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Pignoramento di pensioni e stipendi: incostituzionali le norme sulla tracciabilità?


Pignoramento di pensioni e stipendi: incostituzionali le norme sulla tracciabilità?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 aprile 2014



Il quinto pignorabile, di fatto abolito dal decreto Salva Italia, potrebbe rientrare dalla finestra grazie a un’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale: sospetto di incostituzionalità della norma che rende pignorabile il 100% del conto corrente.

Potrebbero essere incostituzionali le norme che impongono il pagamento di stipendi e pensioni tramite strumenti tracciabili (ossia con accredito diretto in conto corrente): tali disposizioni, infatti, hanno finito per rendere, di fatto, totalmente pignorabili detti emolumenti, in deroga alle norme del codice di procedura civile che, invece, pongono il limite massimo di pignoramento di “un quinto”.

Le puntate precedenti

Il problema era stato sollevato, dalle stesse pagine di questo portale, all’alba dell’approvazione del decreto “Salva Italia” (leggi gli articoli: “Pignoramento della pensione di anzianità sul conto corrente obbligatorio: storture del nuovo sistema” e “Abolito di fatto il limite del “quinto” pignorabile: pensioni integralmente aggredibili”). In tale occasione avevamo fatto notare come le nuove norme avessero reso possibile il pignoramento del 100% di stipendi e pensioni.

Per via degli obblighi di tracciabilità, infatti, tutti i pagamenti superiori a mille euro devono essere effettuati tramite strumenti tracciabili e, per quanto riguarda le pensioni, esclusivamente su un conto corrente dedicato. Ebbene, una volta accreditati in banca, tali compensi si confondono con gli altri (eventuali) risparmi ivi depositati. Pertanto la giurisprudenza ritiene che il creditore possa aggredire l’interezza del conto e non già solo il quinto come, invece, sarebbe tenuto a fare se il pignoramento avvenisse alla fonte (presso il datore o l’istituto previdenziale). È, quindi, verosimile che, dovendo procedere a pignorare presso terzi i redditi del debitore, il creditore preferisca il conto.

Né vi sarebbe modo, per il debitore, di sostenere che sul conto non affluiscono altri redditi: a riguardo, infatti, l’orientamento dei giudici è particolarmente rigoroso e arriva a ritenere pignorabile, una volta accreditato in conto corrente, persino il minimo vitale (leggi l’articolo: “Pignoramento pensione: sì al blocco del minimo vitale se accreditata in banca”).

Facciamo un esempio per rendere la questione di immediata comprensione.

 

Prima del decreto “Salva Italia”: il creditore che voleva pignorare la pensione del proprio debitore doveva procedere a notificare l’atto di pignoramento direttamente all’Inps. In tal caso, il pignoramento era (ed è tuttora) possibile entro massimo 1/5. Il creditore poteva anche aggredire il 100% del conto corrente del pensionato, ma quest’ultimo poteva scongiurare almeno il blocco della pensione andando a prelevarla direttamente alle poste e non facendola transitare dalla banca. In questo modo, veniva rispettato il limite massimo del “quinto pignorabile”.

Dopo il decreto “Salva Italia”: il pensionato non può più ritirare la pensione alle poste, poiché questa, se superiore a mille euro, gli deve essere pagata necessariamente in conto (stessa cosa dicasi per i redditi di lavoro dipendente). Con la conseguenza che il creditore, nell’alternativa tra un pignoramento di 1/5 all’Inps e un pignoramento del 100% in banca, preferirà certamente quest’ultimo.

La questione di incostituzionalità

Un siffatto quadro finisce per violare quei principi costituzionali di solidarietà sociale sulla base dei quali erano state scritte tutte le norme che impongono il limite di “un quinto” per il pignoramento di stipendi e pensioni, limiti peraltro che si riducono ulteriormente nel caso in cui il creditore sia Equitalia [1].

Tanto era stato sottolineato, qualche tempo fa, anche dalla Corte Costituzionale [2]. Quest’ultima aveva precisato che la Costituzione sancisce il diritto dei lavoratori a che siano “preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita” e “la corresponsione di un minimum” per il sostentamento, adeguato alle esigenze di vita.

Di fatto, però, le politiche di contrasto all’evasione fiscale – con gli obblighi di versamento di stipendi e pensioni direttamente sul conto corrente – hanno finito per cancellare questi principi scritti proprio in favore delle fasce sociali più deboli.

Detto dubbio di costituzionalità ha fatto sì che, un paio di mesi fa, il Tribunale di Lecce [3] – subodorando la possibilità che tali norme, in quanto in contrasto con i principi appena enunciati, debbano essere “depennate” dall’ordinamento – rimettesse l’intera questione sul tavolo della Corte Costituzionale. Quest’ultima, come noto, è “giudice delle leggi” e potrà ora decretare (qualora lo ritenga fondato) la cancellazione di quelle disposizioni in contrasto con la Costituzione, ripristinando eventualmente i limiti di pignoramento anche per le somme accreditate in banca.

Un’altra soluzione

Ci sembra, tuttavia, che la questione possa essere risolta molto più agevolmente in modo diverso.

Una lettura costituzionalmente orientata del Decreto “Salva Italia” consentirebbe sin d’ora di interpretare le nuove norme nel senso di consentire il pignoramento degli accrediti in banca entro i limiti previsti dalla legge (massimo 1/5), qualora il debitore riesca a dimostrare che sul conto corrente non transitano altri redditi se non quelli pensionistici e da lavoro dipendente.

Una prova di tale tipo consentirebbe di ripristinare i limiti di pignoramento ed escludere il pignoramento del 100% di redditi e pensioni: non vi sarebbe, infatti, ragione per diversificare il trattamento delle suddette somme se pignorate alla fonte (dal datore o all’Inps) oppure in banca.

L’opinione, del resto, era stata già – isolatamente – condivisa dal Tribunale di Savona (leggi l’articolo: “Come evitare il pignoramento integrale di pensione o stipendio dopo il decreto Salva Italia”).

A questo punto, non resta che attendere la decisione della Corte Costituzionale che decreterà, con essa, anche la sorte di migliaia di pignoramenti presso terzi.

note

[1] “Le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate dall’agente della riscossione:

a) in misura pari ad 1/10 per importi fino a 2.500,00 euro;

b) in misura pari ad 1/7 per importi da 2.500,00 a 5.000,00 euro”.

[2] C. Cost. sent. n. 506/2002.

[3] E’ stata pertanto posta una seconda pregiudiziale di costituzionalità, con cui si è chiesta la rimessione alla Corte Costituzionale dell’art. 12 comma 2 lett. c) L. n.  214 del 2011, per violazione degli artt. 38, e 3 della Costituzione, nella parte in cui non ha previsto che siano fatte salve le limitazioni in materia di pignoramento di cui all’art. 545 cod. proc. civ.

[4] Trib. Lecce ord. del 12.02.2014, GOT dott. A. Maggiore.

Autore immagine: 123rf.com

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1 Commento

  1. prendo 330 euro dall’inps e 315 dall’enasarco per colpa di una rata di un televisore che non ho potuto pagare mi hanno pignorato il conto, un patronato mi ha detto che il giudice potrebbe decidere anche fra un anno. Per me non ha nessuna importanza fra un anno sarò morto insieme a mia moglie non abbiamo altro che quella modesta pensione per sopravvivere. Speriamo e ringrazio voi di tutto quello che fate sperando che questa corte costituzionale di uomini di uomini fortunati e ricchi possa comprendere il dramma di milioni di poveri pensionati al minimo

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