può essere chiamata a risarcire il danno subito all’altra parte.

Se il patto di stabilità viene violato dal datore di lavoro è abbastanza agevole calcolare il danno subito dal lavoratore che è pari alle retribuzioni che egli avrebbe percepito sino alla fine del periodo di stabilità.

Viceversa, quando la clausola viene violata dal lavoratore è più difficile per l’imprenditore dimostrare qual è il danno subito. Per questo, spesso, nel patto di stabilità viene inserita una penale con cui si stabilisce in modo forfettario quale sarà l’importo che la parte inadempiente deve versare all’altra parte. In assenza di una simile clausola, il datore di lavoro dovrà offrire la prova del danno subito, ad es. a causa dell’investimento formativo perso oppure per il costo del reclutamento di una nuova risorsa.


note

[1] Cass. n. 14457 del 9.06.2017.


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