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Smart working: il rimborso dei costi Internet fa reddito?

26 Maggio 2021 | Autore:
Smart working: il rimborso dei costi Internet fa reddito?

Il datore di lavoro può dedurre il canone di connessione, ma per i dipendenti la somma ricevuta è imponibile: così ha risposto l’Agenzia delle Entrate ad un interpello. 

Molte aziende che hanno collocato i propri dipendenti in smart working sostengono i costi di connessione ad Internet del personale che lavora in modalità agile, da casa o da altre località. I lavoratori pagano il canone di abbonamento alla rete domestica e, poi, il datore gli rimborsa le spese sostenute, perché sono considerate inerenti alle prestazioni svolte. Ma nello smart working il rimborso dei costi Internet fa reddito? 

Secondo l’Agenzia delle Entrate sì: nella risposta ad un interpello sollevato da un contribuente [1], queste somme costituiscono materia imponibile e, perciò, sono soggette a tassazione alla stregua dei redditi di lavoro dipendente, senza nessuna possibilità di esenzione fiscale. Viceversa, il datore di lavoro che ha erogato i rimborsi potrà dedurre quelle somme dal proprio reddito d’impresa e così risparmiare qualcosa sull’Ires (l’Imposta sul reddito delle società). 

Quindi, per il Fisco il rimborso dei costi Internet per lo smart working fa reddito nei confronti dei lavoratori dipendenti che lo ricevono, mentre è completamente detassato per le aziende. Vediamo perché l’Agenzia delle Entrate è arrivata a questa conclusione, che è dissimile da quella che aveva raggiunto anni fa a proposito dei costi telefonici relativi al vecchio telelavoro, in un’epoca in cui la modalità agile non era ancora diffusa come oggi e la rete Internet non era indispensabile per lavorare a distanza. 

Rimborso costi di connessione Internet: tassazione

Il rimborso da parte del datore di lavoro delle spese sostenute dai dipendenti per la connessione ad Internet durante i periodi di smart working rientra interamente tra i redditi di lavoro dipendente. Così si è pronunciata l’Agenzia delle Entrate [1], rispondendo al quesito posto da una Stp (società tra professionisti) intenzionata a pagare ai propri dipendenti il servizio di connettività alla rete Internet, tramite l’abbonamento domestico o un device mobile, come una “chiavetta” usb munita di scheda telefonica per trasmettere e ricevere i dati.

I redditi di lavoro dipendente e il principio di omnicomprensività

Il Testo Unico delle Imposte sui Redditi [2] afferma che «tutte le somme ed i valori in genere a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro» costituiscono reddito imponibile per il dipendente che li riceve.

In ciò consiste il principio di omnicomprensività dei redditi di lavoro dipendente, che subisce alcune limitate eccezioni, come i contributi previdenziali e assistenziali, le auto aziendali, i buoni pasto ed altri fringe benefits concessi al personale; ma – a parte le indennità di trasferta e le spese per i trasferimenti – non c’è nessuna deroga per le somme che il datore corrisponde ai lavoratori a titolo di rimborso spese, che così vengono tassate in base alle normali aliquote Irpef previste per gli scaglioni reddituali.

Il rimborso dei costi telefonici per il telelavoro

L’Agenzia delle Entrate, nel richiamare il principio di omnicomprensività, fa presente che in relazione ai rimborsi documentati delle spese sostenute per il telelavoro si era già espressa [3], nel 2007, ritenendo che «le somme erogate per rimborsare i costi dei collegamenti telefonici non siano da assoggettare a tassazione essendo sostenute dal telelavoratore per raggiungere le risorse informatiche dell’azienda messe a disposizione dal datore di lavoro e quindi poter espletare l’attività lavorativa».

Perciò, per l’Agenzia, i costi telefonici rappresentano un «rimborso di spese di interesse esclusivo del datore di lavoro anticipate dal dipendente» e non concorrono alla formazione della base imponibile. È il criterio opposto a quello adottato per i costi di connessione ad Internet sostenuti dai dipendenti e poi rimborsati dall’azienda, che per il lavoratore non sono considerati deducibili e, dunque, sono soggetti a tassazione piena.

Costi telefonici e di connettività ad Internet: differenze

L’Agenzia delle Entrate nega la deducibilità fiscale dei rimborsi spese di connettività ad Internet, mentre la riconosce per i costi telefonici, in base alle seguenti considerazioni:

  1. il rimborso spese «non è relativo al solo costo riferibile all’esclusivo interesse del datore di lavoro, dal momento che l’istante rimborserebbe tutte le spese sostenute dal lavoratore per l’attivazione e per i canoni di abbonamento al servizio di connessione dati internet», comprese quelle private;
  2. la relazione tra l’utilizzo della connessione Internet e l’interesse del datore di lavoro è considerata «dubbia, in quanto il contratto relativo al traffico dati non è scelto e stipulato dal datore di lavoro che, limitandosi a rimborsarne i costi, rimarrebbe estraneo al rapporto negoziale instaurato con il gestore»; infatti, è il lavoratore che sceglie il provider di servizi Internet;
  3. dal rimborso spese concesso al dipendente «non emerge l’importo del costo che verrebbe rimborsato dal datore di lavoro consentendo, pertanto, al dipendente un pieno accesso a tutte le funzionalità oggi fruibili e offerte dalla tecnologia presente sul mercato»; in altre parole, il lavoratore potrebbe sfruttare l’abbonamento alla connessione Internet anche per ottenere servizi ulteriori rispetto a quelli necessari per rendere la prestazione lavorativa.

Per tutti questi motivi la risposta fornita dall’Agenzia delle Entrate alla società istante è stata negativa: il costo relativo al traffico dati che l’impresa intendeva rimborsare ai suoi dipendenti è stato ritenuto «non supportato da elementi e parametri oggettivi e documentati» e, quindi, il relativo rimborso non è stato escluso dal novero delle voci che contribuiscono a determinare l’ammontare del reddito di lavoro dipendente percepito dai lavoratori.

Costi di connessione Internet: deducibilità per le imprese

Mentre per i lavoratori, come abbiamo visto, il rimborso spese ha rilevanza fiscale, le imprese possono dedurre i costi ai fini del reddito d’impresa e, dunque, scomputare le somme dall’Ires.

Qui, l’Agenzia ammette la deducibilità di tutte le spese rimborsate ai dipendenti in smart working «per l’attivazione e per i canoni di abbonamento al servizio di connessione dati», in quanto lo ritiene assimilabile alle «spese per prestazioni di lavoro» riconosciute dalla normativa [4].

Anche qui emerge una differenza di regime fiscale delle spese di connessione ad Internet rispetto ai costi telefonici: mentre per questi ultimi la deducibilità dall’Ires è limitata all’80% dell’ammontare [5], per le prime è consentita la deduzione integrale dell’importo.


note

[1] Agenzia Entrate, risposta ad interpello n. 371 del 24.05.2021.

[2] Art. 51, co. 1, D.P.R. n. 917/1986.

[3] Agenzia Entrate, risoluzione n. 357/E/2007.

[4] Art. 95 D.P.R. n.917/1986.

[5] Art. 102, comma 9, D.P.R. n. 917/1986.


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