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Il dipendente pagato in nero non evita le imposte sul reddito

21 Agosto 2014
Il dipendente pagato in nero non evita le imposte sul reddito

Lavoratore “non dichiarato”: i redditi invece vanno dichiarati; l’omissione da parte del sostituto non cancella gli obblighi fiscali del sostituito contribuente.

Il lavoratore che viene pagato “in nero” deve comunque dichiarare al fisco i compensi percepiti: il fatto che il datore di lavoro (in qualità di sostituto di imposta [1]) sia inosservante all’obbligo di dichiarazione non esime il dipendente dai propri doveri fiscali (in qualità di sostituito).

A stabilire questo principio è stata la Cassazione [2]. Se non rispetta questo precetto, il lavoratore rischia un accertamento Irpef, e le conseguenti sanzioni, da parte dell’Agenzia delle Entrate.

L’Agenzia delle Entrate, infatti, potrebbe venire a conoscenza dei redditi percepiti “al nero” dal dipendente proprio in occasione di una verifica fiscale effettuata a carico della società datrice di lavoro. E allora saranno guai tanto per il datore quanto per il dipendente in nero.

Non vale, per il lavoratore, difendersi sostenendo di non essere obbligato a controllare le scritture contabili del datore e, quindi, di non poter essere a conoscenza che la società non abbia operato le ritenute alla fonte. Insomma, il dipendente non può arroccarsi dietro una presunta buona fede, ritenendo di non dovere presentare la dichiarazione dei redditi derivanti dal suo unico rapporto di lavoro.

In presenza di pagamenti “al nero” sussiste in capo al contribuente/lavoratore l’obbligo di dichiarare al fisco tali pagamenti. Il contribuente non è esonerato da ogni obbligo fiscale per il solo fatto che vi era l’obbligo primario del sostituto.

La Cassazione si è richiamata ad un proprio precedente orientamento giurisprudenziale, secondo cui, in caso di mancato versamento della ritenuta d’acconto da parte del datore di lavoro, il soggetto obbligato al pagamento del tributo è comunque anche il lavoratore contribuente.

E infatti, in presenza dell’obbligo di effettuare la ritenuta di acconto (diretta in sé ad agevolare non solo la riscossione, ma anche l’accertamento degli obblighi del percettore del reddito), l’intervento del “sostituto” lascia inalterata la posizione del “sostituito” (ossia il lavoratore): quest’ultimo è specificamente gravato dall’obbligo di dichiarare i redditi assoggettati a ritenuta. Anche i compensi ottenuti “in nero”, infatti, concorrono a formare la base imponibile sulla quale, secondo il criterio di progressività, sarà calcolato l’Irpef, detraendosi da esso la ritenuta subita come anticipazione di prelievo.

Per tali motivi la Corte ha ritenuto che, quando la ritenuta d’imposta non sia stata operata dal datore di lavoro su emolumenti che costituiscono componente di reddito, deve essere il lavoratore contribuente ad ovviare a tale omissione, dichiarando i relativi proventi e calcolando l’imposta imponibile alla cui formazione quei proventi hanno concorso.


note

[1] Il sostituto d’imposta è chi per legge sostituisce in tutto o in parte il contribuente (sostituito) nei rapporti con l’amministrazione finanziaria, trattenendo le imposte dovute da compensi, salari, pensioni o altri redditi erogati e successivamente versandole allo Stato. Può identificarsi a seconda dei casi, per esempio, nel datore di lavoro, nel committente di un lavoratore autonomo o nel condominio.
A tal fine egli deve operare le ritenute previste per legge e rilasciare ai sostituiti una dichiarazione attestante le ritenute operate da utilizzare quale attestazione delle imposte trattenute e conguagliarle nella propria dichiarazione dei redditi

[2] Cass. sent. n. 9867 del 5.05.2011.

Autore immagine: 123rf.com


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