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Indennità sostitutiva di preavviso: prescrizione

23 Maggio 2021 | Autore:
Indennità sostitutiva di preavviso: prescrizione

In caso di cessazione del rapporto di lavoro, qual è il termine prescrizionale delle somme che compensano il recesso immediato? 

Se hai deciso di cambiare lavoro perché hai trovato una nuova opportunità che non vuoi lasciarti sfuggire e decidi di dare le dimissioni immediate, non rispetterai il periodo di preavviso previsto dal contratto. Lo stesso avviene, a parti ribaltate, se è il tuo datore di lavoro che decide di licenziarti all’improvviso. In entrambi i casi, è previsto un compenso economico in favore della parte che subisce il recesso: si chiama indennità sostitutiva di preavviso. La prescrizione di queste somme è più breve di quella ordinaria; ciò significa che c’è meno tempo per far valere il proprio diritto.

Una delle principali ragioni della prescrizione è quella di non rendere eccessivamente onerosa alle parti la prova delle proprie ragioni. Dopo molto tempo, i documenti possono essere distrutti e i testimoni del rapporto di lavoro potrebbero venire a mancare o aver dimenticato l’accaduto. Per questo motivo, esistono anche le prescrizioni più brevi di quella, ordinaria, di durata decennale.

La prescrizione dell’indennità sostitutiva di preavviso rientra in questi casi. Il discorso che ti proporremo interessa particolarmente i lavoratori, in quanto i datori normalmente trattengono l’importo dell’indennità sostitutiva dall’ultima busta paga, in modo da essere subito economicamente soddisfatti. I dipendenti, invece, devono intraprendere un percorso più lungo per recuperare le spettanze dovute, anche per via giudiziaria. Per questo, la legge prevede anche l’interruzione della prescrizione.

Indennità sostitutiva di preavviso: cos’è? 

L’indennità sostitutiva di preavviso è la somma di denaro corrispondente alla retribuzione che il lavoratore avrebbe avuto diritto a percepire durante il periodo di preavviso contrattuale che il datore di lavoro, o egli stesso, non ha rispettato quando ha posto termine al contratto di lavoro. 

Il termine di preavviso è stabilito dai contratti collettivi a tutela dei lavoratori che perdono il posto, ma è previsto anche del datore di lavoro che potrebbe incontrare difficoltà organizzative in caso di dimissioni immediate e tali da non rendere possibile la pronta sostituzione di quel dipendente nelle mansioni svolte.  

Il recesso senza preavviso è consentito solo in limitate ipotesi, come il licenziamento, o le dimissioni, per giusta causa [1] oppure se la risoluzione del rapporto di lavoro avviene in modo consensuale, con un accordo tra le parti. In questo caso, infatti, manca un recesso unilaterale che giustificherebbe la concessione di un termine di preavviso in favore dell’altra. 

Quindi, l’indennità di preavviso non spetta sempre e soltanto al lavoratore: può essere riconosciuta anche in favore del datore di lavoro, se il suo dipendente si è dimesso senza rispettare il dovuto preavviso [2]

Indennità sostitutiva di preavviso: come si calcola? 

I contratti collettivi nazionali di riferimento per ogni comparto prevedono i criteri di calcolo dell’indennità sostitutiva di preavviso, che per legge [3] deve computare «le provvigioni, i premi di produzione, le partecipazioni agli utili o ai prodotti ed ogni altro compenso di carattere continuativo, con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese». 

Se la retribuzione è composta, in tutto o in parte, da elementi variabili – come le provvigioni, i premi di produzione o le partecipazioni – l’indennità di mancato preavviso è determinata «sulla media degli emolumenti degli ultimi tre anni di servizio o del minor tempo di servizio prestato». Per maggiori dettagli leggi “Calcolo indennità sostitutiva del preavviso“.

Indennità sostitutiva di preavviso: quando si prescrive? 

L’indennità sostitutiva di preavviso si prescrive in cinque anni [4] analogamente a quanto avviene per il Tfr. La decorrenza del termine quinquennale parte dal momento in cui il rapporto di lavoro cessa.

Il termine può essere interrotto, prima della sua scadenza, da una richiesta di pagamento del creditore al debitore, come una diffida ad adempiere. Dopo l’evento interruttivo, il termine di cinque anni inizia a decorrere nuovamente, ma potrà essere interrotto da successive richieste, purché formulate prima che ogni quinquennio sia decorso. Anche il ricorso avverso il licenziamento interrompe la decorrenza del termine di prescrizione, dal momento in cui viene notificato alla controparte [5]. 

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [6] – che si è occupata della particolare ipotesi dell’indennità sostitutiva nei contratti di agenzia [7], in quanto anch’essi prevedono il periodo di preavviso – ha ribadito che il termine prescrizionale è quinquennale e non decennale «a prescindere dalla natura, retributiva o previdenziale, dell’indennità medesima, ovvero dal tipo di rapporto, subordinato o parasubordinato».  

La ragione di questa prescrizione più breve, rispetto a quella ordinaria decennale, è stata ravvisata dalla Suprema Corte «nell’esigenza di evitare le difficoltà probatorie derivanti dall’eccessiva sopravvivenza dei diritti sorti nel momento della chiusura del rapporto»; difficoltà che si avrebbero ove fosse consentito «l’esercizio delle relative azioni troppo ritardate rispetto all’estinzione del rapporto sostanziale». 


note

[1] Art. 2119 Cod. civ.

[2] Art. 2118 Cod. civ. 

[3] Art. 2121 Cod. civ.

[4] Art. 2948, co.1, n. 5 Cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 3346 del 12.02.2020.

[6] Cass. sent. n. 14062 del 21.05.2021. 

[7] Art. 1750 e art. 1751 Cod. civ.


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