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Lo sai che? Gli interessi col fisco in caso di ritardi, sanzioni e rimborsi

Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2014

Interessi a due misure, a seconda che sia il contribuente in ritardo o l’amministrazione finanziaria: per i rimborsi in ritardo il tasso è la metà rispetto a quello che, invece, grava sul contribuente.

Il Fisco ha la mano pesante quando è il contribuente ad essere debitore, pretendendo sanzioni e interessi elevati. Lo stesso Fisco ha invece mano leggera quando deve rimborsare il contribuente. In tal caso, nessuna sanzione è prevista per il Fisco, e gli interessi sono più bassi rispetto a quelli dovuti dai contribuenti per tardivi pagamenti (anche se, di recente, la misura è stata abbassata: leggi l’articolo “Cartelle esattoriali di Equitalia pagate in ritardo: diminuiscono gli interessi”).

Al di là delle differenti misure degli interessi, di norma, chiedere i rimborsi qualche volta ha creato problemi. Perché il Fisco prima vuole vederci chiaro ed effettua dei controlli. Il risultato è che, in certi casi, il contribuente che ha chiesto il rimborso si è “pentito” di averlo fatto, perché, oltre ad avere avuto un diniego parziale o totale del rimborso, a seguito del controllo, ha pagato più di quanto aveva chiesto a rimborso.

Se è il contribuente che deve avere il rimborso, l’interesse riconosciuto per il ritardo è, di norma, il 2% annuo, mentre se il contribuente paga dopo la scadenza, l’interesse è il doppio.

In tema di sanzioni, se è il contribuente che paga in ritardo i tributi, la sanzione varia dal 30% al 200%, mentre nessuna sanzione è prevista a carico del Fisco quando esegue i rimborsi in ritardo.

Per fortuna, negli ultimi anni, il problema dei rimborsi è stato attenuato dalla compensazione tra dare e avere dei tributi e contributi, che è stata la novità più rilevante in vigore dal 1998 (leggi l’articolo “Pagare le tasse tramite compensazione: come e quando”).

Da qualche anno tra Fisco e contribuente si compensano subito i debiti e i crediti, e il debitore paga la differenza, con eccezione dei crediti Iva che sono subordinati a limiti che ne condizionano l’impiego, in aggiunta al visto di conformità per quelli di ammontare superiore a 15mila euro, prima richiesto per i crediti Iva, mentre dal 2014 il “visto” è richiesto anche per gli altri crediti.

Nonostante la stretta degli ultimi anni, con la compensazione si sono ridotti, parzialmente, i problemi legati ai rimborsi e le punizioni ai contribuenti che pagavano un tributo, pur essendo creditori dell’erario per lo stesso o per un altro tributo.

In tema di interessi, è fissato [1] nella misura del 3,5% annuo gli interessi dovuti per le somme versate nei termini, in caso di rinuncia all’impugnazione dell’accertamento [2], accertamento con adesione [3], e conciliazione giudiziale [4].

Le regole per la conciliazione sono applicabili in caso di esito positivo del reclamo mediazione per le liti di importo non superiore a 20mila euro.

Per i pagamenti rateali, sugli importi delle rate successive alla prima, le norme relative dispongono che sono dovuti gli interessi legali, in misura da determinare con riferimento all’annualità in cui viene perfezionato l’accertamento con adesione, rimanendo costante anche se il versamento delle rate si allunga fino agli anni successivi. Ad esempio, per adesioni perfezionate nel 2014 si applica la misura degli interessi legali dell’1% annuo, anche se le rate saranno pagate in anni successivi, restando irrilevanti le modifiche disposte in tema di interessi legali.

note

[1] Art. 6 del decreto 21 maggio 2009, Gazzetta ufficiale 136 del 15 giugno 2009.

[2] Art. 15, decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218.

[3] Art. 8, decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218.

[4] Art. 48, decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546.

Autore immagine: 123rf.com


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